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protezione dei minori

Podcast RSI – Identità elettronica: pro e contro tecnici, promesse e preoccupazioni

Questo è il testo della puntata del 29 settembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: varie voci che chiedono “Mi dà un documento per favore?”]

Immaginatevi di rispondere a questa richiesta senza dover frugare nella borsa o nel portafogli per trovare una tessera consunta che ha su una vostra foto venuta male. Immaginate che non vi vada a genio l’idea di dare a uno sconosciuto l’elenco completo dei fatti vostri impressi su quella tessera, compreso l’indirizzo di casa come avviene nei documenti di alcuni paesi,* quando in realtà dovete dimostrare soltanto di essere maggiorenni o di essere chi dite di essere. O immaginate di essere online e che un sito di acquisti o un social network vi chieda una foto di un documento o addirittura di fare una scansione tridimensionale del vostro volto.

* La carta d’identità elettronica italiana, per esempio, include l’indirizzo di residenza, il codice fiscale e vari altri dati personali.

Ora immaginate di poter rispondere a queste situazioni semplicemente mostrando il vostro smartphone, che fornirà al vostro interlocutore soltanto le informazioni strettamente necessarie al caso specifico, garantite e autenticate dallo Stato. Questa è la promessa del cosiddetto Id-e o e-ID o mezzo di identificazione elettronico, già disponibile in numerosi Paesi.

Ma questa promessa è accompagnata anche da alcune preoccupazioni. Si teme di barattare la comodità con la sicurezza e di svendere la riservatezza in cambio dell’efficienza. Ci si preoccupa che si possa aprire gradualmente la porta a una sorveglianza di massa informatizzata e a vulnerabilità informatiche e che si finisca per escludere dalla società chi non ha o non può avere uno smartphone.

Benvenuti alla puntata del 29 settembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica e focalizzato, in questo caso, sui pro e i contro delle identità elettroniche. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Ci siamo abituati ormai da tempo all’idea che per acquistare certi prodotti, accedere a vari posti, fruire di determinati servizi o chiedere documentazione alla pubblica amministrazione si debba presentare un documento d’identità. Spesso non si tratta soltanto di esibire momentaneamente un documento a qualcuno che lo verifica al volo, ma quel documento viene anche scansionato o fotocopiato o comunque conservato, non sempre legittimamente, da chi ce lo ha chiesto.

E questa conservazione, a volte, non è particolarmente diligente. Lo testimonia il fatto che immettendo semplicemente in Google le parole chiave giuste emergono migliaia di scansioni di documenti d’identità perfettamente leggibili, archiviate maldestramente in qualche cloud mal configurato, a disposizione del primo truffatore che passa, e anche del secondo e del terzo. La gestione e la custodia corretta di questi dati personali rappresentano un costo importante per le amministrazioni e per le aziende.

Con la graduale introduzione dei controlli di età minima nei social network e nei siti di acquisti e di incontri, ci siamo anche abituati a dare a queste mega-aziende una scansione 3D del nostro volto oppure una foto fronte-retro di un nostro documento di identità. Quel documento contiene nome, cognome, indirizzo, data di nascita esatta, foto del volto e molte altre informazioni personali in più rispetto a quelle realmente necessarie per una semplice verifica dell’età. Una sovrabbondanza di dati che queste aziende divorano con entusiasmo per fare profilazione di massa delle persone insieme ai nostri like, alla rete dei nostri contatti e alla nostra localizzazione.

Questi problemi evidenti di sicurezza, riservatezza e costo della situazione attuale possono essere ridotti drasticamente con un sistema di identificazione elettronica come quelli già esistenti da molti anni in vari Paesi europei e come quello previsto in Svizzera dalla legge federale approvata dalla votazione popolare di ieri.

L’identificazione elettronica svizzera che viene proposta è gestita direttamente dallo Stato, che la rilascia e ne è responsabile, e si basa su standard tecnici aperti. I dati personali vengono custoditi e trattati a bordo dello smartphone dell’utente, in un’app statale chiamata Swiyu per iOS e Android [codice su Github]. Tutta la gestione ha luogo su computer dell’infrastruttura della Confederazione e quindi i dati non finiscono in qualche cloud aziendale magari d’oltreoceano, come avviene invece con le identificazioni online attuali.

Inoltre i dati che vengono trasmessi durante l’uso sono solo quelli strettamente necessari: per esempio, se un negozio fisico o online deve verificare un’età, riceverà soltanto l’informazione che il cliente ha più di 18 anni e nient’altro. Con i sistemi attuali, invece, il negozio viene a sapere, e finisce per archiviare, tutte le informazioni presenti sul documento tradizionale mostrato o trasmesso online. La privacy è insomma maggiormente protetta se si usa un’identificazione elettronica.

I dati scambiati sono protetti dalla crittografia e non sono riutilizzabili da terzi, per cui intercettarli è sostanzialmente inutile, e per chi li riceve è semplice verificare che siano autentici. Invece superare gli attuali controlli usando una carta d’identità tradizionale falsificata o trovata su Internet è relativamente facile, soprattutto online.

I documenti di identificazione tradizionali, inoltre, possono essere rubati e usati abusivamente fino alla loro scadenza prefissata, salvo che ci siano complessi coordinamenti fra archivi delle denunce di furto o smarrimento e negozi o servizi pubblici, mentre l’identificazione elettronica è facilmente revocabile in qualunque momento e cessa immediatamente di essere usabile ovunque.

Fra l’altro, la revocabilità non va vista come una procedura d’emergenza, come lo è nel caso dei documenti d’identità cartacei, ma è una prassi standard del sistema. Infatti l’identità digitale è legata strettamente allo specifico esemplare di smartphone dell’utente, grazie ancora una volta alla crittografia, e quindi non è trasferibile, in modo che siano praticamente impossibili i furti di identità. Se si cambia smartphone, si chiede semplicemente il rilascio di un nuovo certificato di identità digitale. L’intero procedimento è gratuito per i residenti.

C’è anche un altro livello di protezione della privacy: i dati personali delle credenziali digitali degli utenti non vengono mai custoditi nei server dello Stato e non c’è un’autorità centrale che li aggrega, custodisce o controlla. Lo scambio di dati avviene direttamente, in maniera decentrata, fra l’utente e il servizio o negozio. In questo modo è impossibile collegare tra loro le informazioni sull’utilizzo delle varie credenziali e fare profilazione di massa degli utenti.


I vantaggi di un sistema di identità digitale decentrato e non commerciale sono insomma numerosi, ma ci sono comunque degli aspetti meno positivi da considerare.

Il primo è la scarsa intuitività, almeno all’inizio, quando presentare il telefono per identificarsi non è ancora un gesto abituale e diffuso, anche se lo si fa già per i biglietti aerei, per i pagamenti contactless nei negozi fisici e in varie altre occasioni. Tutte le procedure informatiche che permettono, dietro le quinte, la garanzia e la verifica di un’identità digitale sono arcane e scarsamente comprensibili per l’utente non esperto, mentre verificare un documento d’identità tradizionale è un gesto naturale che conosciamo tutti.

Il secondo aspetto è la potenziale fragilità del sistema elettronico: una carta d’identità tradizionale funziona sempre, anche quando non c’è campo, e non ha una batteria che si possa scaricare. È un problema già visto con chi non stampa più i biglietti del cinema o del treno e poi va nel panico perché gli si scarica il telefono e non ha modo di ricaricarlo, o con chi si affida al navigatore nell’app e poi non sa che strada prendere quando si trova in una zona senza segnale cellulare.

Un terzo problema è la necessità di avere uno smartphone, e specificamente uno smartphone moderno con funzioni crittografiche integrate, se si vuole usare l’identità digitale: è vero che quasi tutte le persone oggi hanno un telefono cellulare, ma non tutte hanno uno smartphone Android o iOS. E ci sono persone che per mille ragioni, come costo, impatto ambientale, difficoltà motorie, diffidenza verso la tecnologia e antipatia per le interfacce tattili, non vogliono essere costrette a portarsi in giro un oggetto di questo genere.

Del resto non ci sono alternative tecniche realistiche: la potenza di calcolo e la facilità di aggiornamento che sono necessarie per avere un sistema sicuro e flessibile non consentono soluzioni come per esempio delle tessere in stile carta di credito, e comunque qualunque dispositivo dedicato comporterebbe un costo di produzione, distribuzione e gestione di milioni di esemplari, per non parlare del problema di far abituare le persone a portare con sé e tenere sempre carico un dispositivo in più, mentre lo smartphone è bene o male già nelle tasche di quasi tutti.

È anche per questo che la Confederazione continuerà a offrire tutti i servizi anche in maniera analogica e i metodi tradizionali di identificazione non verranno soppiantati ma resteranno disponibili in parallelo, per evitare che si formino dei ghetti tecnologici che intrappolano chi non può permettersi o non può usare uno smartphone, e quindi proprio le persone più deboli e vulnerabili.

Video di presentazione dell’id-E realizzato dalla Confederazione prima del recente referendum.

Resta comunque il problema di fondo di tante innovazioni tecnologiche degli ultimi tempi: la crescente centralità e importanza che fanno assumere allo smartphone nella vita di tutti i giorni. Quello che una volta era un telefono è oggi un oggetto fragile e costoso al quale viene chiesto di fare sempre più cose: fotocamera, agenda, navigatore, chiave di casa e dell’auto, custodia per i biglietti di viaggio, portafogli, traduttore, terminale bancario e adesso anche mezzo di identificazione. Se perdiamo lo smartphone o si rompe, rischiamo la paralisi sociale. Ma siccome capita raramente, ci abituiamo, diamo per scontato che funzioni, e smettiamo di sapere come usare i metodi alternativi.


Tirando le somme, il sistema di identità digitale svizzero non è perfetto, ma l’ottimo è nemico del buono, e non fare nulla significa lasciare le cose come stanno, cioè continuare a riversare dati personali negli immensi collettori delle aziende trilionarie del settore tecnologico. Il timore istintivo che un sistema di identità digitale porti a un ipotetico Grande Fratello governativo è comprensibile, ma l’alternativa è continuare a sottostare agli umori dei tanti Grandi Fratelli commerciali che non sono affatto ipotetici.

Una regola d’oro dell’informatica, quando si tratta di privacy e riservatezza, è che bisogna sempre progettare i software che gestiscono questi aspetti cruciali della vita sociale democratica in modo che siano resistenti non solo alle tentazioni di abuso del governo corrente di un Paese, ma anche a quelle di tutti i possibili governi futuri, compresi quelli peggiori immaginabili. Per l’identità digitale svizzera sono state prese misure tecniche robuste proprio per ridurre al minimo questo rischio. La sua progettazione si basa su tre punti di forza principali.

  • Il primo è la cosiddetta privacy by design, ossia la riservatezza è incorporata e intrinseca e non è una funzione aggiunta a posteriori.
  • Il secondo è la minimizzazione dei dati, ossia in ogni fase vengono condivisi e scambiati soltanto i dati strettamente necessari allo scopo specifico, e anzi se un negozio o servizio ne chiede più del necessario è prevista la sua segnalazione pubblica.
  • Il terzo è il decentramento, vale a dire i dati dell’identità digitale di un utente sono custoditi esclusivamente sul suo dispositivo, senza archivi centrali.

A questi tre si aggiunge un quarto punto felicemente lungimirante: il sistema di identità digitale svizzero è concepito per essere conforme agli standard internazionali, in modo da garantire che possa essere usato in futuro anche all’estero, per esempio nell’Unione Europea, che si sta attrezzando con un sistema analogo.

Se tutto procederà secondo i piani, dall’anno prossimo sarà possibile avere una sorta di portafoglio elettronico che potrà contenere documenti e attestati della pubblica amministrazione, diplomi, biglietti, licenze di circolazione, tessere di assicurazione malattia, tessere di socio, carte clienti, iscrizioni protette ai social network e altro ancora, senza più stampare e spedire montagne di carta o tessere di plastica, e permetterà di identificarsi online, o meglio di qualificarsi per esempio in termini di età o di licenze,senza regalare a ogni sito tutti i nostri dati personali.

La spesa prevista per lo sviluppo e la gestione di questa identità digitale nazionale e per l’infrastruttura che la supporterà equivale a meno di tre franchi e mezzo a testa all’anno. Sembra una spesa ragionevole, se permette di snellire la burocrazia e di evitare di dover inviare ovunque immagini dettagliate dei nostri documenti.

E soprattutto se permette di creare una penuria di scansioni di documenti di identificazione sfruttabili dai criminali informatici. Sarebbe davvero splendido riuscire a indurre finalmente in questi malviventi una vera e propria… crisi di identità.

Fonti

Smartphone, social e minori, proibire o regolamentare? Indagine della RSI

Il 16 settembre scorso è andata in onda un’inchiesta del programma Falò della Radiotelevisione Svizzera sulla questione dei danni sociali causati dall’uso di smartphone e social network in particolare ai minori. I dati statistici si sono accumulati per anni e sono preoccupanti. Ora, finalmente, ci si interroga su cosa fare per una situazione che gli esperti hanno segnalato da tempo, restando largamente inascoltati.

Io faccio un piccolo intervento intorno a 19:00, mostrando che i controlli sui contenuti di Instagram sono inesistenti ed espongono gli utenti a pornografia e immagini di violenza estrema e che spesso questi contenuti inaccettabili non vengono rimossi nemmeno se li si segnala (probabilmente perché il “controllo” viene effettuato automaticamente, senza coinvolgere un essere umano).

Chiarisco il mio commento sul mettere la volpe a capo del pollaio: mi riferivo alle proposte di obbligare Meta e gli altri gestori di social network a effettuare controlli più severi sull’età degli utenti.

Queste aziende non hanno nessun incentivo economico a limitare gli utenti e nessuna penalità significativa se non lo fanno diligentemente (le sanzioni milionarie spesso citate sono l‘equivalente di qualche ora di fatturato e sono quindi un banale costo operativo, non un pericolo). Far fare questi controlli a loro significa regalare altri dati personali dei nostri figli (scansioni dei volti e dei documenti) ad aziende che vivono della vendita di quei dati.

Ha invece senso, secondo me, che lo Stato fornisca un servizio di identità digitale che comunichi a questi social solo il dato di legittimazione all’uso, ossia “certifico che questo utente – di cui non ti dico nient’altro, niente nome, cognome, indirizzo, documento, genere, volto, età precisa – ha più di X anni”. In pratica, io cittadino mi rivolgo allo Stato, che ha già i miei dati, e lo Stato mi dà un token, un codice usa e getta slegato dalla mia identità, che posso usare per autenticarmi in un social o in un negozio online o in un forum.

Non so se ci sono georestrizioni sul programma, ma se vi interessa è qui sul sito della RSI (72 minuti). I singoli servizi trasmessi durante la puntata sono qui: A scuola senza smartphone (6 minuti) e Smartphone e social, tempo di divieti? (20 minuti). Entrambi sono stati realizzati da Paola Santangelo e Andrea Campiotti.

Podcast RSI – Proteggere i giovani da smartphone e social network è un “imperativo globale”, secondo i dati scientifici

Questo è il testo della puntata dell’1/9/2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Il possesso di uno smartphone prima dei 13 anni è fortemente correlato a una minore salute mentale in età adulta, soprattutto tra le giovani donne. Questo calo diffuso della salute mentale si manifesta come pensiero suicidario, distacco dalla realtà e scarsa autostima. Sono i risultati piuttosto inesorabili e ineludibili di uno studio basato sul più grande database mondiale di dati sul benessere mentale.

Ma le soluzioni ci sono. Quello che scarseggia, invece, è il coraggio di adottarle.

Benvenuti alla puntata del primo settembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Uno studio mondiale basato su centinaia di migliaia di persone giovani e pubblicato a luglio 2025 sulla rivista scientifica Journal of Human Development and Capabilities presenta risultati impressionanti sugli effetti negativi di smartphone e social network che daranno da pensare a molti genitori.

Secondo questo studio, che attinge al più grande database mondiale di informazioni sulla salute mentale, il Global Mind Project, i giovani che oggi hanno fra i 18 e i 24 anni e avevano ricevuto il loro primo smartphone a 12 anni o ancora prima manifestano ora maggiore aggressione, pensiero suicidario, distacco dalla realtà, minore capacità di gestire le emozioni e bassa autostima [“aggression, suicidal thoughts, feelings of detachment from reality, and diminished self-worth, emotional control, and resilience”, p. 497]. Il 41% delle persone tra i 18 e i 34 anni lotta contro sintomi o capacità funzionali ridotte che sono un ostacolo concreto nella loro vita quotidiana.

Questi problemi non sono legati esclusivamente al possesso di uno smartphone: sono associati anche all’accesso precoce ai social network, e comportano un maggior rischio di cyberbullismo, disturbi del sonno e difficoltà relazionali in seno alla famiglia in età adulta.

L’arrivo degli smartphone a partire dai primi anni Duemila, dicono gli autori della ricerca, ha trasformato il modo in cui le persone giovani stabiliscono legami, imparano concetti e nozioni e formano le proprie identità. Questi dispositivi, sottolineano, vanno distinti dai telefonini tradizionali perché sono costantemente connessi a Internet e danno accesso continuo e in ogni luogo ai social network.

Il problema, spiegano gli autori dello studio, è che gli algoritmi dei social network, ossia i sistemi che selezionano e propongono contenuti ai singoli utenti, tendono ad amplificare i contenuti dannosi e a incoraggiare una persona a fare confronti con le altre, e hanno anche un impatto importante su altre attività, come le interazioni faccia a faccia e il sonno. Tutte cose che un genitore o un docente sa bene e percepisce quotidianamente da tempo, ma vederle documentate da un’analisi rigorosa e di massa le sposta dalla vaghezza degli aneddoti personali alla concretezza del dato statistico.

Gli esperti che hanno condotto lo studio chiedono interventi urgenti per proteggere la salute mentale delle generazioni che costituiranno gli adulti del futuro. Mettono in guardia sul fatto che i sintomi che si rilevano in età adulta “non sono quelli tradizionali di depressione e ansia, e possono sfuggire agli studi che si basano sui test di valutazione standard”. Lo spiega la neuroscienziata Tara Thiagarajan, laureatasi a Stanford e principale autrice dell’articolo scientifico in questione.

Gli studi svolti finora sugli effetti sulla salute mentale del tempo trascorso davanti agli schermi dei dispositivi, sui social network e sugli smartphone hanno già indicato alcuni effetti negativi, ma spesso in modo contraddittorio o poco chiaro, dando quindi al legislatore, al mondo scolastico e alle famiglie una giustificazione per non fare nulla o minimizzare il problema.

Questa nuova ricerca, invece, ha ottenuto risultati molto netti attingendo a questo grande database, che include profili e informazioni contestuali su oltre due milioni di individui distribuiti in 163 paesi e su 18 lingue, applicando un cosiddetto quoziente di salute mentale [Mental Health Quotient, MHQ], che è uno strumento di autovalutazione che misura il benessere sociale, emozionale, cognitivo e fisico delle persone e genera una sorta di punteggio generale della salute mentale individuale.

I risultati principali del possesso precoce di uno smartphone includono tutti i sintomi che ho già citato e anche le allucinazioni. Il punteggio di salute mentale, inoltre, scende progressivamente man mano che cala l’età di questo primo possesso. Per esempio, chi ha ricevuto il suo primo smartphone a 13 anni ha un punteggio medio di 30, ma il punteggio medio di chi lo ha ricevuto a cinque anni è 1.

Lo studio ha rilevato effetti differenti fra ragazzi e ragazze: il possesso precoce è associato principalmente a una immagine di sé meno positiva, a una minore autostima, a un calo nella fiducia in se stesse e nella resilienza emozionale tra le ragazze, mentre tra i ragazzi prevalgono le riduzioni di stabilità, calma ed empatia. Queste tendenze, fra l’altro, sono universali e si riscontrano in tutte le regioni del mondo, in tutte le culture e in tutte le lingue.

Se vi servivano dei dati oggettivi per avere una giustificazione per fare qualcosa per questo problema, questa ricerca può essere insomma un buon punto di partenza, che include molti altri risultati interessanti oltre a quelli che ho riassunto qui.

Ma che cosa si può fare esattamente?


Agire in modo efficace di fronte a un problema sociale di questa portata non è facile. Un genitore che decida di limitare l’accesso dei figli agli smartphone e ai social network rischia di portare quei figli a un’esclusione sociale, perché tutti gli altri loro coetanei li usano.

Confidare nelle capacità e nel buon senso dei minori stessi è, dicono i ricercatori, “irrealistico ed eticamente insostenibile” perché “i sistemi di intelligenza artificiale che alimentano i social network sono concepiti appositamente per sfruttare le vulnerabilità psicologiche, per manipolare e per scavalcare le difese cognitive, e questo pone una sfida considerevole quando la corteccia prefrontale non è ancora matura,” scrivono i ricercatori. Prendersela con i ragazzi e le ragazze perché non sanno resistere alle lusinghe di un sistema creato dagli adulti appositamente per manipolarli significa insomma scaricare le colpe sulle vittime.

I ricercatori propongono quattro tipi generali di rimedi, che elencano in ordine di fattibilità decrescente.

Il primo rimedio, il più fattibile, è introdurre un’educazione obbligatoria alle competenze digitali e alla salute mentale, che includa l’etica delle relazioni online e offra delle strategie per la gestione dell’influenza degli algoritmi, del cosiddetto catfishing (cioè l’uso di false identità online allo scopo di ingannare), del bullismo digitale e dei predatori sessuali. Questa educazione dovrebbe precedere l’accesso autonomo ai social network, analogamente a quello che si fa con la patente di guida.

Il secondo rimedio proposto è rafforzare i controlli sull’età di accesso ai social network e fare in modo che ci siano conseguenze significative per questi social e per le società del settore tecnologico se questi controlli, gestiti da loro, si rivelano inefficaci. I ricercatori ammettono che questa è una sfida tecnicamente difficile ma notano che “spostare verso i fornitori di tecnologie la responsabilità di mitigare i rischi e proteggere gli utenti riduce gli oneri che gravano sulle famiglie e sugli individui”.

In altre parole, visto che i social network causano questo problema e ci guadagnano cifre enormi, che siano loro a rimediare, e che lo facciano a spese loro. I ricercatori notano che in altri campi, come il consumo di tabacco e di alcolici, un impianto di leggi efficace nel rendere responsabili le aziende è ottenibile se c’è, cito, “volontà politica sufficiente”.

Il terzo rimedio, che secondo i ricercatori ha una fattibilità media, come il precedente, è vietare l’accesso ai social network ai minori di 13 anni su qualunque dispositivo. Questa è una sfida tecnica notevole, che si basa sull’età minima di legge ma richiede meccanismi di applicazione concreta che siano efficaci e affidabili.

Il quarto e ultimo rimedio, quello meno fattibile in assoluto ma anche quello di maggiore impatto potenziale, è introdurre dei divieti all’accesso non solo ai social ma anche agli smartphone, intesi specificamente come dispositivi personali facilmente portatili che abbiano accesso a Internet e includano app supplementari oltre a quelle per telefonare e ricevere messaggi di testo.

Questi divieti andrebbero applicati ai minori di 13 anni, offrendo delle alternative pratiche, come dei telefonini che forniscano solo i servizi di base, ossia chiamate e messaggi, senza social network o contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Questi prodotti esistono già, ma attualmente sono presentati dal marketing delle case produttrici come soluzioni riservate agli utenti anziani invece di proporle come dispositivi protettivi per minori. I ricercatori si rendono conto che mettere in atto divieti di questa portata è difficile, perché va contro le norme socioculturali sull’accesso alla tecnologia, si scontra con le libertà di decisione dei genitori ed è concretamente difficile da far rispettare negli spazi privati.


In sintesi, dicono questi ricercatori, un genitore che mette in mano a un minore uno smartphone non lo sta aiutando affatto ad acquisire competenze digitali, come pensano molti, ma gli sta causando un danno che si trascinerà fino alla vita adulta. Servono urgentemente misure protettive e preventive, e cominciano ad accumularsi dati oggettivi che raccomandano di estendere almeno in parte queste misure anche alle persone fra i 14 e i 18 anni.

I precedenti di successo non mancano. Nelle loro conclusioni, i ricercatori fanno l’esempio delle norme sull’accesso e il consumo di alcolici da parte di minori, che rendono responsabili i genitori, gli esercizi commerciali e i fabbricanti. Chi mette alcolici a disposizione di minori può essere sanzionato, può perdere la licenza commerciale o finire in tribunale, e le aziende che producono alcolici sono soggette a restrizioni pubblicitarie molto severe e possono essere punite se si rivolgono a minori o non fanno rispettare i limiti di età. Quindi perché non farlo anche per gli smartphone e i social?

Sarebbe una misura impopolare per molti utenti, ma alcuni governi, come quello australiano, si stanno già muovendo in questa direzione, sia pure con misure non sempre complete, efficaci e persuasive. Il tassello mancante, di solito, è la punibilità delle aziende. Forse a causa del loro immenso potere economico, raramente i politici se la sentono di attribuire le colpe a chi realmente le ha perché ha creato il problema e finge di essere incapace di risolverlo.

Finge, sì, perché è semplicemente inconcepibile che aziende high-tech come X o Meta, che si vantano di avere potentissime intelligenze artificiali capaci di analizzare e digerire trilioni di parole, non siano in grado di accorgersi che sui loro servizi esistono da anni gruppi e forum come quello sessista venuto alla ribalta in questi giorni [LaRegione.ch; Tio.ch; Tio.ch]. Era tutto alla luce del sole, senza crittografia a proteggere le conversazioni, le foto e i commenti, eppure Meta, che ospitava il gruppo Facebook in questione [chiamato “Mia moglie”, 32mila utenti, dove gli uomini pubblicavano scatti di mogli o fidanzate, spesso fatti a loro insaputa, e chiedevano agli altri iscritti di commentarli], non ha fatto nulla. Anzi, anche quando io stesso ho segnalato contenuti assolutamente inaccettabili ed evidentissimamente contrari alle loro stesse regole che si trovavano sui social di Meta, le mie segnalazioni sono state respinte, come quelle di tanti altri utenti che cercano di vigilare dove chi dovrebbe farlo non lo fa.

Il problema è talmente grave che i ricercatori parlano di “imperativo globale” per la sua soluzione e avvisano che “se proseguiranno le attuali tendenze al possesso di smartphone e all’accesso ai social network” in età sempre più giovanile si rischia che questa situazione da sola sia “responsabile per disagi mentali come pensieri suicidari, dissociazione dalla realtà e capacità ridotte di controllo delle emozioni e di resilienza in quasi un terzo della prossima generazione.”

Nel frattempo, nel 2024 Meta ha incassato 164 miliardi di dollari; Apple ne ha incassati 391, Google 348 e Samsung 218. Sarà davvero interessante vedere chi avrà il coraggio di remare seriamente contro questo mare di soldi.

Fonti aggiuntive

Thiagarajan, T., et al. (2025). “Protecting the Developing Mind in a Digital Age: A Global Policy Imperative” Journal of Human Development and Capabilities (PDF).

Early smartphone use linked to poorer mental health in young adults, News-Medical.net

Chiude Phica.eu, sito sessista con migliaia di foto e commenti osceni, LaRegione.ch

Chiuso forum con foto intime rubate di donne, ci sono anche vittime ticinesi. «Cosa si fa?», Tio.ch

«Sul forum Phica c’ero pure io. Ho segnalato mesi fa, ma… nulla», Tio.ch