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Agosto 2024

Podcast RSI – L’IA ha troppa fame di energia. Come metterla a dieta

Questo articolo è importato dal mio blog precedente Il Disinformatico: l’originale (con i commenti dei lettori) è qui.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


Una singola domanda a ChatGPT consuma grosso modo la stessa energia elettrica che serve per tenere accesa una lampadina comune per venti minuti e consuma dieci volte più energia di una ricerca in Google. La fame di energia dell’intelligenza artificiale online è sconfinata e preoccupante. Ma ci sono soluzioni che permettono di smorzarla.

Questa è la storia del crescente appetito energetico dei servizi online, dai social network alle intelligenze artificiali, del suo impatto ambientale e di come esiste un modo alternativo per offrire gli stessi servizi con molta meno energia e con molto più rispetto per la nostra privacy. Perché ogni foto, ogni documento, ogni testo che immettiamo in ChatGPT, Gemini, Copilot o altri servizi online di intelligenza artificiale viene archiviato, letto, catalogato, analizzato e schedato dalle grandi aziende del settore.

Benvenuti alla puntata del 30 agosto 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Una recente indagine pubblicata da NPR, una rinomata organizzazione indipendente non profit che comprende un migliaio di stazioni radio statunitensi ed è stata fondata dal Congresso degli Stati Uniti, fa il punto della situazione sulla nuova fame di energia dovuta al boom delle intelligenze artificiali.

Quando usiamo un servizio online di intelligenza artificiale, come ChatGPT, Copilot o Gemini, per citare i più diffusi, i complessi calcoli necessari per elaborare e fornirci la risposta non avvengono sul nostro computer, tablet o telefonino, per cui non ci accorgiamo di quanta energia viene consumata per restituirci quella risposta. Il nostro dispositivo non fa altro che prendere la nostra richiesta, inoltrarla via Internet a questi servizi, e ricevere il risultato, facendocelo vedere o ascoltare.

Ma dietro le quinte, le intelligenze artificiali online devono disporre di grandi data center, ossia strutture nelle quali vengono radunati computer appositi, dotati di processori dedicati all’intelligenza artificiale, che hanno dei consumi energetici prodigiosi. Secondo una stima riportata da NPR, una singola richiesta a ChatGPT usa all’incirca la stessa quantità di energia elettrica necessaria per tenere accesa una normale lampadina per una ventina di minuti. Immaginate milioni di persone che interrogano ChatGPT tutto il giorno, e pensate a venti minuti di lampadina accesa per ogni domanda che fanno a questa intelligenza artificiale.

Secondo un’analisi pubblicata dalla banca d’affari Goldman Sachs a maggio 2024, una richiesta fatta a ChatGPT consuma 2,9 wattora di energia elettrica, quasi dieci volte di più di una normale richiesta di ricerca fatta a Google [0,3 wattora] senza interpellare i suoi servizi di intelligenza artificiale. Questa analisi stima che il fabbisogno energetico mondiale dei data center che alimentano la rivoluzione dell’intelligenza artificiale salirà del 160% entro il 2030; serviranno circa 200 terawattora ogni anno solo per i consumi aggiuntivi dovuti all’intelligenza artificiale.

Per fare un paragone, il consumo annuo svizzero complessivo di energia elettrica è stato di 56 terawattora [Admin.ch]. In parole povere: solo per gestire l’intelligenza artificiale servirà un’energia pari a quasi quattro volte quella consumata da tutta la Confederazione.

Questi data center attualmente sono responsabili di circa il 2% di tutti i consumi di energia elettrica, ma entro la fine del decennio probabilmente consumeranno dal 3 al 4%, raddoppiando le loro emissioni di CO2. Goldman Sachs segnala che negli Stati Uniti saranno necessari investimenti per circa 50 miliardi di dollari per aggiungere capacità di produzione di energia per far fronte all’appetito energetico dei data center.

In Europa, sempre secondo l’analisi di Goldman Sachs, la crescente elettrificazione delle attività e l’espansione dei data center potrebbero far crescere il fabbisogno energetico del 40% o più entro il 2033. Entro il 2030, si prevede che la fame di energia di questi data center sarà pari all’intero consumo annuale di Portogallo, Grecia e Paesi Bassi messi insieme. Per stare al passo, la rete elettrica europea avrà bisogno di investimenti per circa 1,6 miliardi di euro nel corso dei prossimi anni.

Queste sono le stime e le previsioni degli esperti, ma ci sono già dei dati molto concreti su cui ragionare. Google e Microsoft hanno pubblicato due confessioni energetiche discrete, poco pubblicizzate, ma molto importanti.


Ai primi di luglio 2024, Google ha messo online il suo nuovo rapporto sulla sostenibilità delle proprie attività. A pagina 31 di questo rapporto si legge un dato molto significativo: l’anno scorso le sue emissioni di gas serra sono aumentate del 48% rispetto al 2019 principalmente a causa degli aumenti dei consumi di energia dei data center e delle emissioni della catena di approvvigionamento”, scrive il rapporto, aggiungendo che “man mano che integriamo ulteriormente l’IA nei nostri prodotti, ridurre le emissioni potrebbe essere impegnativo a causa dei crescenti fabbisogni energetici dovuti alla maggiore intensità dei calcoli legati all’IA” [“In 2023, our total GHG emissions were 14.3 million tCO2e, representing a 13% year-over-year increase and a 48% increase compared to our 2019 target base year. […] As we further integrate AI into our products, reducing emissions may be challenging due to increasing energy demands from the greater intensity of AI compute, and the emissions associated with the expected increases in our technical infrastructure investment.”].

Fin dal 2007, Google aveva dichiarato ogni anno che stava mantenendo una cosiddetta carbon neutralityoperativa, ossia stava compensando le proprie emissioni climalteranti in modo da avere un impatto climatico sostanzialmente nullo. Ma già nella versione 2023 di questo rapporto ha dichiarato invece che non è più così, anche se ambisce a tornare alla neutralità entro il 2030.

Anche Microsoft ammette che l’intelligenza artificiale sta pesando sui suoi sforzi di sostenibilità. Nel suo rapporto apposito, l’azienda scrive che le sue emissioni sono aumentate del 29% rispetto al 2020 a causa della costruzione di nuovi data center, concepiti e ottimizzati specificamente per il carico di lavoro dell’intelligenza artificiale.

E a proposito di costruzione di data center, Bloomberg fa notare che il loro numero è raddoppiato rispetto a nove anni fa: erano 3600 nel 2015, oggi sono oltre 7000, e il loro consumo stimato di energia elettrica equivale a quello di tutta l’Italia.

Distillando questa pioggia di numeri si ottiene un elisir molto amaro: l’attuale passione mondiale per l’uso onnipresente dell’intelligenza artificiale ha un costo energetico e un impatto ambientale poco visibili, ma molto reali, che vanno contro l’esigenza di contenere i consumi per ridurre gli effetti climatici. È facile vedere proteste molto vistose contro i voli in aereo, per esempio, e c’è una tendenza diffusa a rinunciare a volare come scelta di tutela dell’ambiente. Sarebbe ironico se poi chi fa questi gesti passasse la giornata a trastullarsi con ChatGPT perché non si rende conto di quanto consumo energetico ci stia dietro.

Per fare un paragone concreto e facile da ricordare, se quei 2,9 wattora necessari per una singola richiesta a ChatGPT venissero consumati attingendo alla batteria del vostro smartphone, invece che a qualche datacenter dall’altra parte del mondo, il vostro telefonino sarebbe completamente scarico dopo soltanto quattro domande. Se usaste delle normali batterie stilo, ne dovreste buttare via una ogni due domande.


Ognuno di noi può fare la propria parte per contenere questo appetito energetico smisurato, semplicemente scegliendo di non usare servizi basati sull’intelligenza artificiale remota se non è strettamente indispensabile. Ma esiste anche un altro modo per usare l’intelligenza artificiale, che consuma molto, molto meno: si chiama tiny AI, ossia microintelligenza artificiale locale [locally hosted tiny AI].

Si tratta di software di IA che si installano e funzionano su computer molto meno potenti ed energivori di quelli usati dalle grandi aziende informatiche, o addirittura si installano sugli smartphone, e lavorano senza prosciugarne la batteria dopo quattro domande. Hanno nomi come Koala, Alpaca, Llama, H2O-Danube, e sono in grado di generare testi o tradurli, di rispondere a domande su vari temi, di automatizzare la scrittura di un documento, di trascrivere una registrazione o di riconoscere una persona, consumando molta meno energia delle intelligenze artificiali online.

Per esempio, una microintelligenza artificiale può essere installata a bordo di una telecamera di sorveglianza, su un componente elettronico che costa meno di un dollaro e ha un consumo energetico trascurabile: meno dell’energia necessaria per trasmettere la sua immagine a un datacenter remoto tramite la rete telefonica cellulare.

Nella tiny AI, l’elaborazione avviene localmente, sul dispositivo dell’utente, e quindi non ci sono problemi di privacy: i dati restano dove sono e non vengono affidati a nessuno. Bisogna però cambiare modo di pensare e di operare: per tornare all’esempio della telecamera, invece di inviare a qualche datacenter le immagini grezze ricevute dalla telecamera e farle elaborare per poi ricevere il risultato, la tiny AI le elabora sul posto, direttamente a bordo della telecamera, e non le manda a nessuno: se rileva qualcosa di interessante, trasmette al suo proprietario semplicemente l’avviso, non l’intera immagine, con un ulteriore risparmio energetico.

Non si tratta di alternative teoriche: queste microintelligenze sono già in uso, per esempio, negli occhiali smart dotati di riconoscimento vocale e riconoscimento delle immagini. Siccome devono funzionare sempre, anche quando non c’è connessione a Internet, e dispongono di spazi limitatissimi per le batterie, questi oggetti devono per forza di cose ricorrere a un’intelligenza ultracompatta e locale.

Ma allora perché le grandi aziende non usano questa soluzione dappertutto, invece di costruire immensi datacenter? Per due motivi principali. Il primo è tecnico: queste microintelligenze sono brave a fare una sola cosa ciascuna, mentre servizi come Google Gemini o ChatGPT sono in grado di rispondere a richieste di molti tipi differenti e più complesse, che hanno bisogno di attingere a immense quantità di dati. Ma le richieste tipiche fatte dagli utenti a un’intelligenza artificiale sono in gran parte semplici, e potrebbero benissimo essere gestite da una tiny AI. Troppo spesso, insomma, si impugna un martello per schiacciare una zanzara.

Il secondo motivo è poco tecnico e molto commerciale. Se gli utenti si attrezzano con una microintelligenza propria, che oltretutto spesso è gratuita da scaricare e installare, crolla tutto il modello di business attuale, basato sull’idea di convincerci che pagare un abbonamento mensile per avere servizi basati sull’intelligenza artificiale remota sia l’unico modello commerciale possibile.

La scelta, insomma, sta a noi: o diventare semplici cliccatori di app chiavi in mano, che consumano quantità esagerate di energia e creano una dipendenza molto redditizia per le aziende, oppure rimboccarsi un pochino le maniche informatiche e scoprire come attrezzarsi con un’intelligenza artificiale locale, personale, che fa quello che vogliamo noi e non va a raccontare a nessuno i nostri fatti personali. E come bonus non trascurabile, riduce anche il nostro impatto globale su questo fragile pianeta.

Fonti aggiuntive

Ultra-Efficient On-Device Object Detection on AI-Integrated Smart Glasses with TinyissimoYOLO, Arxiv.org, 2023

Tiny VLMs bring AI text plus image vision to the edge, TeachHQ.com, 2024

Tiny AI is the Future of AI, AIBusiness, 2024

The Surprising Rise of “Tiny AI”, Medium, 2024

I test AI chatbots for a living and these are the best ChatGPT alternatives, Tom’s Guide, 2024

Podcast RSI – Google blocca l’adblocker che blocca gli spot; iPhone, arrivano gli app store alternativi, ma solo in UE

Questo articolo è importato dal mio blog precedente Il Disinformatico: l’originale (con i commenti dei lettori) è qui.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


Vi piacciono gli adblocker? Quelle app che bloccano le pubblicità e rendono così fluida e veloce l’esplorazione dei siti Web, senza continue interruzioni? O state pensando di installarne uno perché avete visto che gli altri navigano beatamente senza spot? Beh, se adoperate o state valutando di installare uno degli adblocker più popolari, uBlock Origin, c’è una novità importante che vi riguarda: Google sta per bloccarlo sul proprio browser Chrome. Ma c’è un modo per risolvere il problema.

Ve lo racconto in questa puntata del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica, e vi racconto anche cosa succede realmente con gli iPhone ora che l’App Store di Apple non è più l’unico store per le app per questi telefoni e quindi aziende come Epic Games, quella di Fortnite, sono finalmente libere di offrire i propri prodotti senza dover pagare il 30% di dazio ad Apple, anche se lo sono solo a certe condizioni complicate. Vediamole insieme. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Google sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin

La pubblicità nei siti a volte è talmente invadente, specialmente sugli schermi relativamente piccoli degli smartphone, che diventa impossibile leggere i contenuti perché sono completamente coperti da banner, pop-up e tutte le altre forme di interruzione inventate in questi anni dai pubblicitari. Molti utenti si difendono da quest’invasione di réclame adottando una misura drastica: un adblocker, ossia un’app che si aggiunge al proprio browser sul computer, sul tablet o sul telefono e blocca le pubblicità.

Uno degli adblocker più popolari, con decine di milioni di utenti, è uBlock Origin, un’app gratuita disponibile per tutti i principali browser, come per esempio Edge, Firefox, Chrome, Opera e Safari. È scaricabile presso Ublockorigin.com ed è manutenuto ormai da un decennio dal suo creatore, Raymond Hill, che non solo offre gratuitamente questo software ma rifiuta esplicitamente qualunque donazione o sponsorizzazione. Questa sua fiera indipendenza, rimasta intatta mentre altri adblocker sono scesi a compromessi lasciando passare le “pubblicità amiche”, lo ha fatto diventare estremamente popolare.

Il sito di Ublock Origin.

Ovviamente i pubblicitari, e i siti che si mantengono tramite le pubblicità, non vedono di buon occhio questo successo degli adblocker, e quindi c’è una rincorsa tecnologica continua fra chi crea pubblicità che eludono gli ablocker in modi sempre nuovi e chi crea adblocker che cercano di bloccare anche quei nuovi modi.

Anche Google vive di pubblicità, e quindi in questa rincorsa non è affatto neutrale: se le pubblicità che Google vende non vengono viste dagli utenti, gli incassi calano. E infatti il suo browser Chrome, uno dei più usati al mondo, sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin. I trentacinque milioni di utenti che lo adoperano su Chrome, stando perlomeno ai dati presenti sulla sua pagina nel Chrome Web Store [screenshot qui sotto], si troveranno quindi presto orfani, perché è in arrivo un aggiornamento importante della tecnologia di supporto alle estensioni in Chrome, fatto formalmente per aumentarne la sicurezza, l’efficienza e la conformità agli standard, ma questo aggiornamento ha anche un effetto collaterale non trascurabile: renderà uBlock Origin incompatibile con le prossime versioni di Chrome.

Ublock Origin nel Chrome Web Store.

Niente panico: al momento attuale uBlock Origin funziona ancora su Chrome, ma nelle prossime versioni del browser di Google verrà disabilitato automaticamente. Per un certo periodo, gli utenti avranno la possibilità di riattivarlo manualmente, ma poi sparirà anche questa opzione.

uBlock Origin continuerà a funzionare sugli altri browser, per cui un primo rimedio al problema per i suoi milioni di utenti è cambiare browser, passando per esempio a Firefox. Ma questo non è facile per gli utenti poco esperti e rischia di introdurre incompatibilità e disagi, perché la popolarità di Chrome spinge i creatori dei siti a realizzare siti Web che funzionano bene soltanto con Chrome, in una ripetizione distorta della celebre guerra dei browser che aveva visto protagonista Internet Explorer di Microsoft contro Netscape alla fine degli anni Novanta.

Raymond Hill, il creatore di uBlock Origin, non è rimasto con le mani in mano. Vista la tempesta in arrivo, ha già creato e reso disponibile, sempre gratuitamente, un nuovo adblocker che è compatibile con le prossime versioni di Google Chrome. Si chiama uBlock Origin Lite, ed è già disponibile sul Chrome Web Store. Trovate i link per scaricarlo su Disinformatico.info. Per ragioni tecniche non è potente ed efficace come il suo predecessore, per cui Raymond Hill non lo propone come aggiornamento automatico ma lo raccomanda come alternativa.

Ublock Origin Lite nel Chrome Web Store.

Se siete affezionati alla navigazione senza pubblicità grazie a uBlock Origin, insomma, avete due possibilità: cambiare browser oppure passare alla versione Lite di uBlock Origin, che è già stata installata in questo momento da circa trecentomila utenti.

In tutto questo non va dimenticato che molti dei siti e dei servizi più usati di Internet si mantengono grazie ai ricavi pubblicitari che gli adblocker impediscono, per cui se usate un adblocker di qualunque tipo vale la pena di dedicare qualche minuto ad autorizzare le pubblicità dei siti che vi piacciono e che volete sostenere, lasciando bloccati tutti gli altri, anche come misura di difesa contro i siti di fake news nei quali è facile incappare e che si mantengono con la pubblicità, per cui a loro non interessa che crediate o meno a quello che scrivono: l’importante per loro è che vediate le loro inserzioni pubblicitarie. Ed è così che paradossalmente gli adblocker diventano uno strumento contro la disinformazione e i truffatori.

Fonti aggiuntive: PC WorldWindowsCentral.

iPhone, arrivano gli app store alternativi. Ma solo in UE

Da quando è arrivato l’iPhone, una delle sue caratteristiche centrali è stata quella di avere un unico fornitore di app, cioè l’App Store della stessa Apple. Sugli smartphone delle altre marche, con altri sistemi operativi come per esempio Android, l’utente è sempre stato libero di procurarsi e installare app di qualunque provenienza con poche semplici operazioni, mentre Apple ha scelto la via del monopolio, aggirabile solo con procedure decisamente troppo complicate per l’utente medio.

Oggi, dopo sedici anni dal suo debutto nel 2008, l’App Store di Apple non è più l’unica fonte di app disponibile agli utenti degli smartphone di questa marca: debuttano infatti gli app store alternativi per gli iPhone. Ma solo per chi si trova nell’Unione Europea. Una volta tanto, una novità arriva prima in Europa che negli Stati Uniti, ma non scalpitate, le cose non sono così semplici come possono sembrare a prima vista.

La novità è merito delle norme europee sulla concorrenza, specificamente del Digital Markets Act o DMA, e delle azioni legali avviate da aziende come Spotify, Airbnb e in particolare Epic Games, la casa produttrice di Fortnite, aziende che contestavano non solo il regime di sostanziale monopolio ma anche il fatto che Apple, come Google, chiede il 30% dei ricavi delle app: una percentuale ritenuta troppo esosa da molti sviluppatori di app.

A questi costi si aggiungeva il fatto che alcuni tipi di app non erano disponibili nell’App Store di Apple per scelta politica, per esempio su pressioni di governi come quello cinese, indiano o russo, oppure per decisione spesso arbitraria di Apple, come per esempio nel caso degli emulatori di altri sistemi operativi (come il DOS) [The Verge], o nel caso dei browser alternativi (ammessi solo se usano lo stesso motore interno WebKit di Safari [The Verge]), oppure dei contenuti anche solo vagamente relativi alla sessualità, come nella vicenda emblematica dell’app che offriva un adattamento a fumetti dell’Ulisse di Joyce, che era stata respinta per aver osato mostrare dei genitali maschili appena accennati da un tratto di matita.

Apple ha giustificato finora queste restrizioni parlando di esigenze di qualità e di sicurezza, e in effetti i casi di app pericolose giunte nel suo App Store sono limitatissimi rispetto al fiume di malware e di spyware che si incontra facilmente su Google Play per il mondo Android, ma non sempre queste giustificazioni sono state documentate; l’argomentazione generale di Apple è stata che solo Apple era in grado di fornire una user experience buona, sicura e felice. In ogni caso, che ad Apple piaccia o no, l’Unione Europea ha disposto che gli utenti di iPhone e iPad abbiano la facoltà di procurarsi app anche attraverso app store alternativi.

E così oggi un utente Apple che si trovi in Unione Europea può rivolgersi ad app store come AltStoreSetappEpic GamesAptoide e altri, trovandovi app che non esistono nello store di Apple, soprattutto nel settore dei giochi e degli emulatori.

Una cosa inimmaginabile qualche anno fa: Aptoide per iOS.

Ma la procedura non è affatto semplice. Mentre per usare l’App Store di Apple l’utente non deve fare nulla, per usare gli store alternativi deve trovarsi materialmente nel territorio dell’Unione Europea, e quindi per esempio la Svizzera e il Regno Unito sono esclusi; deve impostare il paese o l’area geografica del proprio ID Apple su uno dei paesi o delle aree geografiche dell’Unione Europea, e deve aver installato iOS 17.4 o versioni successive. E una volta fatto tutto questo, deve poi andare al sito dello store alternativo ed eseguire tutta una serie di operazioni prima di poter arrivare finalmente alle app vere e proprie. La cosa è talmente complessa che Epic Games ha addirittura pubblicato su YouTube un video che spiega la procedura.

Lo store della Epic Games.

La faccenda si complica ulteriormente se per caso l’utente esce per qualunque motivo dall’Unione Europea: gli aggiornamenti delle app degli store alternativi saranno ammessi solo per 30 giorni, e ci sono anche altre limitazioni, elencate in un tediosissimo documento pubblicato da Apple che trovate linkato su Disinformatico.info.

[il documento di Apple elenca in dettaglio i paesi e le aree geografiche compatibili: Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia (incluse Isole Åland), Francia (incluse Guyana francese, Guadalupa, Martinica, Mayotte, Reunion, Saint Martin), Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo (incluse Azzorre), Madeira, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna (incluse Isole Canarie), Svezia]

All’atto pratico, è difficile che questa apertura forzata e controvoglia dell’App Store interessi a chi non è particolarmente esperto o appassionato, ma perlomeno stabilisce il principio che a differenza di quello che avviene altrove, nell’Unione Europea le grandi aziende del software non sono sempre in grado di fare il bello e il cattivo tempo.

Fonti aggiuntive: TechCrunchIGNThe VergeTechCrunch

Podcast RSI – Emily Pellegrini, l’influencer virtuale che virtuale non era; deepfake per una truffa da 25 milioni di dollari

Questo articolo è importato dal mio blog precedente Il Disinformatico: l’originale (con i commenti dei lettori) è qui.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunesGoogle PodcastsSpotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Benvenuti alla puntata del 16 agosto 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e questa settimana vi porto due storie, e due notizie, che sembrano scollegate e appartenenti a due mondi molto distanti, ma hanno in realtà in comune un aspetto molto importante.

La prima storia riguarda una delle più pubblicizzate influencer virtuali, Emily Pellegrini, annunciata dai giornali di mezzo mondo come un trionfo dell’intelligenza artificiale, così attraente e realistica che viene contattata da celebri calciatori che la vogliono incontrare a cena e da ricchi imprenditori che le offrono vacanze di lusso pur di conoscerla, credendo che sia una persona reale, e accumula centinaia di migliaia di follower su Instagram. Ma oggi tutte le immagini che l’avevano resa celebre sui social sono scomparse.

La seconda storia riguarda invece una truffa da 25 milioni di dollari ai danni di una multinazionale, messa a segno tramite una videoconferenza in cui il direttore finanziario sarebbe stato simulato dai criminali, in voce e in video e in tempo reale, usando anche qui l’intelligenza artificiale così bene da ingannare persino i suoi stessi dipendenti.

Ma non è l’intelligenza artificiale l’aspetto che accomuna queste storie. È qualcosa di ben poco artificiale e purtroppo molto umano.

[SIGLA di apertura]

Siamo a fine settembre del 2023. Un’eternità di tempo fa, per i ritmi dello sviluppo frenetico dell’intelligenza artificiale. Su un sito per adulti, Fanvue, e su Instagram iniziano a comparire le foto sexy di Emily Pellegrini [instagram.com/emilypellegrini], una modella di 23 anni che vive a Los Angeles e fa l’influencer. Ma si tratta di una influencer particolare, perché è generata con l’intelligenza artificiale, anche se nelle foto che pubblica sembra una persona in carne e ossa.

Una delle “foto” di Emily Pellegrini. Notate i grattacieli completamente deformati sullo sfondo e l’incoerenza delle linee della piattaforma sulla quale si trova la persona raffigurata, segni tipici di immagini generate maldestramente con software di intelligenza artificiale.

Sei settimane dopo, l’11 novembre, Emily Pellegrini ha già 81.000 follower su Instagram [New York Post]. Ai primi di gennaio ne ha 175.000 [Corriere del Ticino], a metà gennaio sono già 240.000 [NZZ], e ne parlano i media di tutto il mondo [Daily MailripetutamenteFortuneDagospiaRepubblicaSternWelt.deRadio Sampaio], dicendo che il suo aspetto procace e fotorealistico ha tratto in inganno molti uomini “ricchi, potenti e di successo”, dice per esempio il Daily Mail britannico, aggiungendo che su Instagram la contattano “persone veramente famose, come calciatori, miliardari, campioni di arti marziali miste e tennisti” che “credono che sia reale” e “la invitano a Dubai per incontrarla e mangiare nei migliori ristoranti”. Una delle celebrità sedotte da Emily Pellegrini, scrive sempre il Daily Mail, è un imprecisato conoscente di Cristiano Ronaldo; un altro è una star del calcio tedesco di cui non viene fatto il nome.

Andamento della popolarità della stringa di testo “Emily Pellegrini” da settembre 2023 a oggi, secondo Google Trends.

Moltissime testate in tutto il mondo riportano fedelmente questi dettagli e non perdono l’occasione di pubblicare molte foto delle grazie abbondanti dell’influencer virtuale, ma c’è un piccolo problema: tutte queste presunte conquiste di Emily Pellegrini sono riferite da una sola fonte, il suo creatore, che fra l’altro vuole restare anonimo, e sono descritte in modo estremamente vago: nessun nome, ma solo frasi come “uno dei volti famosi, di cui non viene fatto il nome e che l’ha contattata, a quanto pare conosce Cristiano Ronaldo” [“One unnamed famous face who contact [sic] her allegedly knew Cristiano Ronaldo, the creator claimed”]

Che senso ha precisare che questo anonimo fan conosce Cristiano Ronaldo? Non fornisce nessuna informazione reale. Però permette di citare un nome famoso e associarlo a questa influencer per farla brillare di luce riflessa nella mente del lettore, che magari è distratto perché l’occhio gli sta cadendo altrove.

Questo espediente autopromozionale funziona, perché Emily Pellegrini viene citata dai media di mezzo pianeta come l’influencer che “fa innamorare i vip”, come titola Il Mattino, o “ha fatto innamorare calciatori e vip di tutto il mondo”, come scrive Repubblica, per citare giusto qualche esempio italofono. Ma di questo innamoramento collettivo non c’è la minima conferma. Ci sono solo le dichiarazioni straordinariamente vaghe del suo creatore senza nome.

Questo anonimo creatore della influencer virtuale racconta anche di aver “lavorato 14-16 ore al giorno” per riuscire a creare il volto, il corpo e i video di Emily Pellegrini con l’intelligenza artificiale. Ma anche qui qualcosa non quadra, perché a fine gennaio 2024 emerge un dato: alcune delle immagini di Emily Pellegrini, soprattutto quelle più realistiche, sono realistiche non per qualche rara maestria nell’uso dei software di intelligenza artificiale, ma perché sono semplicemente foto e video di donne reali, come per esempio quelle della modella Ella Cervetto (www.instagram.com/ellacervetto/), sfruttate senza il loro consenso [Radio FranceAbc.net.au, con esempi; Fanpage.it], sostituendo digitalmente il loro volto con un volto sintetico e tenendo tutto il resto del corpo intatto. In altre parole, un banale deepfake come tanti, fatto oltretutto a scrocco.

Le pose e le movenze così realistiche di Emily Pellegrini non sono generate dal software: sono prese di peso dai video reali di modelle reali. Una chiara violazione del copyright e uno sfruttamento spudorato del lavoro altrui.


Oggi il profilo Instagram di Emily Pellegrini [www.instagram.com/emilypellegrini] è praticamente vuoto. Tutte le foto sono scomparse. Restano solo 12 post, nei quali un uomo che si fa chiamare “Professor Ep” e dice di essere il creatore della modella virtuale – che in realtà tanto virtuale non era – propone un corso, naturalmente a pagamento, per insegnare agli altri a fare soldi creando modelle virtuali. Nessun accenno al fatto che l’insegnante ha usato i video e la fatica degli altri e ha adoperato  solo in parte l’intelligenza artificiale per guadagnare, dice lui, oltre un milione di dollari.

Lo stato attuale dell’account Instagram di Emily Pellegrini.

Fra l’altro, il corso del sedicente professore, che costava inizialmente mille dollari, ora è svenduto a circa duecento.

La pubblicità del corso promosso sull’account Instagram di Emily Pellegrini.

Lasciando da parte un momento i ragionevoli dubbi sull’etica e la competenza dimostrate fin qui dal Professor Ep, se per caso state pensando di lanciarvi anche voi nel settore immaginando di fare soldi facilmente in questa versione 2024 della febbre per il mining domestico delle criptovalute, beh, pensateci due volte.

I dati indicano infatti che fare soldi esclusivamente generando immagini di modelle virtuali è cosa assai rara. Ci sono alcune superstar del settore che guadagnano discretamente, ma il grosso degli aspiranti creatori e delle aspiranti creatrici fa la fame. Il mercato è saturo di gente che ci sta provando e fallendo.

Grazie ad alcune persone esperte del settore, ho constatato di persona che su piattaforme che promettono grandi guadagni tramite la vendita di immagini generate con l’intelligenza artificiale, come la piattaforma usata dal creatore di Emily Pellegrini, è sufficiente incassare trecento dollari nell’arco di un mese per trovarsi nel discutibile Olimpo del settore, ossia nella fascia del 10% dei creatori che guadagnano di più. Il restante 90%, in altre parole, guadagna di meno.

Gli incassi e il piazzamento di una influencer virtuale su Fanvue.

Molte influencer virtuali che nei mesi scorsi erano state segnalate dai media come le avanguardie emergenti di un nuovo fenomeno oggi non rendono visibile il numero dei like o dei follower, o addirittura questi dati vengono nascosti dalla piattaforma stessa, per non far vedere che non le sta seguendo praticamente nessuno e che i guadagni promessi sono solo un miraggio per molti.

Quelli che guadagnano davvero, invece, sono i fornitori dei servizi e dell’hardware necessario per generare queste immagini sintetiche, proprio come è avvenuto per le criptovalute. Quando si scatena una corsa all’oro, conviene sempre essere venditori di picconi.

Fonti aggiuntive e ulteriori dettagli:


La seconda storia di questo podcast arriva da Hong Kong. Siamo a febbraio del 2024, e scoppia la notizia di una truffa da 25 milioni di dollari ai danni di una multinazionale, effettuata con la tecnica del deepfake, la stessa usata nella storia precedente con altri scopi.

Un operatore finanziario che lavora a Hong Kong si sarebbe fatto sottrarre questa ragguardevolissima cifra perché dei truffatori avrebbero creato una versione sintetica del suo direttore finanziario, che stava a Londra, e l’avrebbero usata per impersonare questo direttore durante una videoconferenza di gruppo, nella quale anche gli altri partecipanti, colleghi dell’operatore, sarebbero stati simulati sempre con l’intelligenza artificiale, perlomeno stando alle dichiarazioni attribuite alla polizia di Hong Kong [Rthk.hk, con video del portavoce della polizia, Baron Chan; The Register].

Dato che tutti i partecipanti alla videochiamata sembravano reali e avevano le sembianze di colleghi, quando l’operatore ha ricevuto l’ordine di effettuare quindici transazioni verso cinque conti bancari locali, per un totale appunto di 25 milioni di dollari, ha eseguito le istruzioni, e i soldi hanno preso il volo.

L’ipotesi che viene fatta dalla polizia è che i truffatori abbiano scaricato dei video dei vari colleghi e li abbiano usati per addestrare un’intelligenza artificiale ad aggiungere ai video una voce sintetica ma credibile. Il malcapitato operatore si sarebbe accorto del raggiro solo quando ha chiamato la sede centrale dell’azienda per un controllo.

La notizia viene accolta con un certo scetticismo da molti addetti alla sicurezza informatica. Già simulare un singolo volto e una singola voce in maniera perfettamente realistica è piuttosto impegnativo, figuriamoci simularne due, tre o più contemporaneamente. La potenza di calcolo necessaria sarebbe formidabile. Non c’è per caso qualche altra spiegazione a quello che è successo?

[The Standard presenta una ricostruzione un po’ diversa degli eventi: solo il direttore finanziario sarebbe stato simulato e gli altri quattro o sei partecipanti sarebbero stati reali. “An employee of a multinational company received a message from the scammer, who claimed to be the “Chief Financial Officer” of the London head office, asking to join an encrypted virtual meeting with four to six staffers. The victim recalled that the “CFO” spent most of the time giving investment instructions, asking him to transfer funds to different accounts, and ending the meeting in a hurry. He found that he was cheated after he made 15 transactions totaling HK$200 million to five local accounts within a week and reported to the police. It was discovered that the speech of the “CFO” was only a virtual video generated by the scammer through deepfake. Police said other employees of the same company were also instructed to attend the meeting.”]

Otto mesi dopo, cioè pochi giorni fa, un esperto di sicurezza, Brandon Kovacs, affascinato da quella truffa milionaria, ha dimostrato alla conferenza di hacking DEF CON che in realtà una videoconferenza nella quale tutti i partecipanti, tranne la vittima, sono in realtà delle simulazioni indistinguibili dagli originaliè fattibile, ed è fattibile con apparecchiature piuttosto modeste e sicuramente alla portata economica di una banda di criminali che spera in un bottino di svariati milioni di dollari.

La parte più impegnativa di quest’impresa è procurarsi delle riprese video delle persone da simulare. Queste registrazioni servono per addestrare un’intelligenza artificiale su misura a generare un deepfake in tempo reale della persona specifica. Ma oggigiorno praticamente chiunque lavori in un’azienda ha ore e ore di riprese video che lo riguardano nel contesto ideale per addestrare un’intelligenza artificiale: le registrazioni delle videoconferenze di lavoro alle quali ha partecipato.

Kovacs ha messo alla prova quest’ipotesi: è possibile creare un clone video di qualcuno usando solo informazioni pubblicamente disponibili e software a sorgente aperto, cioè open source?

La risposta è sì: insieme a una collega, Alethe Denis, di cui aveva le registrazioni pubblicamente disponibili delle sue interviste, podcast e relazioni a conferenze pubbliche, ha addestrato un’intelligenza artificiale e si è procurato una fotocamera digitale reflex professionale, delle luci, una parrucca somigliante ai capelli della collega, un telo verde e del software, e ha usato il deepfake generato in tempo reale come segnale di ingresso del microfono e della telecamera per una sessione di Microsoft Teams, nella quale ha parlato con i figli della collega, spacciandosi per lei in voce e in video in diretta. I figli ci sono cascati completamente, e se un figlio non si accorge che sua mamma non è sua mamma, vuol dire che l’inganno è più che adeguato.

Creare un deepfake del genere, insomma, non è più un’impresa: il sito tecnico The Register nota che un software come DeepFaceLab, che permette di addestrare un modello per creare un deepfake di una persona specifica, è disponibile gratuitamente. Anche il software per l’addestramento della voce esiste in forma open source e gratuita: è il caso per esempio di RVC. E la scheda grafica sufficientemente potente da generare le immagini del volto simulato in tempo reale costa circa 1600 dollari.

In pratica, Kovacs ha creato un kit per deepfake pronto per l’uso [mini-demo su LinkedIn]. Un kit del genere moltiplicato per il numero dei partecipanti a una videoconferenza non è a buon mercato per noi comuni mortali, ma è sicuramente una spesa abbordabile per un gruppo di criminali se la speranza è usarlo per intascare illecitamente 25 milioni di dollari. E quindi l’ipotesi della polizia di Hong Kong è plausibile.

Non ci resta che seguire i consigli di questa stessa forza di polizia per prevenire questo nuovo tipo di attacco:

  • primo, avvisare che esiste, perché molti utenti non immaginano nemmeno che sia possibile;
  • secondo, non pensare che il numero dei partecipanti renda particolarmente difficile questo reato;
  • e terzo, abituare e abituarsi a confermare sempre le identità delle persone che vediamo in video facendo loro delle domande di cui solo loro possono sapere la risposta.

E così la demolizione della realtà fatta dall’intelligenza artificiale prosegue inesorabile in entrambe queste storie: non possiamo più fidarci di nessuna immagine, né fissa né in movimento, ma possiamo fare affidamento su una costante umana che non varia nel tempo: la capacità e la passione universale di trovare il modo di usare qualunque tecnologia per imbrogliare il prossimo.

Fonte aggiuntiva: Lights, camera, AI! Real-time deepfakes coming to DEF CONThe Register

Podcast RSI – Frodi milionarie con numeri di telefono falsificati, in manette i fornitori: il caso Russian Coms

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


[CLIP: Squillo di telefono]

Il vostro telefonino squilla all’improvviso. Sul suo schermo compare il numero della vostra banca. Rispondete, e una voce molto precisa e professionale vi informa, con il tono leggermente spassionato di chi ha detto queste stesse parole infinite volte, che è successo quello che temevate e che un po’ tutti temiamo. Dei criminali informatici hanno avuto accesso al vostro conto corrente.

Per fortuna la vostra banca ha bloccato il tentativo di frode e vi sta chiamando appunto per informarvi della situazione e per chiedervi di smettere di usare le vostre coordinate bancarie attuali e sostituirle con quelle nuove, che vi verranno dettate tra un momento. A voi non resta che trasferire il saldo del conto dalle coordinate attuali a quelle nuove, e tutto sarà a posto.

Ma come avete probabilmente intuito, la chiamata è una messinscena, il numero che compare sul vostro schermo è stato falsificato, la voce è quella alterata digitalmente di un criminale che finge di essere un funzionario antifrode, e le coordinate nuove servono per convincervi a trasferire volontariamente i vostri soldi su un conto controllato dal malvivente.

Fin qui niente di nuovo, ma questa non è la storia dell’ennesimo caso di frode bancaria informatica: è la storia di Russian Coms, un vero e proprio servizio commerciale di assistenza tecnica ai criminali, il cosiddetto crime as a service, che vendeva kit chiavi in mano per aspiranti truffatori e ha permesso di derubare centinaia di migliaia di persone in oltre cento paesi per un totale di svariate decine di milioni di dollari.

Dico “vendeva” perché Russian Coms è stato sgominato dalle forze dell’ordine, arrestando varie persone e soprattutto prendendo il controllo dei server sui quali i criminali gestivano i rapporti con la propria clientela, promettendo discrezione e riservatezza. Ma ora tutti i dati di quei rapporti sono nelle mani degli inquirenti, e sul canale Telegram di Russian Coms è comparso un avviso: “tutto è stato compromesso, non importa quale software stiate usando. Anche tutti gli altri fornitori sono stati compromessi”.

L’avviso sul canale Telegram di Russian Coms. Fonte: National Crime Agency.

In altre parole, si salvi chi può.

Questo fuggi fuggi generale è un’occasione rara per gettare luce sulla filiera del crimine informatico e sulle sue tecniche, per riconoscerle e difendersi meglio, ma anche per rispondere a un paio di curiosità che magari vi siete posti: ma dove vanno esattamente i criminali online a procurarsi i ferri del mestiere? Vanno nel dark web? Sono tutti esperti del fai da te informatico, dediti al male? E poi, perché è possibile falsificare il numero del chiamante?

Benvenuti alla puntata del 9 agosto 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Questa storia inizia nel 2021, quando nasce un gruppo di criminali online che si fa chiamare Russian Coms anche se non ha nessun collegamento noto con la Federazione Russa. La sua specialità è offrire ad altri criminali servizi di caller ID spoofing, ossia di falsificazione del numero del chiamante. Servizi che fanno comparire sui telefonini delle persone chiamate un numero appartenente a una banca, a una compagnia telefonica o a una forza di polizia, per conquistare la fiducia di queste persone e aiutare così a carpirne i dati personali, le carte di credito e i soldi.

Russian Coms comincia offrendo ai propri clienti dei telefonini Android appositamente personalizzati, dotati di app finte che li fanno sembrare normali telefoni in caso di sequestro da parte della polizia, di VPN per rendere meno tracciabili le attività criminali per le quali vengono usati, e anche di una app di autodistruzione che cancella istantaneamente la memoria dello smartphone in caso di necessità. Successivamente offre anche lo stesso servizio tramite una web app.

Russian Coms propone contratti di sei mesi che costano circa 1300 euro in tutto, sono pagabili con criptovalute e vengono pubblicizzati su Snapchat, Instagram e Telegram, e su un normalissimo sito Web, Russiancoms.cm. Non provate a visitarlo adesso: non ci troverete nulla. Lo so perché ho provato io per voi.

Avete capito bene: niente dark web, ma tutto sfacciatamente alla luce del sole, sul Web normale, sui social network, come se niente fosse.

Le offerte di contratto sul sito Web di Russian Coms. Fonte: National Crime Agency.

Il servizio è completo e professionale: le chiamate sono cifrate, viene offerto un software che altera la voce in tempo reale, i costi delle telefonate internazionali sono inclusi nel canone, e naturalmente c’è un’assistenza clienti disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Un livello di customer care invidiabile, migliore di quello di tante aziende regolari.

Gli affari di Russian Coms vanno bene. I suoi clienti arrivano a saccheggiare conti correnti in ben 107 paesi, dagli Stati Uniti alla Norvegia, dalla Francia alle Bahamas. Fra il 2021 e il 2024, gli utenti paganti di Russian Coms effettuano milioni di chiamate a milioni di vittime, fingendo di rappresentare aziende di buona reputazione e facendosi dare soldi per merci mai consegnate, spacciandosi per banche per accedere ai conti correnti delle persone chiamate, e organizzando in alcuni casi il ritiro fisico, fatto di persona, di carte di debito e di credito con la scusa che andavano sostituite per motivi di sicurezza. Il sistema funziona. Nel Regno Unito, per esempio, il danno medio ammonta a oltre 9000 sterline (circa 10.000 euro o franchi) per ciascuna delle circa 170.000 vittime.

Ma a marzo 2024 le cose prendono una brutta piega per i membri di Russian Coms.


Dopo mesi di indagini, gli agenti della National Crime Agency britannica arrestano due uomini di 26 e 28 anni a Londra. Gli inquirenti ritengono che si tratti degli sviluppatori e degli amministratori del servizio.

Nei giorni successivi, il sito di Russian Coms viene disattivato, e il 12 aprile viene arrestato, sempre a Londra, un altro uomo che viene considerato uno degli addetti alla consegna di persona degli smartphone modificati. Pochi giorni fa è stato arrestato, sempre nel Regno Unito, uno dei clienti di Russian Coms, e inoltre l’Europol ha in corso altre operazioni analoghe in vari altri paesi.

Gli agenti britannici hanno reso pubblici i dettagli di questa vicenda il primo agosto scorso, pubblicando anche un video dell’irruzione e dell’arresto e una schermata tratta dal sito di Russian Coms che ne illustra il tariffario.

[rumore dell’irruzione]

Sul canale Telegram di Russian Coms i messaggi dei criminali sono stati sostituiti da un avviso che informa la clientela, per così dire, che il servizio “è ora sotto il controllo delle forze dell’ordine internazionali” e annuncia che “La polizia verrà a trovarvi presto”, con tanto di emoji sorridente ma non troppo.

L’avviso sul canale Telegram di Russian Coms. Fonte: National Crime Agency.

La National Crime Agency sottolinea che anche se le tecnologie sofisticate e le tecniche professionali usate da gruppi come Russian Coms “promettono l’anonimato, a insaputa dei loro utenti criminali registrano e conservano i loro dati, e quindi è possibile identificare chi sono e come operano”.

Il fatto che i server dei fornitori del servizio siano stati acquisiti dalle forze dell’ordine implica un bottino ingentissimo di dati, e soprattutto di identità di vittime e truffatori, che fotografa l’intera organizzazione e la sua clientela con un dettaglio che si vede di rado. La polizia londinese ha dichiarato di aver svolto controlli incrociati su oltre 100.000 dati, compresi indirizzi IP, numeri di telefono e soprattutto nomi, per identificare i sospettati e rintracciare anche le loro vittime.

L’obiettivo di questo intervento e del suo annuncio al pubblico è minare in generale la fiducia dei malviventi in questi fornitori di servizi e quindi spezzare la filiera del crimine organizzato, ma è anche un’occasione per ricordare al pubblico alcune regole di cautela da adottare per non finire tra le vittime di questi professionisti dei reati digitali.

Se ricevete una chiamata inattesa di qualcuno che dice di rappresentare la vostra banca, un servizio finanziario, un corriere o qualunque ente ufficiale e vi mette sotto pressione chiedendovi di prendere una decisione immediata riguardante del denaro oppure vi chiede dati personali, riagganciate e chiamate subito il numero che trovate sul sito dell’ente o del servizio in questione o sul retro della vostra carta di credito o di debito. Nessuna azienda seria e nessun ente vi metterà mai fretta chiedendovi di prendere subito decisioni importanti per telefono.


Vicende come quella di Russian Coms rivelano che i criminali online non sono tutti esperti del settore, non sono tutti geni malvagi dell’informatica: sono molto spesso dei semplici consumatori opportunisti, a volte inetti, di tecnologie sviluppate da altri e comprate chiavi in mano, senza sapere nulla del loro funzionamento, e possono commettere questo tipo di reati solo perché trovano facilmente chi fornisce loro i grimaldelli informatici necessari.

C’è anche un altro aspetto messo in luce da questo successo delle forze di polizia contro il crimine online, ed è il fatto a prima vista assurdo che il sistema telefonico mondiale consenta di falsificare il numero del chiamante.

Se non ci fosse questa possibilità, i malviventi perderebbero un appiglio psicologico molto importante nel costruire la propria credibilità e nel conquistare la fiducia delle loro vittime, che non si aspettano che esista una funzione del genere e si fidano del numero che vedono sul proprio schermo. Ma allora perché gli operatori telefonici non cambiano le cose, visto che questa possibilità di falsificazione consente frodi da decine di milioni di dollari come quella di Russian Coms?

La risposta, poco intuitiva, è che in realtà ci sono dei casi legittimi nei quali chi chiama ha bisogno di far comparire un numero differente da quello effettivo, come per esempio un call center che effettua chiamate per conto di varie aziende, oppure una ditta che ha varie sedi ma vuole presentarsi ai clienti sempre con lo stesso numero per non creare confusione, e quindi le compagnie telefoniche devono lasciare aperta questa possibilità.

Tuttavia possono mettere delle regole, per cui per esempio il numero da visualizzare (il cosiddetto Presentation Number) non può appartenere a un paese differente da quello del numero effettivo (il cosiddetto Network Number). E infatti alcuni operatori telefonici lo fanno [lo spiega qui Ofcom per il Regno Unito]. Ma per tutta risposta, i criminali eludono questo filtro procurandosi numeri di telefono nazionali.

Per ogni difesa, insomma, i malviventi inventano un attacco che la scavalca dal punto di vista strettamente tecnico. Ma se si riesce a far salire il costo e la complessità di questo attacco, diventa meno conveniente effettuarlo e le persone capaci di compierlo e di procurarsi le risorse necessarie diventano meno numerose. E se la difesa adottata costringe per esempio gli aggressori a usare numeri di telefono del paese che vogliono colpire, quei criminali non possono più agire impunemente dall’estero ma devono risiedere localmente, e questo non solo complica la logistica di questi reati ma rende enormemente più semplici gli interventi di giustizia e di polizia, che non vengono più ostacolati dalla necessità di rogatorie e coordinamenti internazionali interforze.

Le soluzioni tecniche, dunque, ci sono [STIR/SHAKEN, CLI authentication, eccetera]; il problema è mettere d’accordo tutti gli operatori del mondo su quale soluzione adottare, coordinarli su questa adozione senza trovarsi con interi paesi bloccati per errore, e convincerli ad affrontare la spesa del cambiamento. Buona fortuna.

In attesa di quel momento, a noi utenti non resta altro che imparare a essere diffidenti su tutto, anche su un concetto in teoria elementare come il numero di telefono di chi ci chiama e ci compare sullo schermo.

Fonti

Podcast RSI – Interfacce touch per auto, 40 anni di seduzione pericolosa

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[CLIP: Rumore di auto elettrica che parte da ferma e accelera]

Le automobili di oggi sono dei computer su ruote, hanno un numero sempre maggiore di funzioni e servizi, e si pone il problema di come permettere al conducente di gestire tutta questa complessità. Per usare il gergo informatico, è necessario adeguare la cosiddetta interfaccia utente.

La soluzione sempre più diffusa è uno schermo tattile, che sostituisce le levette e i pulsanti fisici, ma ci sono anche i comandi capacitivi, ossia finti pulsanti che si azionano semplicemente sfiorandoli e non si muovono fisicamente.

Eppure la sensazione di molte persone che guidano questi veicoli è che le interfacce touch, una volta passato l’effetto wow e superato l’impatto estetico seducente, siano scomode e in alcuni casi addirittura pericolose. Cominciano a essere pubblicate anche delle ricerche tecniche che sembrano confermare questa sensazione. Ma allora perché quasi tutti i costruttori di automobili insistono a usare questo tipo di interfaccia?

Questa è la storia delle interfacce touch nelle automobili. Una storia che comincia, sorprendentemente, nel 1986, quasi quarant’anni fa, e che rivela il lungo flirt dell’industria automobilistica con una tecnologia in apparenza avveniristica ma in realtà perlomeno controversa. Un flirt nel quale la persona più importante, cioè il conducente, finisce spesso per trovarsi nel ruolo del terzo incomodo che deve fare buon viso a cattivo gioco.

Benvenuti alla puntata del 2 agosto 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Se qualcuno nomina il concetto di interfaccia touch per le auto, o in altre parole parla di automobili che si comandano in gran parte non con dei pulsanti, delle manopole o delle levette fisiche ma usando uno schermo interattivo e sensibile al tocco, il pensiero corre facilmente a una marca ben precisa: Tesla. Le sue auto, esclusivamente elettriche, sono famose per i loro schermi giganti incastonati nel cruscotto, da usare per comandarne le mille funzioni offerte dal software di bordo.

Ma in realtà la prima interfaccia touch, ossia il primo schermo sensibile al tocco presente in un’automobile risale a molto prima della nascita del marchio Tesla: risale addirittura al 1986. In quell’anno la casa automobilistica statunitense Buick presentò il Graphic Control Center, uno schermo tattile da nove pollici, incastonato nel cruscotto della sua coupé Riviera di settima generazione. Era un monitor a tubo catodico, monocromatico, con caratteri verdi su sfondo nero, e a detta della casa costruttrice riuniva in un unico elemento ben 91 funzioni che altrimenti avrebbero richiesto pulsanti, selettori, interruttori e manopole sul cruscotto.Da questo schermo sensibile al tatto si comandavano per esempio l’aria condizionata, l’autoradio, i sistemi diagnostici e si monitoravano i consumi di carburante.

Lo schermo touch di una Buick Riviera, versione del 1989. Immagine tratta da questo video.

Fu un fiasco, perché i conducenti si lamentarono che usare lo schermo tattile era scomodo e li distraeva troppo dalla guida, obbligandoli a togliere gli occhi dalla strada molto di più di quanto facessero quei comandi fisici che il monitor tattile aveva sostituito. Buick non installò più questo sistema touch, e l’idea delle interfacce tattili rimase parcheggiata con le quattro frecce per circa vent’anni.

Nel 2001 arrivò infatti BMW, che introdusse iDrive, un’interfaccia di gestione incentrata su uno schermo da quasi 9 pollici di diagonale, finalmente piatto e non a tubo catodico ma a LCD, che sostituiva tutta la pulsantiera del sistema di intrattenimento di bordo. Non era comandabile toccandolo: la persona alla guida vi interagiva tramite una manopola fisica che permetteva di esplorare i suoi vari menu e sottomenu.

Gli schermi nei cruscotti cominciarono man mano a diffondersi, ma solo come coprotagonisti di un pannello comandi che restava affollato di bottoni. Tesla arrivò con la sua interfaccia touch soltanto nel 2012, ma lo fece col botto, piazzando al centro del cruscotto della sua prima berlina, la Model S, un monumentale schermo tattile da ben 17 pollici, ed eliminando quasi completamente i pulsanti fisici. Praticamente tutte le funzioni dell’auto, comprese quelle importanti per la sicurezza di guida come l’accensione dei fendinebbia, passavano da quello schermo, con un effetto avveniristico che fece immediatamente presa nell’opinione pubblica. E la tendenza di questa marca al minimalismo dei pulsanti è proseguita con i modelli successivi. Nelle Tesla più recenti, anche la direzione delle bocchette di ventilazione si comanda dallo schermo touch, è scomparso il quadrante degli strumenti, quello che stava dietro il volante, e sono sparite anche le levette per azionare le frecce, sostituite da tasti capacitivi, ossia delle superfici a sfioramento integrate nelle razze del volante. Anche le marce si selezionano toccando lo schermo oppure dei tasti capacitivi inseriti in modo quasi invisible nella plafoniera.

Ora moltissimi costruttori di automobili mettono un grande schermo tattile al centro dei loro cruscotti: è la moda di design del momento, perché fa colpo sul cliente, elimina tantissimi anfratti che attirano antiestetica polvere, ma soprattutto fa risparmiare tanti soldi al costruttore, che si trova ad avere meno componenti e sottocomponenti da montare durante la fabbricazione, quindi meno costi di manodopera, e non deve gestire una selva di pulsanti, cavi, levette e relativi ricambi da tenere a magazzino per anni. Inoltre consente di aggiungere nuove funzioni con un semplice aggiornamento software, senza dover installare pulsanti extra o dover rifare gli stampi e le procedure di assemblaggio per offrire un cruscotto modificato.

Il caso forse più estremo è quello di Mercedes, che nella sua EQS offre in opzione il cosiddetto Hyperscreen, uno schermo largo 56 pollici, circa un metro e mezzo, composto da tre pannelli da 12 pollici e da uno da quasi 18 pollici.

Ma non è un po’ troppo tutto questo?


Euro NCAP, una delle più prestigiose organizzazioni europee per la sicurezza automobilistica, sostenuta dall’Unione Europea e da numerosi ministeri nazionali dei trasporti, ha annunciato a marzo del 2024 che i suoi nuovi test di sicurezza, previsti per il 2026, incoraggeranno le case automobilistiche a usare “comandi fisici e separati per le funzioni di base in maniera intuitiva per limitare il tempo trascorso con gli occhi distolti dalla strada e quindi promuovere una guida più sicura”. Inoltre ha dichiarato che “l’uso eccessivo degli schermi tattili è un problema che tocca l’intero settore” perché “obbliga i conducenti a spostare lo sguardo dalla strada e aumenta il rischio di incidenti dovuti alla distrazione” [Interesting Engineering].

Già nel 2022 una rivista di settore svedese aveva dimostrato che i pulsanti fisici sono solitamente più sicuri degli schermi tattili. Lo aveva fatto misurando il tempo di spostamento dello sguardo necessario per compiere quattro compiti relativamente semplici. Su una Volvo V70 del 2005, dotata solo di pulsanti, il tempo complessivo era stato di dieci secondi. Sulla BMW iX, basata su uno schermo touch, le stesse operazioni avevano richiesto il triplo del tempo, trenta secondi, e su una MG Marvel R erano serviti addirittura 45 secondi di distrazione.

Anche senza arrivare al rigore di un test come questo, è abbastanza intuitivo che se ci si trova improvvisamente in un banco di nebbia è molto più sicuro avere un pulsante per accendere i fendinebbia, un pulsante che si può trovare e premere senza togliere lo sguardo dalla strada in un momento critico del genere, che avere una zona specifica dello schermo che bisogna toccare per attivare un menu dal quale bisogna poi scegliere l’icona giusta e centrarla con il dito, senza nessun riscontro fisico di averla toccata correttamente.

Va detto che pulsanti e interfacce fisiche non sono automaticamente una garanzia di sicurezza. Come gli informatici e i piloti collaudatori ben sanno, qualunque interfaccia può causare confusione, distrazione e disastri anche fatali se non è pensata bene. Un caso tristemente noto in campo automobilistico è quello della leva del cambio della Fiat Chrysler Grand Cherokee del 2015. Una leva tangibile, impugnabile, che però era stata concepita in modo da non mantenere fisicamente una posizione differente a seconda della marcia inserita. Tornava sempre alla posizione centrale, lasciando come unica indicazione del suo stato una piccola spia luminosa.

Molti conducenti erano scesi dall’auto pensando di averla messa in Park quando in realtà era ancora in Drive o in folle o addirittura in retromarcia, col risultato che l’auto si muoveva da sola. Alla fine, dopo almeno 41 casi di ferimento legati a questa interfaccia, Fiat Chrysler era stata costretta a richiamarne oltre un milione di esemplari. Questo errore di progettazione dell’interfaccia è fra le probabili cause della morte nel 2016 dell’attore di Star Trek Anton Yelchin, schiacciato contro un cancello di sicurezza dalla propria Grand Cherokee lasciata inavvertitamente in folle in pendenza.

Non è solo una questione di schermi tattili al posto dei pulsanti: anche la recente moda di adottare comandi capacitivi a sfioramento ha i suoi problemi di interfaccia. Alcuni proprietari di auto Volkswagen affermano infatti che questi pseudo-pulsanti, presenti sul volante, causano incidenti.

Siccome si tratta di superfici estremamente sensibili al tocco, basta sfiorarle inavvertitamente, magari durante una manovra di parcheggio, per dare i comandi corrispondenti. Finché si alza per errore il volume dell’autoradio non è un problema grave, ma se si riattiva involontariamente il cruise control o tempomat, i cui comandi sono sulle razze del volante, l’auto accelera di colpo e a sorpresa. Le segnalazioni di incidenti di questo genere si stanno accumulando nei forum online [Ars Technica], ma per ora manca un’inchiesta formale, per cui sono dati da prendere con un pizzico di cautela. In ogni caso Volkswagen ha deciso di non attendere test formali e ha annunciato sin da ottobre 2022 che ripristinerà i pulsanti fisici veri e propri sul volante, scrivendo che “è quello che ci chiedono i clienti”.

Insomma, se vi lamentate che le interfacce touch di oggi non vi vanno a genio, non siete soli e non siete diventati brontoloni che non sanno stare al passo con i tempi. Il problema è molto concreto e diffuso, tanto che esistono aziende che vendono pulsantiere Bluetooth per ridare agli utenti dei bottoni da pigiare almeno per le funzioni più frequenti che sarebbero invece accessibili soltanto toccando uno schermo.

Il minimalismo è una scelta di design valida nell’informatica di consumo, dove l’estetica può essere privilegiata tranquillamente rispetto alla velocità e alla intuitività d’uso, ma i dati indicano che non è affatto una scelta altrettanto valida nella sicurezza stradale, anche se per molti costruttori di automobili il ritorno alle interfacce utente fisiche, con i relativi costi e le associate complessità di fabbricazione, è letteralmente un tasto che non vogliono toccare.

Fonti