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Aprile 2025

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/04/28

È andata in onda ieri mattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, in una versione un po’ insolita perché mi sono collegato dalle Canarie via Zoom e ho raccontato l’atmosfera del festival di scienza e musica Starmus e ho portato alcuni spezzoni di interviste ai protagonisti (ringrazio Thomas Villa per la condivisione delle clip audio).

La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Il Delirio del Giorno: ho osato dire di no a una richiesta di assistenza tecnica gratuita

Pochi giorni fa ho ricevuto questa mail, che riporto pari pari omettendo solo il nome del mittente:

CARO PAOLO,TI RICORDI DI ME? IO HO UN GROSSO PROBLEMA CON POBOX.COM POBOX E’ STATA INGLOBATA DA FASTMAIL E ORA NON SO COME FARE.

MI PUOI AIUTARE? MI FARESTI UNA CORTESIA.

GRAZIE.

La mia risposta:

Buongiorno G*******,

mi spiace, ma non ho assolutamente tempo di fare assistenza informatica a nessuno.

Ti consiglio di trovare una persona sul posto che ti possa aiutare.

Ciao,

Paolo

La garbata e serena risposta:

PAOLO ATTIVISSIMO,

DEVO DIRTI CHE SEI UN BEL L’EGOISTA! IO NON-HO NESSUNO CHE MI AIUTA, NEMMENO UN TECNICO QUI A SENIGALLIA DI QUELLI CHE FANNO ANCHE LE CONFIGURAZIONI DI POSTA ELETTRONICA, NEMMENO SE LO PAGO A PESO D’ORO! NESSUN TECNICO QUI’ A SENIGALLIA SI OCCUPA DI FARE CONFIGURAZIONI DI POSTA ELETTRONICA! GENTE EGOISTA COME TE MI FA PROPRIO SCHIFO! SPERO CHE TI VENGA QUALCHE BRUTTO MALE, SPERO CHE TI POSSA VENIRE UN TUMORE MALIGNO DEI PEGGIORI! DI QUELLI CHE NON PERDONANO! LA STESSA COSA AUGURO A QUEI TECNICI CHE SI RIFIUTANO DI FARE LE CONFIGURAZIONI DI POSTA ELETTRONICA ANCHE PAGANDOLI PROFUMATAMENTE!

I TUMORI MALIGNI VENGONO A MOLTI E SPERO CHE PRESTO POSSA VENIRE ANCHE A TE. TI AUGURO LE PEGGIORI DISGRAZIE NELLA TUA FAMIGLIA! I MIEI GENITORI SONO MORTI DIVERSI ANNI FA E NON-HO MOLTO DA PERDERE! SONO RIMASTO SOLO COME UN CANE. HO SOLO MIA SORELLA CHE MI AIUTA PER QUELLO CHE PUO’. ESSA PURTROPPO NON-E’ UN TECNICO, MA UN MEDICO!         

                                          FUCK YOU!                    

                                        YOU  SHITHEAD! 

Non l’ha presa bene.

Starmus La Palma, quarta giornata

Questo è il programma di oggi, quarto e ultimo giorno di questa festa di scienza e musica. Trovate i dettagli sul sito dell’evento, Starmus.com.

Kip Thorne (fisico e premio Nobel) e Lia Halloran (pittrice e fotografa) The Warped Side of the Universe. Una lezione pittorica e scientifica sulle fluttuazioni quantistiche del vuoto come mattoni costitutivi dell’Universo e come strumenti per misurare le onde gravitazionali e altri fenomeni incredibilmente fini. Inevitabile e potente il grido di allarme di Thorne per l’attacco senza precedenti alla scienza di Donald Trump e Elon Musk negli Stati Uniti.

Kip Thorne e Lia Halloran.

Marie Edmonds (Vulcanologa e petrologa) Volcano: Friend or Foe? Gli effetti negativi e positivi dei vulcani, come supporto alla vita e contenimento dei cambiamenti climatici.

Marie Edmonds.

Matt Mountain (astrofisico) Expanding Perspectives: The Power of Astronomy and Future Telescopes to Change Our World. Affascinante riepilogo delle scoperte rivoluzionarie permesse dai telescopi. Quando sarà possibile osservare le superfici di pianeti? Se la fisica quantistica viene applicata ai grandi telescopi, presto.

Kurt Wüthrich (chimico/biofisico, premio Nobel) Dark Matter in the Human Genome, RNA and Proteome. L’incredibile complessità del mondo delle proteine, raccontato con un occhio all’intelligenza artificiale e uno all’idea di “materia oscura” proteica.

Mario Livio (astrofisico, autore di bestseller) The Quest for Cosmic Life.

Donna Strickland (fisico e premio Nobel) Laser Acceleration for Medical Treatments.

George Smoot (astrofisico e premio Nobel) Stem Cell Therapy Centre Automation and Safety.

Jill Tarter (astrofisica, pioniera della ricerca di vita extraterrestre) Search for Extraterrestrial Intelligence.

Pablo Álvarez (astronauta ESA e ingegnere aerospaziale) Roads To Cosmos.

Jim Bell (scienziato planetario, ex presidente della US Planetary Society) Finding Life on Other Worlds: This Century’s Exploration Imperative.

Podcast RSI – Intelligenze artificiali imposte a forza in WhatsApp, Word, Google: come resistere e perché

Questo è il testo della puntata del 28 aprile 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: voce di Schmidt che dice “[…] people are planning 10 gigawatt data centers […], an average nuclear power plant in the United States is one gigawatt. How many nuclear power plants can we make in one year while we’re planning this 10 gigawatt data center? […] data centers will require an additional 29 gigawatts of power by 2027 and 67 more gigawatts by 2030”] [Trascrizione integrale su Techpolicy.press; video su YouTube; spezzone dell’intervento su Instagram]

Questa è la voce di Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google, durante un’audizione davanti a una commissione per l’energia della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, il 9 aprile scorso. Schmidt spiega che sono in corso di progettazione dei data center, vale a dire dei centri di calcolo per supportare l’intelligenza artificiale, che consumeranno 10 gigawatt ciascuno, ossia l’equivalente di dieci centrali nucleari. Il fabbisogno energetico stimato della IA, continua Schmidt, è di 29 gigawatt entro il 2027 e di altri 67 entro il 2030.

La sua domanda su quante centrali nucleari si possano costruire ogni anno per placare questa fame di energia è ovviamente abbastanza retorica, ma il suo intervento solleva una questione molto concreta. Quanta energia che servirebbe altrove stiamo bruciando per l’intelligenza artificiale? E di preciso, cosa stiamo ottenendo in cambio concretamente? Siamo sicuri che ne valga veramente la pena? Perché accanto a risultati interessanti e positivi in alcune nicchie, continuano ad accumularsi gli esempi di stupidità asinina di questa tecnologia e di figuracce da parte delle aziende che la adottano con eccessiva euforia.

Eppure i grandi nomi del settore informatico insistono a includere a forza la IA in tutti i loro prodotti, da Google a WhatsApp a Word, anche se gli utenti non l’hanno chiesta e in alcuni casi proprio non la vogliono, come è appena avvenuto appunto per WhatsApp.

Questa è la storia di alcuni di questi esempi e delle tecniche concrete che si possono adottare per resistere a un’avanzata tecnologica che per alcuni esperti è un’imposizione invadente e insostenibile.

Benvenuti alla puntata del 28 aprile 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Nella puntata del 24 marzo scorso ho già raccontato alcune delle stupidaggini enunciate con elettronica certezza dalle intelligenze artificiali sulle quali si stanno investendo montagne di miliardi. Ho citato per esempio il fatto che secondo la IA di Google, la trippa è kosher o meno a seconda della religione della mucca dalla quale proviene. Ora gli utenti hanno scoperto un’altra bizzarria fuorviante e ingannevole di questo software: se si chiede a Google il significato di un’espressione o di un modo di dire in inglese, il motore di ricerca spesso risponde mettendo in primo piano una spiegazione completamente falsa, inventata dall’intelligenza artificiale, e solo dopo elenca i normali risultati di ricerca.

Ma l’utente medio non ha modo di sapere che la spiegazione è totalmente sbagliata. Si rivolge appunto a Google perché non conosce quel modo di dire e non è un linguista esperto, e quindi tende a fidarsi di quello che Google gli dice. Anche perché glielo dice con enfatica autorevolezza, con tanto di link a fonti, che esistono ma in realtà dicono tutt’altro.

E così secondo Google esisterebbe per esempio in inglese il modo di dire “l’oritteropo abbassa lo sguardo sempre per primo”, che stando alla IA significherebbe che una persona di un certo tipo tende ad arrendersi facilmente se viene sfidata. Sempre Google afferma che in inglese si dice “non puoi leccare due volte un tasso” per indicare che non si può ingannare due volte la stessa persona, e si dice “c’è sempre una mangusta in ogni aula di tribunale” per riferirsi a una strategia legale adottata da alcuni avvocati [Bluesky]. È tutto falso; è tutta un’allucinazione generata dal modo in cui funziona l’intelligenza artificiale.

Un altro modo di dire inglese che non esiste se non nell’energivora fantasia di silicio della IA di Google è “quando l’ape ronza, le fragole cadono”. So che non esiste perché l’ho inventato io pochi minuti fa per questo podcast. Ma se chiedo lumi all’intelligenza artificiale di Google questa frase è un saying, ossia un modo di dire esistente e usato, e rappresenterebbe “l’importanza delle api nell’impollinazione e nella successiva maturazione dei frutti come appunto le fragole”. Lasciamo stare il fatto che la fragola non è un frutto nel senso botanico del termine (se volete sapere perché, la spiegazione è su Wikipedia): quello che conta è che l’utente si rivolge a Google per avere informazioni e invece ne ottiene sistematicamente una bugia che rischia di non saper riconoscere come tale.

Ma quello che conta ancora di più è che quell’utente ora si ritrova in cima ai risultati di ricerca una risposta generata dalla IA, che la voglia o no. E quindi ogni ricerca fatta su Google consuma molta più energia di prima.

È difficile dire quanta, perché ci sono tantissime variabili da considerare, ma il CEO di OpenAI, Sam Altman, ha scritto semiseriamente su X che già solo dire “per favore” e “grazie” a ChatGPT costa alla sua azienda decine di milioni di dollari in energia elettrica per elaborare le risposte a questi gesti di cortesia. Secondo una ricerca del Washington Post, far generare a una IA una cinquantina di mail lunghe 100 parole ciascuna consuma circa 7,5 kWh: quanto basta per fare grosso modo quaranta chilometri in auto elettrica.

L’unico modo pratico per evitare di contribuire a questo spreco di energia indesiderato e spesso inutile è usare un motore di ricerca alternativo privo di intelligenza artificiale o nel quale sia possibile disattivare le funzioni basate su IA, come per esempio DuckDuckGo [istruzioni; link diretto alle impostazioni].

In questo caso, insomma, l’intelligenza artificiale fornisce un disservizio, inganna gli utenti e spreca energia. Ma può anche fare molto di più: per esempio può danneggiare l’azienda che la usa. E se l’azienda in questione è una di quelle legate a doppio filo all’intelligenza artificiale, l’ironia della situazione diventa particolarmente vistosa.


Cursor.com è una delle principali aziende che sta cavalcando la popolarità dell’intelligenza artificiale come assistente per la scrittura rapida di software. Una decina di giorni fa, uno dei clienti di Cursor.com, uno sviluppatore di software, ha notato che non era più possibile collegarsi al sito dell’azienda da più di un dispositivo, cosa che invece prima si poteva fare. Gli sviluppatori lo fanno spessissimo per necessità di lavoro.

Il cliente ha contattato l’assistenza clienti di Cursor.com, e un assistente che si faceva chiamare Sam gli ha risposto via mail che questa situazione era normale e prevista, perché era dettata da una nuova regola legata a esigenze di sicurezza e ora serviva un abbonamento distinto per ciascun dispositivo. Ma la regola non esisteva: se l’era inventata Sam, che come avrete sospettato è un’intelligenza artificiale. Una IA che fra l’altro non dichiarava di essere una macchina e si spacciava per una persona.

Il cliente ha segnalato inizialmente la novità apparente su Reddit, e così molti altri utenti sviluppatori di Cursor.com, indignati per la grave riduzione dell’usabilità del software comportata da questa regola, hanno disdetto i loro abbonamenti, annunciando pubblicamente la loro decisione e spargendo la voce.

Ci sono volute tre ore prima che qualcuno di Cursor.com, una persona in carne e ossa, intervenisse e spiegasse che la nuova regola non esisteva e che si trattava di “una risposta inesatta data da un bot di supporto pilotato dalla IA”. Uno dei cofondatori dell’azienda ha chiesto pubblicamente scusa e il cliente che aveva segnalato inizialmente la situazione è stato rimborsato. Ma resta il fatto che Cursor.com non aveva avvisato gli utenti che l’assistenza clienti di primo livello era fatta da un’intelligenza artificiale e anzi dava alla sua IA un nome di persona. Anche qui, l’intelligenza artificiale veniva imposta agli utenti senza ma e senza se.

È particolarmente ironico che un’azienda che vive di intelligenza artificiale e che fa soldi vendendo strumenti di miglioramento della produttività basati su IA sia stata tradita dal proprio eccesso di fiducia in questa tecnologia, che ha fatto ribellare i suoi utenti chiave, esperti di informatica. E la lezione di fondo, per qualunque azienda, è che esporre verso i clienti un chatbot che genera risposte usando l’intelligenza artificiale comporta un rischio reputazionale altissimo; prima o poi quella IA avrà una cosiddetta allucinazione e produrrà una risposta falsa e dannosa [Ars Technica].

E i campioni in fatto di esposizione al pubblico di intelligenze artificiali sono i motori di ricerca come Google e i servizi conversazionali di IA come ChatGPT, Claude o Perplexity. O perlomeno lo sono stati fino a pochi giorni fa, quando sono stati spodestati dall’introduzione di un servizio di intelligenza artificiale in WhatsApp e altre applicazioni. Nelle prossime settimane, circa due miliardi e mezzo di persone in tutto il mondo si troveranno imposto a forza il servizio di IA di Meta.


Se avete notato un cerchio blu nel vostro WhatsApp, in Facebook Messenger o in Instagram, avete già ricevuto l’intelligenza artificiale di Meta: un chatbot che risponde alle vostre domande usando la IA gestita dall’azienda di Mark Zuckerberg. Come tutte le intelligenze artificiali, genera risposte che possono essere completamente sbagliate ma superficialmente plausibili, e questo Meta lo dice nel lungo messaggio di avviso che compare la prima volta che si avvia Meta AI (si chiama così).

Il problema è che questa intelligenza artificiale di Meta non è disattivabile o rimovibile: è imposta. Certo, Meta dichiara che Meta AI non può leggere le vostre conversazioni, quindi basterebbe ignorarla e far finta che non ci sia. Ma la tentazione è forte, e miliardi di persone che non hanno mai interagito con una IA e non ne conoscono pregi e limiti proveranno a usarla, senza leggere le avvertenze in molti casi, e crederanno che sia attendibile.

Quelle avvertenze, fra l’altro, sconsigliano di “condividere informazioni, anche sensibili, su di te o altre persone che non vuoi che l’IA conservi e utilizzi”, e dicono che “Meta condivide le informazioni con partner selezionati”. E in una mail separata, che moltissimi non leggeranno, Meta avvisa che userà le informazioni pubbliche degli utenti, “come commenti e post dagli account di persone di almeno 18 anni sulla base degli interessi legittimi.”

In altre parole, qualunque conversazione fatta con questa IA, qualunque domanda di natura medica, qualunque richiesta di informazioni su qualunque persona, argomento, prodotto o servizio verrà digerita dalla IA di Meta e venduta ai pubblicitari. Cosa mai potrebbe andare storto? [BBC]

È vero che Meta specifica, sempre nella mail separata, che ogni utente ha il diritto di opporsi all’uso delle sue informazioni. Ma quanti sapranno di questo diritto? E di questi, quanti lo eserciteranno? E soprattutto, ancora una volta, all’utente viene imposto un servizio di intelligenza artificiale potenzialmente ficcanaso e spetta a lui o lei darsi da fare per non esserne fagocitato.

Lo stesso tipo di adozione forzata si vede in Word e Powerpoint e in generale nei prodotti Microsoft: tutti integrano Copilot, la IA dell’azienda, e gli utenti devono arrabattarsi, spesso con modifiche molto delicate e poco ortodosse di Windows, se non vogliono avere tra i piedi l’onnipresente icona di Copilot. Bisogna per esempio modificare delle voci nel Registro oppure adottare una versione particolare di Windows 10 garantita fino al 2032 [The Register].

La domanda di fondo, dopo questa carrellata di esempi, è molto semplice: se l’intelligenza artificiale generalista è davvero un’invenzione così efficace e utile agli utenti come viene detto dai suoi promotori, perché le aziende sentono il bisogno di imporcela invece di lasciare che siamo noi a scegliere di adottarla perché abbiamo visto che funziona?

Ho provato a fare questa domanda a ChatGPT, e la sua risposta è stata particolarmente azzeccata e rivelatrice: “L’adozione forzata dell’IA” dice ChatGPT “non nasce tanto dal fatto che non funziona, ma piuttosto da dinamiche di potere, controllo del mercato, gestione dell’innovazione e tentativi di plasmare le abitudini degli utenti. Ma la vera prova di efficacia dell’IA sarà quando gli utenti vorranno usarla non perché devono, ma perché vogliono.”

So che in realtà sta semplicemente usando le parole chiave della mia domanda per rispondermi in modo appagante. Ma lo sta facendo dannatamente bene. Resistere alle sue lusinghe di instancabile yesman sarà davvero difficile. Prepariamoci.

Starmus La Palma, terza giornata

Domenica è stato un giorno relativamente tranquillo: non ci sono state conferenze, ma i relatori e alcuni ospiti sono stati portati a visitare i grandi telescopi situati sull’isola e hanno partecipato a due tavole rotonde, che però non sono state trasmesse pubblicamente.

In compenso, grazie al collega e amico Thomas Villa ho potuto chiacchierare con Jill Tarter e regalarle una sana risata con la notizia dell’IA di Google che dice che la trippa è kosher a seconda della religione della mucca.

La sera, la Dama e io abbiamo partecipato alla cena di gala, all‘aperto, con tanto di fuochi d’artificio. Stare a tavola con direttori generali di centrali a fusione e donne astronauta è stato surreale e fantastico.

Starmus La Palma, seconda giornata

Anche oggi la Dama e io, insieme a tutti i partecipanti al festival di scienza e musica Starmus, ci prepariamo a una scorpacciata di buon cibo locale e di scienza. Stamattina a colazione ci siamo trovati accanto Jill Tarter (l’ispiratrice del film Contact).

La vista dall’hotel Melià La Palma che ospita Starmus. L’isola porta ancora i segni e le cicatrici laviche dell’eruzione del 2021.

Questo è il programma di oggi:

Jane Goodall (etologa, primatologa, fondatrice del Jane Goodall Institute e Messaggera di Pace dell’ONU) Reasons for Hope. Strepitosa e lucida, con una lezione di vita e di umiltà dall’alto dei suoi 91 anni.

Jane Goodall.
Kip Thorne tra il pubblico adesso a Starmus La Palma.

Steven Chu (fisico, premio Nobel) A new approach to carbon capture. Le tecnologie per estrarre la CO2 dall’atmosfera finora si sono rivelate costosissime e inefficienti. Ma ci sono novità importanti sul fronte della riduzione dei costi che le potrebbero rendere praticabili su vasta scala. E c’è anche un materiale innovativo che fa cattura di CO2: il legno, da usare per costruzioni anche di grandi dimensioni e altezza e di lunga durata.

Steven Chu.

Xavier Barcons (astrofisico, direttore generale dell’ESO) Dark Skies and Big Telescopes, we need both. Una relazione piena di sorprese e dati sull’inquinamento luminoso, a volte proveniente da fonti inaspettate, e sulle difficoltà di costruzione e i risultati attesi dei telescopi giganti in corso di realizzazione sulla Terra.

Xavier Barcons, direttore generale dell’ESO.

Costanza Bonadonna (geologa, vulcanologa) Living on a Dynamic Planet: Lessons from the 2021 La Palma Eruption. Resoconto tecnico degli sconvolgimenti causati da una eruzione vulcanica vissuta molto da vicino: quella che ha colpito il luogo in cui ci troviamo. Fa impressione parlarne in un hotel che ha una colata lavica che gli passa accanto e porta ancora le cicatrici dei danni causati dall’eruzione.

Costanza Bonadonna, geologa e vulcanologa.
L’hotel Melià presso il quale si tiene Starmus.
L’hotel è perfettamente fruibile e molto accogliente, ma alcune zone non essenziali sono ancora transennate e rivelano i danni causati dalla discesa inesorabile della lava. Questa è la vista da un angolo del ristorante dell’albergo.

Pietro Barabaschi (fisico, direttore generale di ITER) The Power of Nuclear Fusion: From the Solar Core to Earthly Reactors. Un aggiornamento sulla situazione del reattore a fusione nucleare sperimentale ITER in costruzione in Europa: si stanno posando adesso i primi, giganteschi elementi e si spera di arrivare alle prime accensioni entro pochi anni.

Pietro Barabaschi.

Chris Hadfield (astronauta, ex comandante della ISS) The sky is falling: What to do about space junk? Il punto della situazione sui detriti spaziali, fatto da uno che ha vissuto sulla ISS e ha sentito di persona il picchiettio quotidiano di quei detriti e dei micrometeoroidi contro la superficie esterna della Stazione.

L’astronauta Chris Hadfield.

Kathryn Thornton (fisica, ex astronauta NASA) Intelsat Satellite Rescue in Space. Racconto avvincente di una missione di intercettazione e salvataggio di un satellite nella quale è successo davvero di tutto, compresa una EVA di tre persone non pianificata per agguantare a mano il satellite (con una massa di oltre 4 tonnellate), usando in tre una camera di depressurizzazione e un sistema di comunicazione previsti per gestire al massimo due astronauti e inventando man mano le soluzioni ai problemi che si presentavano continuamente. Avventure spaziali così non se ne fanno più. Chicca: è una Trekker e ha citato Star Trek nella sua presentazione.

L’astronauta Kathryn Thornton.

Anousheh Ansari (ingegnere, imprenditrice, prima donna partecipante privata a missione spaziale) Dreaming Big for the Future of Humanity in Space. L’esperienza personale di una donna che dall’Iran travolto dalla rivoluzione è andata negli Stati Uniti, ha fatto fortuna con la propria competenza ingegneristica e si è conquistata un volo nello spazio fino alla Stazione Spaziale Internazionale, istituendo un premio, l’Ansari X-Prize, per stimolare l’entrata dei privati nelle missioni spaziali con equipaggio. SpaceShip One, il primo veicolo suborbitale privato, è frutto di questo suo premio.

Anousheh Ansari.

Sara García (biotecnologa e astronauta di riserva dell’ESA) Out-of-This-World Medicine. Una vivace e colorita sintesi della medicina spaziale: effetti fisiologici e psicologici della permanenza nello spazio, risorse e protocolli medici attuali e futuri.

Sara Garcia.

Terry Virts (astronauta) View From Above – A survey of photography from the ISS. Questa relazione era prevista dal programma ma è stata saltata senza spiegazioni.

Juan Luis Arsuaga (paleoantropologo) Are the ETs humanoids? Una discussione semiseria e francamente un po’ sconclusionata sulle possibili fisiologie degli extraterrestri capaci di creare tecnologie spaziali.

Sono a Starmus La Palma: la prima giornata

Tra poco comincia la prima giornata di Starmus, evento di scienza e musica strapieno di premi Nobel e astronauti. Il programma completo è su Starmus.com. L’accesso è completamente gratuito, a patto di essere disposti a recarsi all’isola di La Palma, nelle Canarie (la Dama del Maniero e io lo abbiamo fatto di tasca nostra anche per concederci un momento di vacanza).

Posterò qui foto e sunti degli interventi dei relatori. In questo momento sono alla conferenza stampa di presentazione e dietro di me, seduto tra il pubblico, c’è George Smoot, giusto per dire.

Le autorità locali e Garik Israelian, organizzatore di Starmus (l’ultimo a destra), alla conferenza stampa di presentazione dell’evento.
Al centro, George Smoot. A destra, Michel Mayor.

Questo è il programma delle conferenze scientifiche di oggi, alle quali seguiranno concerti di vari artisti in luoghi sparsi per l’isola:

John Mather (astrofisico, premio Nobel) – From the Big Bang to Quantum Mechanics, Life, and Artificial Intelligence. Una cavalcata da capogiro nelle recentissime scoperte scientifiche in astronomia, astrofisica e IA.

È bellissimo ascoltare una conferenza scientifica all’aperto, con il sereno boato delle onde dell’oceano in sottofondo. Sul palco c’è John Mather.

Nancy Knowlton (Biologa) – Bright Spots: Making a Difference for the Planet in our Age of Rage. Ci sono tante notizie ecologiche deprimenti ed è facile sentirsene sopraffatti. Ma questo porta all’apatia. E se invece provassimo a raccontare con più evidenza i successi? Perché ce ne sono tanti, anche se poco pubblicizzati.

Miguel Alcubierre (fisico teorico) – Faster than the Speed of Light. L’ideatore di un metodo compatibile con le leggi della fisica per viaggiare più veloce della luce spiega il suo metodo. I requisiti sono… piuttosto impegnativi.

Miguel Alcubierre, ideatore di un metodo fisicamente plausibile di viaggiare a velocità maggiori di quella della luce deformando lo spazio.

Chema Alonso (esperto di sicurezza informatica) – Hacking AI. Una carrellata folgorante di tecniche per scavalcare le scadenti salvaguardie delle IA attuali e convincerle a… uccidere Brian May!

Michel Mayor (astrofisico, premio Nobel) – Billions of planets in the Milky Way – 30 years of discoveries and new challenges. Uno degli scopritori dei primi esopianeti presenta lo stato dell’arte della ricerca di pianeti al di fuori del nostro sistema solare. Ora siamo in grado, in alcuni casi, non solo l’esistenza, ma anche la composizione chimica delle loro atmosfere: Mayor spiega come si fa e come faremo nel prossimo futuro.

Jane Lubchenco (scienziata dell’ambiente, ecologa marina, ex Administrator del NOAA) – A New Narrative for the Ocean. Soluzioni concrete per ripensare il ruolo dell’oceano non come vittima ma come motore della soluzione di problemi come fame, inquinamento e cambiamento climatico.

Bernhard Schölkopff (informatico) – Is AI Intelligent? Esempi geniali spiegano che gli attuali grandi modelli linguistici non sono e non possono essere intelligenti perché non gestiscono la causalità.

Valentín Martínez (fisico solare) – Living With a Star: the Good, the Bad and the Ugly. Le tempeste solari hanno effetti spettacolari in termini visivi, ma anche conseguenze disastrose sulle infrastrutture tecnologiche e sui voli spaziali: lo stato dell’arte delle previsioni di meteorologia spaziale, con una bella citazione dell’Evento di Carrington e di altri blackout più recenti causati dai sussulti del Sole.

Rafael Yuste (neuroscienziato) – Can You See a Thought? Neuronal Ensembles as Basic Units of Brain Function. L’ipotesi che i pensieri emergano non al livello dei singoli neuroni del cervello, ma a quello degli insiemi di neuroni, supportata da una dimostrazione di come si può impiantare un’idea o un’immagine in una mente. Per ora è quella di un topolino, ma la speranza (leggermente inquietante) è che si possa applicare alle persone per gestire o curare malattie della mente.

Sul piano personale, è stato un piacere ritrovare qui un amico e una firma ricorrente tra i commentatori di questo blog: Pgc, che lavora qui da vari anni e ha permesso a me e alla Dama del Maniero di vedere l’isola con gli occhi di chi ci abita e non con quelli dei turisti. Il posto è davvero incantevole, molto a misura d’uomo, ed è ovviamente un paradiso per chi ama l’astronomia.

Domani ci sarà un’altra raffica di conferenze scientifiche: cercherò di riassumervele, ma il fiume di informazioni e di eventi è difficile da seguire senza esserne travolti. Sui miei canali social troverete altre foto dell’evento.

Ad astra!

Spazio, 55 anni fa il felice ritorno a terra dei tre astronauti di Apollo 13

Al Centro spaziale di Houston le lancette degli orologi dei numerosissimi tecnici che stanno seguendo la drammatica odissea nello spazio dei tre astronauti di Apollo 13 hanno superato da pochi secondi la mezzanotte. In Italia sono le sette del mattino. È l’inizio di un nuovo giorno, precisamente venerdì 17 aprile 1970, una data da ricordare, perché se tutto andrà bene rimarrà nella memoria come il giorno della felice conclusione del primo salvataggio spaziale della storia.

Dopo aver superato diverse difficoltà in seguito all’esplosione avvenuta all’interno del modulo di servizio nella notte italiana tra il 13 e il 14 aprile (fra cui l’uscita dalla rotta di ritorno verso la Terra e il problema dell’eccessivo tasso di anidride carbonica a bordo del “treno spaziale”), tra circa dodici ore, secondo il piano di volo stabilito dalla NASA, è previsto il rientro sulla Terra di James Lovell, Fred Haise e John Swigert. Ha inizio una lunga attesa, tra paura, preghiera e speranza.

A bordo dell’Apollo “ferito” fa terribilmente freddo. La stanchezza e lo stress nei tre uomini aggiungono brividi. Dal Centro di Controllo consigliano loro di vestirsi il più possibile per ripararsi dalle basse temperature e di assumere qualche pastiglia di dexedrina, uno psicofarmaco stimolante, necessario in questo caso ai tre eroi dello spazio per sentirsi un po’ più in forma in vista della delicata fase del rientro sulla Terra.

La prima pagina de “La Stampa” di venerdì 17 aprile 1970

A 138 ore dalla partenza dalla rampa di lancio di Cape Kennedy, Lovell, Haise e Swigert sganciano il Modulo di Servizio danneggiato, che hanno tenuto agganciato alla propria navicella affinché proteggesse lo scudo termico dagli sbalzi di temperatura dello spazio.

È solo a questo punto che i tre vedono, per la prima volta, la reale entità dei danni che il loro veicolo ha subìto: una fiancata è completamente squarciata e i componenti interni danneggiati sono totalmente esposti. Gli astronauti scattano frettolosamente alcune fotografie, a colori e in bianco e nero, per documentare i danni e consentire ai tecnici a terra di avere maggiori informazioni per tentare di capire cosa è successo esattamente.

Il modulo di servizio di Apollo 13 gravemente danneggiato dallo scoppio

Poco più di tre ore dopo gli astronauti di Apollo 13 si separano anche dal LEM “Aquarius”, trasformato in “scialuppa di salvataggio” dopo l’esplosione nel modulo di servizio: le sue risorse hanno permesso a Lovell, Haise e Swigert di avere energia elettrica e ossigeno sufficienti per il viaggio di ritorno e il suo unico motore principale, insieme ai più piccoli razzi di manovra (RCS), ha permesso di accorciare i tempi del rientro e di inserire il veicolo spaziale nella giusta traiettoria verso la Terra.

Il modulo lunare “Aquarius”, diventato “scialuppa di salvataggio” per i tre di Apollo 13 fotografato dopo il distacco dal modulo di comando “Odyssey”

Alle 18:54 ora italiana, le 11:54 del mattino a Houston, la navicella Apollo, ciò che rimane del gigantesco razzo Saturn V lanciato la sera dell’11 aprile, con nessun sasso lunare a bordo ma con un ben più prezioso carico, quello umano, si tuffa attraverso l’atmosfera.

Alle 19:01 italiane, dopo più di quattro interminabili minuti di silenzio radio, è la voce del comandante Lovell la prima a giungere nelle cuffie dei tecnici di turno della base spaziale texana e ad essere amplificata dalle radio e televisioni in tutto il mondo: “Come mi sentite Houston?”.

“Okay. Perfettamente Odyssey”, gli rispondono quasi gridando. È la conferma che gli astronauti stanno bene.

In tutto il pianeta, pronto ad accogliere nuovamente i tre esploratori cosmici, vi sono scene di pianto, di gioia, di emozione. Sul Pacifico, a sud delle Isole Samoa, il Sole è sorto da appena un’ora quando appaiono tra le nubi i tre grandi paracadute che sostengono il Modulo di Comando.

Alle 19:07 ora italiana, le 12:07 di Houston, la capsula si posa, con un perfetto “splashdown”, sulle acque agitate del Pacifico. Due elicotteri si alzano dalla portaerei di recupero e si dirigono verso la zona dell’ammaraggio. La portaerei Iwo Jima è a soli sette chilometri di distanza. Alcuni uomini-rana si tuffano dagli elicotteri, agganciano il grande collare di galleggiamento alla base di “Odyssey”, poi aprono il portello. Finalmente gli astronauti possono uscire, respirare aria pura, essere riscaldati dai raggi del Sole, respirare l’odore del mare. E’ la fine del dramma.

Sono trascorse 145 ore, 54 minuti e quarantuno secondi dall’inizio del quinto volo umano verso la Luna, un viaggio che avrebbe dovuto portare, per la terza volta in meno di un anno, due uomini a calpestare la superficie del satellite naturale della Terra e si è trasformato invece nell’operazione di salvataggio più spettacolare ed emozionante nella storia dell’umanità.

La bellissima immagine dei tre grandi paracadute spiegati che riportano sul loro pianeta natale i tre eroi di Apollo 13
I tre di Apollo 13 appena sbarcati a bordo della portaerei “Iwo Jima”. Da sinistra Fred Haise, James Lovell e Jack Swigert
La prima pagina de “La Stampa” di sabato 18 aprile 1970

Podcast RSI – Attacco su misura per chi crea software con l’IA: “slopsquatting”

Questo è il testo della puntata del 14 aprile 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.

La prossima puntata verrà pubblicata il 28 aprile (lunedì 21 non ci sarà un nuovo podcast).


Va di moda, nel mondo informatico, appoggiarsi alle intelligenze artificiali per creare programmi risparmiando tempo, denaro e risorse umane e mentali. Ma questo nuovo metodo di lavoro porta con sé nuove vulnerabilità, che spalancano le porte ai criminali informatici più sofisticati in maniere inaspettate e poco intuitive ma devastanti.

Per infettare uno smartphone, un tablet o un computer non serve più convincere la vittima a installare un’app di provenienza non controllata, perché il virus può essere già presente nell’app originale. Ce lo ha messo, senza rendersene conto, l’autore dell’app; o meglio, ce lo ha messo l’intelligenza artificiale usata da quell’autore.

Questa è la storia di una di queste nuove vulnerabilità consentite dall’intelligenza artificiale: il cosiddetto slopsquatting, da conoscere anche se non si è sviluppatori o programmatori, per evitare che l’entusiasmo per la IA permetta ai malviventi online di insinuarsi nei processi aziendali eludendo le difese tradizionali.

Benvenuti alla puntata del 14 aprile 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


La sicurezza informatica è una gara fra guardie e ladri, dove quasi sempre i ladri agiscono e le guardie reagiscono. I criminali inventano una tecnica di attacco e gli esperti di sicurezza la studiano per trovare il modo di neutralizzarla. Ma non è sempre così. In questa puntata vi racconto un caso in cui le guardie giocano d’anticipo, in maniera creativa e originale, immaginando un tipo di attacco nuovo e fornendo gli strumenti per bloccarlo ancora prima che i criminali riescano a metterlo in atto.

Chi crea programmi si affida oggi sempre più spesso all’intelligenza artificiale come assistente per la scrittura delle parti più tediose e ripetitive. C’è anche chi si affida totalmente alle IA e genera programmi senza saper programmare, nel cosiddetto vibe coding di cui ho parlato nella puntata del 31 marzo scorso. Copilot, ChatGPT e Cursor sono solo alcuni esempi di questi assistenti.

Ma anche senza arrivare a delegare tutto alle intelligenze artificiali, questo comportamento crea una nuova opportunità di attacco informatico con una tecnica originale e inaspettata, difficile da immaginare per una persona non addetta ai lavori. Questa tecnica si chiama slopsquatting: un nome coniato dall’esperto di sicurezza Seth Larson.

Il termine unisce due parole inglesi già molto usate in informatica: la prima è slop, che significa “sbobba, brodaglia” e viene usata in senso dispregiativo per indicare il prodotto mediocre, scadente e pieno di errori di molte intelligenze artificiali in vari settori. Una foto sintetica in cui il soggetto ha sei dita, per esempio, o ha una pelle che sembra fatta di plastica, è un tipico caso di slop. La maggior parte della gente non si accorgerà dell’errore o della scarsa qualità e accetterà la sbobba; anzi, a furia di mangiare solo quella si abituerà e la considererà normale.

Nella programmazione assistita dall’intelligenza artificiale, lo slop è un pezzo di codice generato che funziona, sì, ma è inefficiente o vulnerabile oppure non è in grado di gestire alcune situazioni particolari.

La seconda parola che definisce questa nuova forma di attacco è squatting: non c’entra la ginnastica, perché in informatica lo squatting è la pratica consolidata da tempo di occupare una risorsa, per esempio un nome di un sito, al solo scopo di infastidire, truffare o estorcere denaro. Chi compra nomi di dominio o di profili social che corrispondono a nomi di aziende o di celebrità per impedire che lo facciano i legittimi titolari di quei nomi, o allo scopo di chiedere soldi per cederglieli senza attendere le vie legali, fa squatting. I criminali che registrano nomi di siti simili a quelli ufficiali, contando sul fatto che molta gente sbaglia a digitare e sbaglia in modo prevedibile, finendo sui siti dei criminali e immettendovi le proprie password perché crede di essere nel sito ufficiale, fa typosquatting, perché l’errore di battitura in inglese è chiamato typo.

Lo slopsquatting, questa nuova tecnica di attacco al centro di questa storia, è un misto di questi due concetti. In pratica, il criminale crea e pubblica online una risorsa di programmazione malevola, un cosiddetto package o pacchetto, che ha un nome molto simile a quello di una risorsa attendibile e poi aspetta che l’intelligenza artificiale che crea codice di programmazione sbagli e usi per errore quella risorsa malevola al posto di quella genuina.

Chi crea software, infatti, raramente scrive tutto il codice da zero: di solito attinge a funzioni preconfezionate da altri e ampiamente collaudate, che appunto prendono il nome di pacchetti e sono pubblicate online in siti appositi. Ma se l’intelligenza artificiale sbaglia e attinge invece a un pacchetto pubblicato dai criminali con un nome ingannevole, senza che nessuno se ne accorga, il codice ostile dei malviventi verrà integrato direttamente nell’app ufficiale.

Schema dell’attacco, tratto da We Have a Package for You!, Arxiv.org.

In altre parole, il cavallo di Troia informatico, ossia l’app malevola, non arriva dall’esterno, cosa che genera ovvie e facili diffidenze, ma viene costruito direttamente dal creatore originale dell’app senza che se ne renda conto. E a nessuno viene in mente di pensare che l’app ufficiale possa essere infetta e possa essa stessa aprire le porte ai ladri: è quindi un canale di attacco subdolo e letale.


Ma come fa un’intelligenza artificiale a commettere un errore del genere? È semplice: le intelligenze artificiali attuali soffrono di quelle che vengono chiamate in gergo allucinazioni. Per loro natura, a volte, producono risultati sbagliati ma a prima vista simili a quelli corretti. Nel caso delle immagini generate, un’allucinazione può essere una mano con sei dita; nel caso del testo generato da una IA, un’allucinazione può essere una parola che ha un aspetto plausibile ma in realtà non esiste nel vocabolario; e nel caso del codice di programmazione, un’allucinazione può essere una riga di codice che richiama un pacchetto di codice usando un nome sbagliato ma simile a quello giusto.

A prima vista sembra logico pensare che i criminali che volessero approfittare di questo errore dovrebbero essere incredibilmente fortunati, perché dovrebbero aver creato e pubblicato un pacchetto che ha esattamente quello specifico nome sbagliato generato dall’allucinazione dell’intelligenza artificiale. Ma un articolo tecnico pubblicato un mese fa, a marzo 2025 [We Have a Package for You! A Comprehensive Analysis of Package Hallucinations by Code Generating LLMs, disponibile su Arxiv.org], da un gruppo di ricercatori di tre università statunitensi rivela che gli sbagli delle IA tendono a seguire degli schemi sistematici e ripetibili e quindi non è difficile prevedere quali nomi verranno generati dalle loro allucinazioni.

Secondo questi ricercatori, “questa ripetibilità […] rende più facile identificare i bersagli sfruttabili per lo slopsquatting osservando soltanto un numero modesto di generazioni. […] Gli aggressori non hanno bisogno di […] scovare per forza bruta i nomi potenziali: possono semplicemente osservare il comportamento [delle IA], identificare i nomi comunemente generati dalle loro allucinazioni, e registrarseli.”

Un altro problema documentato dai ricercatori è che i nomi generati per errore sono “semanticamente convincenti”: il 38% ha, in altre parole, nomi somiglianti a quelli di pacchetti autentici. E comunque in generale hanno un aspetto credibile. Questo rende difficile che gli sviluppatori possano accorgersi a occhio di un errore.

C’è poi un terzo aspetto di questo problema di sicurezza: se uno specifico errore in un nome di pacchetto generato si diffonde e diventa popolare, perché per esempio viene consigliato spesso dalle intelligenze artificiali e nei tutorial pubblicati senza verifiche, e a quel punto un aggressore registra quel nome, le intelligenze artificiali finiranno per suggerire inconsapevolmente di attingere proprio al pacchetto malevolo, e per i criminali diventerà molto facile sfruttare massicciamente questa tecnica.

Se poi chi crea il software non sa programmare ma si affida totalmente alla IA, tenderà a fidarsi ciecamente di quello che l’intelligenza artificiale gli suggerisce. Come spiegano i ricercatori, “Se la IA include un pacchetto il cui nome è generato da un’allucinazione e sembra plausibile, il percorso di minima resistenza spesso è installarlo e non pensarci più”. E se nessuno controlla e nessuno ci pensa più, se nessuno si chiede A cosa serve esattamente questo pacchetto richiamato qui?”, o se la domanda viene posta ma la risposta è “Boh, non lo so, ma il programma funziona, lascialo così”, il software ostile creato dai criminali diventerà parte integrante del software usato in azienda.

Di fronte a un attacco del genere, le difese tradizionali dell’informatica vacillano facilmente. È l’equivalente, nel mondo digitale, di sconfiggere un esercito non con un attacco frontale ma intrufolandosi tra i suoi fornitori e dando ai soldati munizioni sottilmente difettose.

Per fortuna gli addetti ai lavori in questo caso hanno anche qualche idea su come proteggersi da questa nuova tecnica.


I ricercatori che hanno documentato questo comportamento pericoloso dei generatori di codice hanno inoltre scoperto che ci sono alcune intelligenze artificiali, in particolare GPT-4 Turbo e DeepSeek, che sono in grado di riconoscere i nomi dei pacchetti sbagliati che essi stessi hanno generato, e lo fanno con un’accuratezza superiore al 75%. Conviene quindi prima di tutto far rivedere alle intelligenze artificiali il codice che hanno prodotto, e già questo è un passo avanti fattibile subito.

Inoltre le aziende del settore della sicurezza informatica hanno già preparato degli strumenti appositi, che si installano nell’ambiente di sviluppo e nel browser e sono in grado di rilevare i pacchetti ostili ancora prima che vengano integrati nel programma che si sta sviluppando. Una volta tanto, le guardie sono in anticipo sui ladri, che finora non sembrano aver sfruttato questa tecnica.

Come capita spesso, insomma, le soluzioni ci sono, ma se chi ne ha bisogno non sa nemmeno che esiste il problema, difficilmente cercherà di risolverlo, per cui il primo passo è informare della sua esistenza. E come capita altrettanto spesso, lavorare al risparmio, eliminando gli sviluppatori umani competenti e qualificati per affidarsi alle intelligenze artificiali perché costano meno e fanno fare bella figura nel bilancio annuale dell’azienda, introduce nuovi punti fragili che devono essere protetti e sono difficilmente immaginabili da chi prende queste decisioni strategiche, perché di solito non è un informatico.

Il problema centrale dello slopsquatting non è convincere gli informatici: è convincere i decisori aziendali. Ma questa è una sfida umana, non tecnica, e quindi il Disinformatico si deve fermare qui. Speriamo in bene.

Fonti

Risky Bulletin: AI slopsquatting… it’s coming!, Risky.biz, 2025

The Rise of Slopsquatting: How AI Hallucinations Are Fueling a New Class of Supply Chain Attacks, Socket.dev, 2025

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/04/14

È andata in onda stamattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera solitamente insieme a Rosy Nervi ma questa volta con Ellis Cavallini. La trasmissione è riascoltabile sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

I temi e le fonti della puntata
  • 14 aprile 1896: viene emesso il brevetto dei corn flakes a nome di John Harvey Kellogg (Brevetto USA 558,393; Wikipedia).
  • Il film Morti di Salute del 1994, regia di Alan Parker, con Anthony Hopkins, Bridget Fonda e Matthew Broderick, racconta in maniera poco fedele ma molto comica le manie salutiste eccentriche di Kellogg e dell’epoca in generale e alimenta il mito che Kellogg inventò questi cereali come cibo blando per reprimere le pulsioni sessuali mentre è più legato alla dieta vegetariana incoraggiata dalla chiesa avventista di cui faceva parte Kellogg (Snopes).
  • La moda del momento: usare ChatGPT o Copilot per creare immagini in stile Studio Ghibli e in stile confezione di bambola. Quanta energia consuma tutto questo? In un anno, più di quanta ne consumino 117 paesi del mondo (BBC).
  • 14 aprile 1912: il disastro del Titanic e le recentissime ricostruzioni digitali del relitto nel documentario Titanic Digital Resurrection (BBC); il racconto di come la scoperta del Titanic avvenne come missione di copertura per nascondere il tentativo di ritrovare due sommergibili nucleari statunitensi (lo Scorpion e il Thresher) che si erano inabissati.
  • Prova in studio degli occhiali con prismi per leggere (o lavorare al computer) stando sdraiati (li ho comprati online e funzionano benissimo; attenti però alla nausea da movimento). Vengono usati anche quando si fa una risonanza magnetica per ridurre l’effetto di claustrofobia, e li impiegano gli scalatori per guardare in su verso i compagni.
  • L’Instagram strano della settimana: dalla Turchia, audio ASMR di asinelli che mangiano e ottengono 1,4 milioni di follower (@ccihancelik_).

Spazio, 55 anni fa: “Houston, abbiamo avuto un problema qui”

Sono trascorsi pochi minuti da quando le lancette dell’orologio hanno scoccato in Texas le nove di sera di lunedì 13 aprile; in Italia sono già le prime ore del mattino di martedì 14, precisamente le 04:08. Si è da poco concluso il quarto collegamento televisivo in diretta con l’equipaggio di Apollo 13. Gli inviati speciali della carta stampata di buona parte del pianeta, presenti nella sala adibita ai giornalisti al Centro spaziale di Houston, stanno già trascrivendo gli articoli da spedire nelle varie redazioni dei quotidiani sulle prossime importanti e delicate manovre che James Lovell, Fred Haise e “Jack” Swigert dovranno effettuare nelle prossime ore: l’ingresso in orbita lunare, la discesa del quinto e sesto americano sulla Luna a bordo del Modulo Lunare “Aquarius” e le due attività previste sulla superficie selenica.

All’improvviso la voce del pilota del Modulo di Comando “Odyssey”, Swigert, fa sobbalzare l’intera squadra dei tecnici che a turno, da sabato 11 aprile, sta seguendo e monitorando minuto per minuto il viaggio lunare:

“Okay, Houston, we’ve had a problem here” (“OK, Houston, abbiamo avuto un problema qui”). Questa è la frase esatta pronunciata, anche se molti la citano erroneamente come “Houston, we have a problem”, ossia “Houston, abbiamo un problema”.

Subito dopo la voce del comandante Lovell conferma: “Houston, we’ve had a problem” (“Houston, abbiamo avuto un problema”). “Le spie di allarme stanno lampeggiando, i manometri dell’ossigeno in due delle tre celle a combustibile segnano zero… perdiamo gas all’esterno… abbiamo sentito un forte botto… il veicolo sta beccheggiando fortemente”.

A Houston appare subito evidente che la situazione è estremamente critica: è il primo, drammatico S.O.S. nella storia dell’esplorazione umana nello spazio. La voce del comandante di Apollo 13 continua a giungere a terra calma ma fredda come una lama d’acciaio: “Houston, la pressione dell’ossigeno nella cabina di Odyssey sta diminuendo rapidamente”.

Per quanto imprevisto e imprevedibile sia il dramma scoppiato a 370.000 km dal nostro pianeta, i controllori a terra si attivano preparando subito un piano di emergenza. Houston comunica: “Trasferitevi all’interno del Modulo Lunare, potrete così continuare a respirare utilizzando le scorte di ossigeno del Lem e continuare nelle manovre di emergenza”.

Mentre Lovell e Haise prendono posto a bordo di “Aquarius”, Swigert rimane solo su “Odyssey” per eseguire tutte le operazioni necessarie che gli vengono suggerite dai tecnici a Houston: è necessario spegnere tutti i sistemi vitali del Modulo di Comando, per ridurre al minimo il consumo di energia e conservare l’esiguo margine di 15 minuti di erogazione elettrica rimasto, per quando i tre intrepidi eroi tenteranno il ritorno sulla Terra. Anche le comunicazioni radio Terra-spazio vengono ridotte al minimo per risparmiare energia. A bordo di “Odyssey” cala il buio e aumenta il freddo; da questo istante gli astronauti sopravvivranno solo grazie ai generatori del Modulo Lunare “Aquarius”, nato per diventare base per il quinto e sesto esploratore lunare sulla superficie di Fra Mauro, ma diventato ora “scialuppa di salvataggio” per i tre valorosi americani. 

A poco più di due ore dall’incidente, alle 11:24 della sera a Houston (le 06:24 del mattino in Italia), il Centro di controllo della base texana annuncia ufficialmente di avere annullato “l’operazione sbarco sulla Luna”. Ora quello che più conta è far ritornare a casa sani e salvi gli sfortunati protagonisti di quella che avrebbe dovuto essere la prima missione scientifica sul suolo del satellite naturale della Terra. 

La prima cosa da fare è riportare il complesso formato dal Modulo di Comando/Servizio e dal Modulo Lunare nella giusta traiettoria di “libero ritorno” che Apollo 13, nel suo viaggio translunare, aveva abbandonato già al secondo giorno di volo per consentire una manovra più precisa di discesa di “Aquarius” nella zona prevista di Fra Mauro. I tecnici a Houston, in completa alleanza con i calcolatori elettronici a loro disposizione, stabiliscono le modalità della delicata e drammatica operazione: la correzione di rotta può essere effettuata solo dal motore del modulo di discesa del Lem, dopodiché se l’operazione riuscirà Apollo 13 si riporterà automaticamente sulla giusta strada del ritorno verso la Terra. 

Fortunatamente la manovra riesce: il motore del modulo di discesa di “Aquarius” viene acceso per trentaquattro secondi, inserendo sulla giusta strada del “libero ritorno” il complesso spaziale e il suo prezioso carico umano. Sono le 02:43 ora di Houston, le 09:43 italiane.

Un’altra buona notizia è che grazie ai giroscopi elettronici l’equipaggio è riuscito a stabilizzare il rollio del complesso spaziale e secondo i calcoli fatti dai tecnici della NASA gli astronauti hanno riserve sufficienti a bordo per ritornare sulla Terra venerdì 17 aprile. A Houston si comincia a sperare. 

Sulla Terra, intanto, è ormai giorno in buona parte del mondo occidentale, la cui opinione pubblica è stata messa al corrente del dramma che si sta consumando a quasi quattrocentomila chilometri di distanza. Le varie edizioni straordinarie di TV, radio e giornali informano minuto per minuto che la terza missione umana destinata a scendere sulla Luna ha la seria possibilità di trasformarsi nel primo naufragio spaziale della storia.

Alcuni astronauti e controllori di volo nella sala controllo principale di Houston. Seduti, da sinistra: Raymond Teague (Guidance Officer), Edgar Michell (astronauta), Alan Shepard Jr. (astronauta). In piedi, da sinistra: Anthony England (astronauta), Joe Engle (astronauta), Gene Cernan (astronauta), Ronald Evans (astronauta) e M.P. Frank (controllore di volo). L’orario esatto della foto non è noto ma è successivo alla decisione di annullare l’allunaggio; l’equipaggio stava già tentando di tornare a terra (Foto S70-34986).
Le prime pagine de “Il Resto del Carlino” e “Il Corriere della Sera” di mercoledì 15 aprile 1970.

55 anni fa il lancio di Apollo 13 verso l’altopiano lunare di Fra Mauro

Le lancette dell’orologio in Italia segnano le 20:13 di sabato 11 aprile 1970. Sulla costa orientale degli Stati Uniti, e specificamente nello stato della Florida, sono le 14:13. Le televisioni di quasi tutto il pianeta sono collegate con il Centro spaziale Kennedy. In Italia, poco prima dell’inizio del telegionale serale delle 20:30, è in onda un’edizione straordinaria; in studio ci sono Tito Stagno e Piero Forcella. La voce dell’annunciatore della NASA Chuck Hollinshead ha appena finito di scandire gli ultimi secondi di un conto alla rovescia impeccabile, al contrario degli eventi umani che hanno preceduto questo momento (la rosolia di Mattingly e la sua sostituzione con Swigert), quando la rampa di lancio 39-A viene investita da una vampata immensa di fuoco e fiamme scaturite dai cinque potenti motori F-1 del primo stadio del gigantesco Saturn V.

Dapprima lentamente, poi via via sempre più veloce, il razzo più grande e più potente mai costruito dall’uomo fino a quel momento si distacca dal suolo terrestre, allungando sempre di più la sua corsa verso il cielo: è iniziato il viaggio di Apollo 13 verso la la Luna con a bordo l’equipaggio formato da James Lovell, Fred Haise e John Swigert.

Nelle fasi iniziali del volo, però, non tutto funziona alla perfezione: dopo il regolare distacco dell’S-IC, il primo stadio del Saturn, a due minuti e 44 secondi dal distacco dalla torre di lancio, e dopo l’accensione del secondo stadio S-II, il motore centrale di quest’ultimo cessa di funzionare due minuti prima del previsto. Da bordo della cabina dell’Apollo, lanciata ad altissima velocità verso la quota orbitale, si sente la voce del comandante Lovell: “Questo non sarebbe dovuto succedere”. Fortunatamente il “cervello elettronico” del Saturn comanda agli altri quattro motori di rimanere accesi 45 secondi in più.

Dopo nove minuti e 53 secondi anche il secondo stadio viene abbandonato, e l’accensione dell’unico motore del terzo stadio, l’S-IVB, permette la perfetta inserzione nella prevista orbita di parcheggio intorno alla Terra. Sono trascorsi 12 minuti e 39 secondi dal distacco dalla rampa di lancio. In Italia sono le 20:25. A Houston il grande orologio della sala di controllo segna le 14:25.

La prossima manovra del piano di volo è prevista a due ore e 41 minuti dal “liftoff”, quando verrà riacceso il potente motore del terzo stadio per immettere Apollo 13, con il suo prezioso carico umano, nella giusta traiettoria per l’altopiano lunare di Fra Mauro.

Per la terza volta, in meno di nove mesi, due astronauti americani, il quinto e il sesto nella storia dell’umanità, James Lovell e Fred Haise, si accingono a raggiungere il satellite naturale della Terra e a camminare sulla sua desolata superficie, per la prima vera esplorazione scientifica della Luna. Jack Swigert li attenderà in orbita.

Cape Kennedy. Mentre la terra trema a chilometri di distanza, il Saturn V si avvia a portare in orbita terrestre i tre di Apollo 13.
La prima pagina del “Corriere della Sera” di domenica 12 aprile 1970.
L’inizio del terzo sbarco lunare umano sulla prima pagina del quotidiano “La Stampa”.

Podcast RSI – Smart TV che fanno la spia mandando screenshot di quello che guardiamo

Questo è il testo della puntata del 7 aprile 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP letta da voce sintetica: “Con l’invenzione e lo sviluppo della televisione, e il progresso tecnico che rese possibile di ricevere e trasmettere simultaneamente sullo stesso apparecchio, il concetto di vita privata si poteva considerare del tutto scomparso. Ogni cittadino, o meglio ogni cittadino che fosse abbastanza importante e che valesse la pena di sorvegliare, poteva essere tenuto comodamente sotto gli occhi della polizia e a portata della propaganda ufficiale”]

George Orwell, l’autore del celeberrimo libro distopico 1984 dal quale sono tratte queste parole, era un ottimista. Pensava che la sorveglianza tramite la tecnologia sarebbe stata applicata solo a chi fosse abbastanza importante. Oggi, invece, la sorveglianza tecnologica si applica a tutti, in massa, e per di più siamo noi utenti a pagare per i dispositivi che la consentono.

Uno di questi dispositivi è il televisore, o meglio la “Smart TV”, come va di moda chiamarla adesso. Sì, perché buona parte dei televisori moderni in commercio è dotata di un sistema che raccoglie informazioni su quello che guardiamo sullo schermo e le trasmette a un archivio centralizzato. Non a scopo di sorveglianza totalitaria, ma per mandarci pubblicità sempre più mirate, basate sulle nostre abitudini e i nostri gusti. In sostanza, molti televisori fanno continui screenshot di quello che state guardando, non importa se sia una serie di Netflix, un videogioco o un vostro video personale, e li usano per riconoscere cosa state guardando e per suggerire ai pubblicitari quali prodotti o servizi mostrarvi.

Probabilmente non ne avete mai sentito parlare, perché non è una caratteristica tecnica che i fabbricanti sbandierano fieramente, ma esiste, e funziona talmente bene che almeno un’azienda costruttrice ha guadagnato più da questa sorveglianza di massa che dalla vendita dei propri televisori.

Questa è la storia di questo sistema di sorveglianza integrato, di come funziona e soprattutto di come controllare se è presente nella vostra Smart TV e di come disattivarlo.

Benvenuti alla puntata del 7 aprile 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Se avete una Smart TV, uno di quei televisori ultrapiatti che si collegano a Internet, probabilmente ogni volta che lo usate per guardare qualcosa siete in compagna di un ospite non invitato.

Questo ospite si chiama ACR, che sta per Automated Content Recognition o “riconoscimento automatico dei contenuti”. È un software, integrato nel televisore, che raccoglie dati su tutto quello che guardate e li manda a un archivio centrale per identificare cosa state guardando e mandarvi pubblicità personalizzate. La sua esistenza non è un segreto in senso stretto, ma i fabbricanti di televisori non si sforzano molto per farla conoscere al consumatore medio.

Questo ACR effettua continuamente delle catture dello schermo, degli screenshot, di quello che state vedendo; lo fa con qualunque cosa venga mostrata sullo schermo, quindi non solo programmi di canali televisivi ma anche Blu-Ray, sessioni di videogioco, video personali e schermate di lavoro per chi, come me, usa una Smart TV come monitor gigante per il proprio computer. Ne fa veramente tante, di queste catture: fino a 7200 ogni ora, ossia circa due al secondo.

Queste catture vengono elaborate per crearne una sintesi, una sorta di impronta digitale [fingerprint in inglese] che viene confrontata con un enorme archivio di contenuti video di vario genere, compresi gli spot pubblicitari. Quando viene trovata una corrispondenza, il sistema deduce che state guardando quel contenuto e avvisa i gestori del servizio, che possono vendere quest’informazione a scopo pubblicitario o per proporre contenuti a tema. Queste vendite rappresentavano, nel 2022, un mercato che valeva quasi venti miliardi di dollari ed è in continua crescita.

I fabbricanti che partecipano al sistema ACR sono fra i più blasonati: nomi come Roku, Samsung, LG, Sony, Hisense e tanti altri. Non è un sistema particolarmente nuovo, perché esiste almeno dal 2011. E funziona molto bene, almeno dal punto di vista di chi lo vende: a novembre 2021, uno di questi fabbricanti di Smart TV, Vizio, uno dei più importanti negli Stati Uniti, ha guadagnato dalla vendita dei dati dei propri clienti più del doppio di quello che ha ottenuto dalla vendita degli apparecchi televisivi [The Verge; Vizio].

Schema generale del funzionamento dell’ACR (da Watching TV with the Second-Party: A First Look at Automatic Content Recognition Tracking in Smart TVs, Arxiv.org, 2024).

Probabilmente a questo punto vi state chiedendo se catturare di nascosto quello che c’è sullo schermo della TV che sta in casa vostra sia legale. La risposta, come sempre in questi casi, è un grosso “dipende”. Le normative statunitensi sono molto permissive, mentre quelle europee sono orientate alla tutela del consumatore.

Eppure anche negli Stati Uniti, quella stessa Vizio che ha guadagnato così tanto dall’uso dell’ACR era stata sanzionata dalla Commissione federale per il commercio [FTC] nel 2017 perché con questo sistema raccoglieva i dati di ascolto di undici milioni di televisori senza il consenso dei consumatori e senza che quei consumatori ne fossero a conoscenza. Secondo la Commissione, Vizio aveva reso facile associare a questi dati televisivi numerose informazioni personali come “sesso, età, reddito, stato civile, dimensioni del nucleo famigliare, livello di istruzione, proprietà e valore dell’abitazione” e ha anche “venduto queste informazioni a terzi, che le hanno usate a vari scopi, compresa la pubblicità mirata”.

La sanzione, di circa 2 milioni di dollari, è stata in sostanza trascurabile: un costo operativo più che una punizione efficace [FTC; FTC]. Un tribunale federale statunitense ha poi approvato un risarcimento di 17 milioni di dollari in seguito a una class action avviata per le stesse ragioni contro la stessa azienda [Class Law Group; Hunton.com]. Questo caso dimostra la disinvoltura con la quale le aziende trattano i dati e i diritti dei consumatori.


C’è anche un altro tipo di disinvoltura aziendale legato a questo riconoscimento automatico dei contenuti: l’idea che bombardare l’utente di pubblicità sia non tanto un male necessario, ma addirittura un beneficio per il consumatore. Come dice una presentazione di Samsung dedicata al mercato canadese, “la tecnologia ACR offre numerosi benefici sia per gli spettatori, sia per gli inserzionisti. Per gli spettatori, l’ACR crea un’esperienza televisiva veramente personalizzata.”

La pagina della presentazione di Samsung che parla di “esperienza televisiva veramente personalizzata” grazie all’ACR.
Il flusso di dati dell’ACR di Samsung che conferma la cattura di due immagini al secondo da parte del televisore.

Samsung spiega che i consumatori sono “sovraccaricati dalla quantità di scelte disponibili e faticano a scoprire contenuti nuovi e pertinenti”. Oltre l’80% degli interpellati in uno studio svolto nel 2022 dall’azienda, sempre in Canada, ha dichiarato che sarebbe interessato a ricevere suggerimenti intelligenti sui contenuti per aiutarlo a trovare serie TV di suo gradimento. Ma desiderare di “ricevere suggerimenti su cosa guardare” non è la stessa cosa che voler essere spiati in tutto quello che si guarda alla TV pur di ricevere quei suggerimenti.

Alle aziende, insomma, sembra che non passi nemmeno per l’anticamera del cervello l’ipotesi che chi ha comprato un televisore, pagandolo con i propri soldi, non voglia essere bombardato da pubblicità che non ha richiesto e voglia invece usare il televisore come vuole lui o lei e non come glielo impone di nascosto un fabbricante. Per questi produttori di televisori è a quanto pare inconcepibile che qualcuno voglia vivere senza spot pubblicitari e che non desideri una “esperienza televisiva personalizzata”, ma voglia semplicemente guardare la TV in santa pace.

La Smart TV non è la versione piatta del televisore classico, non è un dispositivo passivo che mostra a chi lo ha comprato quello che gli interessa: è diventato un fragoroso, ossessivo, insistente chioschetto pubblicitario al servizio dei fabbricanti, degli inserzionisti e dei data broker che guadagnano miliardi vendendo i fatti nostri.

E in questa presentazione di Samsung c’è annidato anche un altro dato interessante: il servizio ACR di questa azienda ha anche una funzione cross-device. In altre parole, è capace di coinvolgere in questa sorveglianza commerciale anche gli altri dispositivi connessi, come i telefonini e i tablet. Piattaforme commerciali come Samba TV usano i dati dell’ACR per mostrare sui telefonini di casa le stesse pubblicità che passano sulla Smart TV [The Viewpoint]. Quei telefonini vengono associati alla casa perché si collegano al Wi-Fi domestico, come fa anche il televisore, e quindi hanno lo stesso indirizzo IP.

La pagina della presentazione di Samsung che parla di funzioni cross-device.

Molti utenti pensano che il telefonino li ascolti, perché vedono comparire sul suo schermo le pubblicità di cose di cui hanno parlato, ma in realtà è probabile che ad ascoltarli o a dedurre i loro interessi sia quell’altro schermo che hanno in casa.

Vediamo allora come scoprire se una Smart TV fa la spia e come disattivare questa funzione.


Per tagliare la testa al toro ed evitare completamente la sorveglianza commerciale dell’ACR nei televisori smart ci sono due soluzioni. La prima è… non acquistare una Smart TV.

Al posto del televisore, infatti, si può acquistare un monitor per computer. Questi dispositivi, almeno per ora, non hanno funzioni di sorveglianza e si possono collegare al set top box per lo streaming, al computer o al lettore Blu-Ray. Il difetto di questa soluzione è che chi desidera uno schermo molto grande non troverà monitor per computer delle dimensioni desiderate. In alternativa, si può scegliere un videoproiettore, che consente di avere immagini molto grandi ed è anch’esso, per ora, privo di funzioni di riconoscimento dei contenuti proiettati.

La seconda soluzione è acquistare una Smart TV, ma non collegarla a Internet, né tramite cavo Ethernet né tramite Wi-Fi. In questo modo, se anche dovesse acquisire degli screenshot di quello che si sta guardando, non potrà trasmettere alcuna informazione al suo fabbricante. È quello che ho fatto io: il televisore del Maniero Digitale è una Smart TV OLED collegata a un computer, a un set top box o a un riproduttore di Blu-Ray esclusivamente tramite cavo HDMI, lungo il quale non transitano informazioni pubblicitarie.

Se invece avete già una Smart TV e volete sapere se sorveglia quello che guardate, su Internet ci sono numerose istruzioni dettagliate, per ogni specifica marca, che spiegano in quale menu, sottomenu e sotto-sottomenu andare per cercare le funzioni-spia; le trovate linkate su Attivissimo.me [articolo su ZDNet; articolo su The Markup].

A dimostrazione del fatto che le aziende non ci tengono affatto a informare il consumatore che viene sorvegliato, queste funzioni non vengono indicate con un nome esplicativo o almeno con la sigla standard ACR, ma sono presenti con nomi decisamente eufemistici e ingannevoli. Per Samsung, per esempio, il nome da cercare è Viewing Information Services, ossia “servizi per le informazioni di fruizione”; per Sony è Samba Services Manager.

Considerata la tendenza crescente a guardare film e serie TV mentre si usa lo smartphone o si fa altro, tanto che i copioni di molte nuove produzioni vengono scritti facendo dire ai personaggi ogni tanto un riassunto della situazione per i più distratti, si può dire che viviamo in un mondo nel quale i nostri televisori guardano noi più attentamente di quanto noi guardiamo loro, e sanno di noi molto più di quello che sappiamo noi di loro. Non dovremmo preoccuparci che possano diventare senzienti con l’intelligenza artificiale, ma che siano già diventati insopportabilmente pettegoli.

Fonti

How to disable ACR on your TV (and why doing it makes such a big difference for privacy), ZDnet, 2025

How to disable ACR on your TV (and stop companies from spying on you), ZDnet, 2025

Your Smart TV Knows What You’re Watching, The Markup, 2023

Cassandra Crossing/ ACR, la Smart-TV vi spia davvero, Medium.com, 2025

Smart TV, così i produttori tracciano le nostre abitudini, Agendadigitale.eu, 2024

Automatic Content Recognition Market Size, Share & Trends Analysis Report By Component (Software), By Content (Audio, Video, Image), By Platform, By Technology, By Industry Vertical, By End Use, By Resolution, By Distribution Channel, And Segment Forecasts, 2025 – 2030, Grand View Research

Automatic content recognition, Wikipedia

ACR (Automatic Content Recognition), Acrcloud.com (archiviato su Archive.org), 2017

Automated Content Recognition: Discussion Paper – Phase 1 ‘Existing technologies and their impact on IP’, European Union Intellectual Property Office, 2020

Automated Content Recognition: Discussion Paper – Phase 2 ‘IP enforcement and management use cases’, European Union Intellectual Property Office, 2022

Watching TV with the Second-Party: A First Look at Automatic Content Recognition Tracking in Smart TVs, Arxiv.org, 2024

Vizio’s profit on ads, subscriptions, and data is double the money it makes selling TVs, The Verge, 2021

Vizio Smart TVs Are Watching You Back Even Harder Than Most, Consumerist, 2015 (archiviato su Archive.org)

Lanciata con successo la Soyuz MS-27 verso la Stazione Spaziale Internazionale

In perfetto orario questa mattina, 8 aprile 2025, alle 07:47 ora italiana, è stata lanciata dal Cosmodromo di Baikonur la Soyuz MS-27, con a bordo un equipaggio formato da tre astronauti. Obiettivo del volo, raggiunto felicemente tre ore dopo il distacco dalla rampa di lancio, l’aggancio alla Stazione spaziale Internazionale (ISS).

I tre uomini arrivati con la Soyuz, i russi Sergei Ryzhikov e Aleksei Zubritsky e l’americano Jonathan Kim, rimarranno sull’avamposto orbitale per circa otto mesi. Il ritorno a terra è previsto, se il programma di volo sarà rispettato, per il mese di dicembre di quest’anno.

Con l’arrivo dei tre nuovi “inquilini”, la ISS ha ora a bordo dieci persone: otto uomini e due donne.

Durante il lungo periodo che i nuovi arrivati trascorreranno in orbita, verranno condotti numerosi esperimenti e inoltre alcuni lavori di manutenzione interna ed esterna della Stazione spaziale, compresa una attività extraveicolare per il segmento statunitense, alla quale potrebbe partecipare lo stesso Jonathan Kim. Il lancio della Soyuz MS-27 è il 353° volo orbitale umano da quel primo storico compiuto il 12 aprile 1961 da Yuri Gagarin.

I tre astronauti che hanno raggiunto la ISS a bordo della Soyuz MS-27. A sinistra l’americano Jonathan Kim, al centro il comandante del volo Sergei Rizhikov, e a destra Aleksei Zubritsky.
La Soyuz con i suoi tre uomini in volo verso lo spazio per l’appuntamento orbitale con l’ISS.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/04/07

È andata in onda stamattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

I temi e i link della puntata
  • La puntata è più breve del solito perché sono arrivato in studio con molto ritardo a causa della paralisi del traffico intorno a Lugano provocata da un incidente.
  • Qual è il contrario di un limone? Chimicamente è l’arancia. I due agrumi infatti contengono due versioni differenti (speculari) della stessa molecola, il limonene, che conferisce il caratteristico aroma.
  • Il Paradosso di Fermi: se non siamo soli nell’universo, dove sono tutti quanti? (Ars Technica).
  • A 22:18 rispondo a un ascoltatore che mi definisce “uno che crede che l’uomo è stato sulla Luna” e trova paradossale che io parli di alieni.
  • Italo Calvino e T con zero.
  • A 27:00 parliamo di piramidi e presunta disposizione secondo le costellazioni e a 31:00 parliamo del giacimento di Saqqara e del presunto mistero dei sarcofagi troppo grandi per passare dai cunicoli.
  • 37:50: perché le tigri sono arancioni? Non sembra un buon metodo per mimetizzarsi, eppure c’è una ragione biologica molto precisa per cui l’arancione in un ambiente verde funziona come mimetizzazione (IFLScience; Livescience)

55 anni fa il primo “abbiamo un problema” di Apollo 13

7 aprile 1970, martedì. Mentre il conto alla rovescia per il terzo sbarco umano sulla Luna procede spedito verso la conclusione prevista per l’11 aprile alle ore 20:13 italiane, al Centro spaziale Kennedy giunge come un fulmine a ciel sereno la notizia che durante una delle ultime visite mediche a cui sono sottoposti periodicamente i tre astronauti titolari di Apollo 13 (James Lovell, Fred Haise e Thomas Mattingly) e quelli di riserva (John Young, John Swigert e Charlie Duke), risulta che quest’ultimo, pilota di riserva del Modulo Lunare, ha contratto da uno dei suoi due figli la rosolia.

Mattingly, pilota del Modulo di Comando, dopo ulteriori ed accurati controlli medici, risulta essere l’unico dei sei che non è immune a questa malattia. Per non correre il grave rischio che si ammali durante la missione che porterà i tre uomini a quasi 400.000 chilometri di distanza dalla Terra, il medico della NASA, Charles Berry, chiede l’immediata sostituzione del pilota titolare con la sua riserva John “Jack” Swigert.

Nonostante il parere contrario del comandante del volo James Lovell, restio a modificare parte dell’equipaggio a pochi giorni dall’inizio del grande viaggio, il rischio che la missione possa subire un lungo rinvio convince il veterano dello spazio, che ha al proprio attivo tre voli spaziali, ad accettare la decisione dell’ente spaziale.

Swigert già il giorno successivo inizia una serie di prove tecniche intensive sul simulatore di bordo del Modulo di Comando per garantire un maggior affiatamento tra i membri dell’equipaggio e con i tecnici del Centro di controllo di Cape Kennedy e di Houston che monitoreranno la quinta spedizione umana verso la Luna.

L’equipaggio originale designato per la missione Apollo 13. A sinistra il comandante James Lovell, al centro il pilota del modulo di comando Thomas Mattingly (l’astronauta a rischio di sviluppare la rosolia mentre è nello spazio), e a destra Fred Haise, pilota del modulo lunare.
John “Jack” Swigert, l’astronauta di riserva chiamato a sostituire come pilota del modulo di comando Thomas Mattingly.

9 aprile 1970, giovedì. A due giorni dall’inizio del volo programmato verso la Luna di Apollo 13, c’è molta attesa nel mondo scientifico e nell’opinione pubblica per via della grande incertezza che regna dopo la notizia, resa ufficiale dalla NASA e apparsa sui giornali di tutto il mondo, del possibile contagio con la rosolia subìto da uno dei tre astronauti dell’equipaggio titolare, Thomas Mattingly, pilota del modulo di comando.

Da Stampa Sera del 9 aprile 1970.
Da La Stampa del 9 aprile 1970.

Le voci che circolano al di fuori del Centro spaziale Kennedy ipotizzano un probabile lungo rinvio della terza missione, la prima veramente scientifica rispetto alle due precedenti, che avrebbe visto come protagonisti oltre allo stesso Mattingly il veterano dello spazio James Lovell come comandante e Fred Haise, al suo primo volo, come pilota del modulo lunare.

Ma l’ente spaziale americano ha già preso la sua decisione: si parte comunque. Mattingly per precauzione resterà a terra e verrà sostituito dalla riserva John “Jack” Swigert, ugualmente ben preparata alle difficoltà del viaggio.

Il conto alla rovescia alla base spaziale di Cape Kennedy dunque non si ferma. Il “liftoff” di Apollo 13 verso la Luna con destinazione la zona di Fra’ Mauro, una regione ritenuta molto interessante dai selenologi, viene confermato per sabato 11 aprile, quando in Italia saranno le 20:13 italiane, le 14:13 in Florida.

Spettacolare ammaraggio nel Pacifico chiude la prima missione spaziale umana a sorvolare i poli

Venerdì scorso (4 aprile 2025) uno spettacolare ammaraggio nelle acque dell’Oceano Pacifico (non nuove a rientri sulla Terra di navicelle spaziali statunitensi, tra cui quelle indimenticabili delle missioni lunari Apollo) ha concluso la breve ma storica missione della Dragon “Resilience” con a bordo quattro astronauti non professionisti.

Chi ha assistito alle fasi finali del rientro in diretta televisiva sul canale ufficiale della NASA non ha saputo trattenere le emozioni, tanto era la chiarezza delle immagini trasmesse in 4K.

Subito dopo l’ammaraggio, avvenuto alle 18:19 ora italiana, i quattro astronauti, una volta issata la navicella sulla piattaforma di recupero, sono riusciti ad uscire autonomamente dalla Dragon, anche se con qualche comprensibile difficoltà ma sorridenti: anche questo era uno dei tanti esperimenti compresi nel breve volo durato tre giorni, 14 ore e 32 minuti.

Durante il volo a bordo della “Resilience” nella missione “Fram-2”, così denominata in onore della nave norvegese che effettuò i primi viaggi pionieristici nell’Artico e in Antartide tra il 1893 e il 1912, l’imprenditore cinese ma naturalizzato maltese Chun Wang, la regista norvegese Jannicke Mikkelsen, l’esploratore australiano Eric Philips e l’ingegnere tedesca Rabea Rogge, oltre ad aver sorvolato i poli dall’orbita terrestre (per primi nella storia dell’esplorazione spaziale umana), hanno compiuto più di venti esperimenti scientifici. I più importanti: la prima radiografia del corpo umano nello spazio, lo studio della regolazione del glucosio in microgravità e la possibile coltivazione dei funghi in un ambiente di microgravità.

Una immagine dalla Dragon “Resilience” durante un sorvolo di un polo terrestre.
Lo “splashdown” della Dragon nelle acque dell’Oceano Pacifico al termine di una missione di quasi quattro giorni in orbita polare.

Truffe dei codici QR e auto rubate tramite app a “Patti Chiari” (RSI)

Venerdì scorso sono stato ospite della trasmissione Patti Chiari della Radiotelevisione Svizzera per parlare di due tipi di truffa che sono diventati molto diffusi: il furto di denaro tramite codici QR ingannevoli e il furto di auto tramite le rispettive app di gestione.

La puntata è visionabile qui oppure qui sotto (salvo georestrizioni che mi segnalano alcuni commentatori):

Aggiungo qualche link utile per inquadrare meglio i due casi:

  • Il test per sapere se siete in grado di riconoscere un messaggio fraudolento
  • L’approfondimento e le prese di posizione dei soggetti coinvolti nella questione dei codici QR fraudolenti (Twint, BancaStato, Banca Migros)
  • La pagina di Tesla che spiega (in italiano) come funziona l’autenticazione a due fattori (o autenticazione a più fattori, come la chiama Tesla) sulle sue auto (e anche sulla mia)
  • Sottolineo, per maggiore chiarezza, che l’autenticazione a due fattori non va confusa con il PIN di sblocco dell’auto, il cosiddetto PIN to Drive. L’autenticazione protegge l’accesso all’account usato per gestire l’auto tramite l’app; il PIN di sblocco protegge l’auto contro il furto perché è un PIN che va digitato sullo schermo dell’auto, nell‘abitacolo, per consentirne la guida.

Spazio, 50 anni fa il primo rientro d’emergenza di un equipaggio pochi minuti dopo il lancio

Domani, 5 aprile 2025, ricorre il cinquantesimo anniversario della prima missione spaziale con rientro d’emergenza durante le fasi del lancio.

Il disastro sfiorato accade durante l’inizio dell’ascesa verso gli strati alti dell’atmosfera della Soyuz 18 (successivamente ribattezzata Soyuz 18-A), a bordo della quale si trovano Vasili Lazarev e Oleg Makarov. Obiettivo della diciassettesima missione di una Soyuz con equipaggio è il raggiungimento e l’aggancio al laboratorio Salyut 4, che si trova in orbita dal 26 dicembre 1974 ed è già stato visitato dal precedente equipaggio della Soyuz 17.

Il lancio avviene la mattina del 5 aprile 1975 dal Cosmodromo di Baikonur, nel Kazakistan, allora facente parte all’Unione Sovietica (diventerà indipendente nel 1992 dopo lo scioglimento dell’URSS); Lazarev e Makarov sono alla loro seconda impresa spaziale, avendo già volato insieme durante la missione Soyuz 12 nel settembre del 1973.  

L’inizio del volo verso gli alti strati dell’atmosfera fila liscio come l’olio, ma al momento previsto per la separazione del secondo stadio, ormai esaurito, dal terzo, quattro minuti e 48 secondi dopo il decollo e ad una quota di 145 km, il distacco non avviene nella maniera corretta: il motore del terzo stadio, indispensabile per raggiungere l’orbita terrestre, si accende quando il secondo stadio è ancora agganciato ad esso.

Fortunatamente la spinta del motore del terzo stadio spezza gli agganci che ancora tengono uniti i due veicoli; a questo punto la forte sollecitazione fa deviare pericolosamente il complesso spaziale dalla prevista traiettoria di volo. A causa del guasto tecnico, e avendo rilevato l’anomalia, il sistema di guida automatico della Soyuz attiva il programma di “abort”: l’interruzione di emergenza durante una fase di lancio. È la prima volta nella storia della esplorazione spaziale umana che questo accade.

Al momento dell’avaria, la “torre di salvataggio” collocata all’estremità del razzo A-2 era già stata sganciata ed è quindi necessario attivare il motore principale della Soyuz, separando dapprima il veicolo dal terzo stadio e successivamente dal modulo orbitale e quello di servizio.

Avvenuto ciò, il ritorno verso la Terra della navicella è alquanto drammatico: essendo accelerata fortemente la sua discesa, i due cosmonauti subiscono una decelerazione di 21,3 g invece dei 15 g previsti per queste situazioni di emergenza. Fortunatamente, nonostante il sovraccarico di pressione alla quale viene sottoposta la Soyuz, a pochi chilometri dal suolo i paracadute si dispiegano perfettamente, frenando la navicella e garantendo il ritorno sulla Terra dei due cosmonauti dopo soli 21 minuti e 27 secondi di volo.

Tutto bene dunque per i cosmonauti; i due rientrano a terra sani e salvi, come rilanciano le principali fonti giornalistiche sovietiche nel dare notizia al paese e al mondo dell’avvenuto incidente. Ma a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, come ricorda il sito Almanacco dello Spazio di Paolo Attivissimo alla data 5 aprile, i guai di Lazarev e Makarov non sono finiti: la capsula cade su un pendio innevato e rotola verso uno strapiombo alto 150 metri, finché i paracadute s’impigliano nella vegetazione e trattengono il veicolo spaziale.

L’equipaggio si trova immerso nella neve alta fino al petto e a -7 °C, per cui indossa l’abbigliamento termico d’emergenza. Inizialmente teme di essere finito in territorio cinese, in un momento in cui i rapporti fra Unione Sovietica e Cina sono molto ostili, e quindi si affretta a distruggere i documenti riguardanti un esperimento militare che si sarebbe dovuto svolgere durante la missione.

In realtà l’atterraggio è avvenuto in territorio sovietico, a sud-ovest di Gorno-Altaisk, circa 830 km a nord del confine con la Cina e a circa 1500 km dalla base di lancio, ma i cosmonauti non lo sanno fino a quando viene conseguito il contatto radio con un elicottero di soccorso, il cui equipaggio li informa sul luogo di atterraggio. Lazarev e Makarov sono in patria, ma la zona è talmente impervia che non vengono recuperati fino all’indomani.

Inizialmente le autorità sovietiche dichiarano che i cosmonauti non hanno subito lesioni, ma emergerà poi che Lazarev ha subito traumi a causa dell’elevatissima decelerazione. Makarov, invece, tornerà a volare con le Soyuz 26, 27 T-3.

La censura sovietica nasconde la serietà dell’incidente all’opinione pubblica nazionale fino al 1983: all’indomani del lancio i giornali russi si limitano a scrivere in seconda pagina, con un titolo piccolo e blandissimo (“Comunicato dal centro di controllo del volo”) che lo fa passare pressoché inosservato, che “durante il percorso del terzo stadio del razzo i parametri della traiettoria hanno deviato da quelli prestabiliti e un meccanismo automatico ha fatto interrompere il volo, distaccando la cabina spaziale in modo che scendesse a terra. L’atterraggio morbido è avvenuto a sud-ovest di Gorno-Altaisk (Siberia occidentale). I servizi di ricerca e soccorso hanno ricondotto al cosmodromo i due cosmonauti, che stanno bene”.

Gli Stati Uniti, invece, vengono avvisati sommariamente il 7 aprile, dopo il recupero dell’equipaggio, ma chiedono maggiori chiarimenti, perché sono in corso i preparativi per una storica missione spaziale congiunta fra russi e americani, l’Apollo-Soyuz Test Project, che dovrà decollare tre mesi dopo.


Nella storia dei voli spaziali umani dal 1961, a tutto il mese di marzo 2025, ci sono stati altri tre “abort”, interruzioni improvvise di un volo con equipaggio poco dopo il lancio. A quel primo della Soyuz 18-A si sono aggiunte altre due missioni sovietiche/russe: Soyuz T-10A (settembre 1983) e Soyuz MA-10 (ottobre 2018). Anche in questi casi i cosmonauti a bordo sono rientrati a terra sani e salvi. Ben più tragico l’unico “abort” di una missione della NASA, l’esplosione della navetta Shuttle “Challenger” dopo 73 secondi dal lancio, con la morte dei sette astronauti a bordo.

I due sfortunati cosmonauti della missione Soyuz 18-A Oleg Makarov (a sinistra nella foto) e Vasili Lazarev. (fonte: Spacefacts).
La notizia del fallimento del lancio della Soyuz a pag. 12 del quotidiano con uscita pomeridiana Stampa Sera, datato 7 aprile 1975 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
Il mancato raggiungimento in orbita della Soyuz di Makarov e Lazarev nell’edizione del mattino de “La Stampa” dell’8 aprile 1975 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Sono stato ospite del Gomitolo Atomico di Massimo Polidoro

Massimo Polidoro, amico e collega da una vita, mi ha invitato a partecipare al suo Gomitolo Atomico e ne è venuta fuori una bella chiacchierata sulla scienza, lo spazio, la vita (extraterrestre) e tutto quanto (cit.), parlando anche di Niente panico, per ora, la traduzione italiana dell’autobiografia dell’astronauta lunare Fred Haise di Apollo 13 (edita da Cartabianca Publishing). Il link diretto alla puntata su YouTube è questo.

Autocorrezioncella: il motto della missione Apollo 13 è Ex Luna, Scientia, non ex astris scientia come dico nel podcast.