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Niente Panico RSI – Puntata del 2025/05/05

È andata in onda lunedì 5 alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Abbiamo parlato di Starmus, il congresso di scienziati e ricercatori svoltosi alle Canarie; del MetGala 2025; dell’anniversario della morte di Napoleone Bonaparte, con le teorie complottiste sul motivo della sua morte e sulla storia del suo sarcofago a matrioska e i fatti storici legati alle tappezzerie all’arsenico usate in epoca vittoriana; della poesia Il Cinque Maggio dedicata a Napoleone da Alessandro Manzoni; dell’atleta Simone Biles; dell’espressione britannica plumber’s cleavage (“scollatura dell’idraulico”); e del Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello.

Podcast RSI – 23 “no” per riprendersi Internet

Questo è il testo della puntata del 5 maggio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


È passato da pochi giorni il trentaduesimo anniversario della nascita formale del Web, ossia di Internet come la conosciamo oggi. Rispetto all’idea originale, però, sono cambiate tante cose, non tutte per il meglio.

Questa è la storia di come è nato il Web, di cosa è andato storto e di come rimediare, con una lista di “No” da usare come strumento correttivo per ricordare a chi progetta siti, e a noi che li usiamo, quali sono i princìpi ispiratori di un servizio straordinario come l’Internet multimediale che ci avvolge e circonda oggi, e a volte ci soffoca un po’ troppo con il suo abbraccio commerciale.

Benvenuti alla puntata del 5 maggio 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Siamo nel 1993. È il 30 aprile. A Ginevra, un timbro rosso della Divisione delle Finanze dell’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare, quella che oggi chiamiamo comunemente CERN, si imprime su un singolo foglio di carta firmato dal direttore della ricerca e dal direttore dell’amministrazione.

Quel foglio contiene una dichiarazione molto semplice, ma di portata letteralmente planetaria: dice che tre software sviluppati al CERN diventano di pubblico dominio e sono quindi liberamente utilizzabili, copiabili, modificabili e ridistribuibili da chiunque. Quei tre software sono gli elementi fondamentali del Web che usiamo oggi, inventato appunto da un dipendente del CERN, Tim Berners-Lee, quattro anni prima, insieme a Robert Cailliau.

Internet esisteva già, fin dalla fine degli anni Sessanta, ma soltanto in forma testuale elementare. L’invenzione di Berners-Lee e Cailliau la trasformava, permettendo di collegare fra loro pagine differenti con dei link cliccabili, creando una ragnatela di documenti interconnessi (per questo si chiama Web, ossia appunto “ragnatela” in inglese) e consentendo di includere in una stessa pagina testo, immagini, video e suoni. Una rivoluzione oggi un po’ dimenticata, visto che sono passati tre decenni abbondanti, e basata su un ideale di apertura e di libero accesso che da allora si è perso per strada.

Oggi siamo abituati a un’Internet commerciale, ma va ricordato che inizialmente Internet era un servizio dedicato alla comunicazione tra membri di istituzioni accademiche, basato su standard aperti, pensato per abbattere le barriere e le incompatibilità fra i computer e i sistemi operativi differenti e facilitare la condivisione del sapere.

Adesso, invece, le barriere vengono costruite appositamente: per esempio, invece della mail, che è aperta a tutti, non è monopolio di nessuno e funziona senza obbligare nessuno a installare un unico, specifico programma, si usano sempre di più i sistemi di messaggistica commerciali, come per esempio WhatsApp, che appartengono a una singola azienda, funzionano soltanto con l’app gestita e aggiornata da quell’azienda e sono incompatibili tra loro.

Ci sono alternative non commerciali, basate su standard aperti, come Mastodon, che conta alcuni milioni di utenti, ma la stragrande maggioranza delle persone è insediata da tempo su WhatsApp e simili e non può traslocare perché se lo facesse perderebbe tutti i contatti che ha, ed è quindi prigioniera e obbligata a cedere tutti i dati personali che il gestore di quella app pretende di volta in volta in cambio del proprio servizio.

La misura di quanto ci siamo allontanati da quell’ideale di apertura e compatibilità di trentadue anni fa è evidente nell’interazione di tutti i giorni con qualunque sito Web: invece di poter semplicemente consultare le informazioni che desideriamo, veniamo assillati da richieste di login, cookie, creazione di account, identificazione di scritte distorte, e così via. È talmente onnipresente che molti ormai la considerano la normalità, una scomodità necessaria e inevitabile, e anche chi progetta i siti Web pensa che sia giusto fare così, senza alternative.

Ma immaginate per un momento come vi sentireste se un negozio fisico si comportasse come un sito Web tipico di oggi. Volete comperare un paio di calzini? Ancora prima di varcare la soglia del negozio dovrete dare un indirizzo di mail e creare un account, anche se non siete sicuri di voler comperare nulla e probabilmente non metterete mai più piede in quel negozio. E dovete creare una password, ma non una password qualsiasi usa e getta: una che abbia un tot di caratteri maiuscoli e minuscoli, di cifre e di caratteri di punteggiatura.

E poi dovete ricordarvela, altrimenti la prossima volta dovrete rifare tutto da capo. E adesso dovete guardare una griglia di immagini microscopiche di strade e cliccare solo su quelle che mostrano strisce pedonali e non su quelle che raffigurano scale o cancellate; e guai a sbagliare. E tutto questo perché volevate soltanto comprare un paio di calzini.


La frustrazione della situazione attuale del Web è riassunta molto bene da un elenco che circola online in varie versioni in questo periodo. Una delle più gustose è quella pubblicata su Mastodon da Max Leibman [link] e ampliata con gusto e sarcasmo da molti commentatori.

Ve la traduco e adatto in italiano per comodità e perché nella sua brevità è sia un manifesto di protesta per noi utenti, sia un promemoria di cosa non fare per chi progetta app e siti Internet e non vuole irritare i propri potenziali clienti o lettori.

  1. No, grazie, non desidero installare la tua app.
  2. No, grazie, non voglio che la tua app si avvii da sola quando avvio il mio telefono o computer.
  3. No, grazie, non voglio che tu metta un’icona della tua app sullo schermo del mio computer.
  4. No, non voglio iscrivermi alla tua newsletter e non voglio ricevere mail da te.
  5. No, grazie, non voglio nemmeno ricevere notifiche sulle ultime meravigliose novità della tua azienda.
  6. No, grazie, non voglio lasciare un commento che racconti come è stata la mia esperienza nell’usare il tuo sito.
  7. No, non voglio aprire un account.
  8. No, non voglio aprire un account usando il mio accesso a Google o a un altro servizio, così potrete scambiarvi dati su di me.
  9. No, non desidero entrare nel tuo sito con un account “per avere un’esperienza più personalizzata”.
  10. No, non voglio darti pieno accesso alla mia rubrica dei contatti per poterli tempestare di annunci su quanto siano belli i tuoi prodotti.
  11. No, non voglio che tu legga le mie foto o i miei messaggi.
  12. No, non voglio che tu possa accedere ai miei file, alla mia fotocamera, al mio microfono o al mio altoparlante.
  13. E no, assolutamente non voglio che tu mi tracci con la localizzazione.
  14. No, non voglio cliccare un “Lo faccio dopo” o “Non adesso”. Se ho detto di no, è no. “No” non vuol dire “magari più tardi”.
  15. No, non voglio che tu faccia partire automaticamente il video incorporato nella tua pagina mentre la sto leggendo. Sto leggendo, non posso guardare un video.
  16. No, non desidero i tuoi “cookie facoltativi”. Se sono facoltativi, non dovresti neanche chiedermeli.
  17. No, non voglio lasciarti un giudizio da una a cinque stelline da associare alla mia identità online.
  18. No, non voglio postare automaticamente un messaggio sui social network dicendo a tutti i miei amici che ho acquistato da te un prodotto.
  19. No, non voglio darti il mio numero di telefono così mi potrai mandare offerte via SMS.
  20. No, non voglio usare il mio numero di telefono come numero di iscrizione al tuo sito e non voglio aggiungerlo al mio account “per maggiore sicurezza”, perché sappiamo benissimo entrambi che la sicurezza non c’entra niente.
  21. No, non voglio fare a meno della bolletta cartacea o dello scontrino, che poi devo stampare io a spese mie.
  22. No, non voglio cliccare su “Mi piace” o “Iscriviti al mio canale”.
  23. E no, non voglio che una cosiddetta “intelligenza artificiale” cerchi di farmi assistenza quando chiedo aiuto o che ascolti il mio consulto medico e scriva al posto tuo gli appunti che riguardano la mia salute o i miei acquisti.

La ragione per cui così tanti siti ignorano queste semplici richieste degli utenti di essere lasciati in pace è la raccolta massiccia di dati di marketing sfruttabili e rivendibili. Il motivo per cui insistono a farvi installare la loro app invece di visitare il loro sito è che le app tipicamente danno loro accesso a molti più dati su di voi o sulle vostre attività. La loro insistenza nel farvi scrivere recensioni e commenti serve per farvi spendere tempo a loro vantaggio e per il loro profitto e per avere contenuti sui quali addestrare le loro intelligenze artificiali, non per darvi la possibilità di esprimere costruttivamente la vostra opinione.

In altre parole, quella lunga litania di “No” serve a ristabilire il giusto equilibrio fra cliente e venditore. Il cliente non deve lavorare gratis per il venditore; non è al suo servizio e non è a sua volta un prodotto da vendere.

Se vi siete riconosciuti in qualche punto di quest’elenco di rifiuti garbati ma fermi, avete colto l’essenza del problema: è ora di riprendere l’abitudine di dire “no” a questa pressione crescente. Anche quando la richiesta è insistente e irritante. E se cliccare su “No” significa non poter usare un servizio, un sito o un negozio, non vuol dire che è giunto il momento di cliccare su “Sì”. È giunto il momento di trovare un’alternativa.

E se siete dall’altra parte della barricata, cioè dalla parte di chi crea siti, è giunto il momento di spiccare e distinguervi creando quell’alternativa, se non c’è già. Buon lavoro!

Fonti

When the Internet Was Invented, It Was First Just for Scientists, Popular Mechanics (2023)

The web’s most important decision, The History of the Web (2023)

The birth of the Web, Home.cern

Morto a 99 anni l’artista belga Paul Van Hoeydonck, autore della statuetta lunare “Fallen Astronaut”

L’artista belga Paul Van Hoeydonck, autore di una statuetta che è considerata l’unica opera d’arte lasciata sulla Luna durante una delle missioni Apollo, è morto sabato all’età di 99 anni. Lo ha annunciato la sua famiglia sulla sua pagina Facebook.

Nato l’8 ottobre 1925 ad Anversa, Van Hoeydonck è stato un artista prolifico, attivo nella scultura, nella pittura, nel disegno, nel collage e nella grafica. Ad aumentare la sua fama in tutto il mondo fu però una piccola statuetta alta 8,5 centimetri che rappresenta una figura stilizzata di un astronauta, denominata “Fallen Astronaut” (“Astronauta caduto”) e lasciata sulla Luna durante la missione Apollo 15 il 2 agosto 1971 dagli astronauti David Scott e James Irwin come tributo ai colleghi americani e sovietici caduti in missione o deceduti a causa di incidenti aerei o stradali.

La statuetta fu commissionata a Van Hoeydonck direttamente da David Scott, comandante di Apollo 15, durante un incontro ad una cena. All’artista fu richiesto di creare una piccola scultura per commemorare i 14 astronauti e cosmonauti periti fino ad allora in missioni spaziali e non solo e per celebrare il progresso dell’esplorazione spaziale non solo lunare ma nell’intero Sistema Solare.

Siccome la scultura avrebbe dovuto viaggiare nello spazio ed essere poi esposta per sempre alle condizioni estreme della superficie lunare, Van Hoeydonck ricevette precise istruzioni sulle dimensioni, sul peso e sul materiale da utilizzare per la sua realizzazione. Per soddisfare i requisiti di leggerezza e robustezza, l’artista belga scelse come materiale l’alluminio, che ha il vantaggio di resistere alle forti escursioni termiche della superficie lunare senza il rischio di deformarsi nel tempo. Gli vennero dati anche alcuni suggerimenti sul soggetto che avrebbe dovuto rappresentare: la figura non avrebbe dovuto essere identificabile né come sesso né come etnia. Sia l’artista che il committente, in questo caso l’equipaggio di Apollo 15, concordarono che per evitare ogni futura speculazione commerciale del progetto artistico la statuetta non avrebbe dovuto riportare la firma dell’artista e che lo stesso nome dello scultore non avrebbe dovuto essere divulgato al pubblico.

La missione di Apollo 15, quarto sbarco umano sulla Luna, partì regolarmente dalla rampa di lancio 39-A di Cape Kennedy il 26 luglio 1971 con a bordo l’equipaggio costituito da David Scott, James Irwin e Alfred Worden. Scott e Irwin, al termine della loro terza ed ultima esplorazione ai piedi degli Appennini lunari mentre Worden li attendeva in orbita, depositarono il “Fallen Astronaut” non lontano da dove parcheggiarono il loro veicolo elettrico prima di rientrare a bordo del modulo lunare “Falcon”. Lo collocarono sul suolo selenico insieme ad una targa metallica con i nomi, in ordine rigorosamente alfabetico, di 14 astronauti deceduti, otto statunitensi e sei sovietici.

La statuetta “Fallen Astronaut” insieme alla targa commemorativa (foto AS15-88-11894).

Solo dopo il rientro a terra dei tre di Apollo 15 l’opinione pubblica venne a conoscenza della deposizione sulla superficie lunare della statuetta, durante la conferenza stampa post-volo, ma non fu menzionato il nome dell’artista, tenuto intenzionalmente segreto per scelta dell’equipaggio. Anche quando il prestigioso National Air and Space Museum di Washington espresse il desiderio di avere una copia dell’opera per esporla ai visitatori, dovette farne richiesta tramite gli astronauti. Ad aprile 1972 Van Hoeydonck donò al museo una replica della scultura, esposta ancora oggi assieme ad una copia della targa con i nomi dei quattordici astronauti deceduti.

Il suo nome fu rivelato al mondo il 16 aprile 1972 dallo storico cronista statunitense Walter Cronkite, durante la diretta televisiva della partenza della missione lunare successiva, Apollo 16, quando Cronkite ospitò in studio Van Hoeydonck.

L’artista belga Van Hoeydonck ritratto con in mano il “Fallen Astronaut”.
Fonti aggiuntive

Fallen Astronaut Memorial, Readtheplaque.com.

Plaque, Fallen Astronaut and Cosmonaut, Reproduction, Smithsonian National Air and Space Museum (copia archiviata su Archive.org)

The Sculpture on the Moon, Slate.com, 2013.

Quiz: mi aiutate a identificare un film?

Insieme alla Dama del Maniero sto cercando, senza successo, di identificare da che film provengono queste due scene (o questi due vividissimi falsi ricordi?):

  1. Film in bianco e nero. Siamo in tribunale, da qualche parte negli Stati Uniti, fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Qualcuno, forse uno degli avvocati, sta interrogando un testimone. Si avvicina al banco dei giurati e con il dito disegna, sul corrimano di legno che lo separa dai giurati, un immaginario pulsante che, se premuto, farebbe scomparire in modo indolore e senza conseguenze legali una persona. Con le sue brillanti argomentazioni e provocazioni, alla fine induce l’interrogato a premere entusiasticamente quel pulsante come se fosse una liberazione.
  2. Commedia a colori, ambientata a New York. Un uomo è esasperato dal rumore di un infernale macchinario di cantiere che, nel doppiaggio italiano, fa il verso “glopita-glopita”. Il verso viene citato più volte nel corso del film, diventando un tormentone, e a un certo punto viene mostrato il macchinario, che effettivamente fa un suono quasi umano, comicissimo, che pare proprio “glopita-glopita”.

Inutile dire che ho già cercato in Google e consultato le varie intelligenze artificiali, dalle quali ho ottenuto soltanto risposte totalmente idiote, per cui mi appello all’intelligenza umana.

Grazie!


2025/05/04 21:30

Il secondo quesito è stato risolto brillantemente da vari utenti su Mastodon, dove ho lanciato l’appello: il primo a rispondere correttamente è stato AleBinni, che ha anche linkato uno spezzone della scena esatta. Il film è How to Murder Your Wife, Come uccidere vostra moglie in italiano, uscito nel 1965 e diretto da Richard Quine con Jack Lemmon, Virna Lisi e Terry-Thomas.

Da questa risoluzione salta fuori che non si tratta di due film, ma di uno solo: la scena del pulsante immaginario è infatti tratta dallo stesso film. Eccola:

Rivedendolo oggi, il film è terribilmente, imbarazzantemente sessista e offensivo, anche se lo si interpreta come satira dell’ipocrisia maschile. Avevo due anni quando è uscito, e devo averlo visto in TV anni dopo. Il clima sociale di quegli anni era così. Mi chiedo come siamo sopravvissuti (maluccio, direi).

In ogni caso, grazie! Avete letteralmente sbloccato un ricordo che temevo di essermi inventato.

Appuntamenti pubblici di maggio

16 maggio – TORINO (Salone del Libro) – Centro congressi Lingotto, Sala Madrid dalle 13.45 alle 14.45 circa: presentazione della nuova collana CICAP “Think Deep“. Saranno presenti: Roberto Paura, Giuseppe Stilo e Sofia Lincos, Paolo Attivissimo e Lorenzo Montali (in rappresentanza del Cicap). Modera Elisa Palazzi. Seguirà firmacopie.

31 maggio (spostato dal 10 maggio) – COMO – Yacht Club (viale Puecher 8) dalle 9 alle 13: Convegno “Fake News e Social“. Relatori: Lorenzo Montali, Paolo Attivissimo, Federico Pennestrì, Marco Valle, Mario Guidotti. Ingresso libero, posti limitati. Per iscrizioni: info@premiocittadicomo.it

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/04/28

È andata in onda ieri mattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, in una versione un po’ insolita perché mi sono collegato dalle Canarie via Zoom e ho raccontato l’atmosfera del festival di scienza e musica Starmus e ho portato alcuni spezzoni di interviste ai protagonisti (ringrazio Thomas Villa per la condivisione delle clip audio).

La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Il Delirio del Giorno: ho osato dire di no a una richiesta di assistenza tecnica gratuita

Pochi giorni fa ho ricevuto questa mail, che riporto pari pari omettendo solo il nome del mittente:

CARO PAOLO,TI RICORDI DI ME? IO HO UN GROSSO PROBLEMA CON POBOX.COM POBOX E’ STATA INGLOBATA DA FASTMAIL E ORA NON SO COME FARE.

MI PUOI AIUTARE? MI FARESTI UNA CORTESIA.

GRAZIE.

La mia risposta:

Buongiorno G*******,

mi spiace, ma non ho assolutamente tempo di fare assistenza informatica a nessuno.

Ti consiglio di trovare una persona sul posto che ti possa aiutare.

Ciao,

Paolo

La garbata e serena risposta:

PAOLO ATTIVISSIMO,

DEVO DIRTI CHE SEI UN BEL L’EGOISTA! IO NON-HO NESSUNO CHE MI AIUTA, NEMMENO UN TECNICO QUI A SENIGALLIA DI QUELLI CHE FANNO ANCHE LE CONFIGURAZIONI DI POSTA ELETTRONICA, NEMMENO SE LO PAGO A PESO D’ORO! NESSUN TECNICO QUI’ A SENIGALLIA SI OCCUPA DI FARE CONFIGURAZIONI DI POSTA ELETTRONICA! GENTE EGOISTA COME TE MI FA PROPRIO SCHIFO! SPERO CHE TI VENGA QUALCHE BRUTTO MALE, SPERO CHE TI POSSA VENIRE UN TUMORE MALIGNO DEI PEGGIORI! DI QUELLI CHE NON PERDONANO! LA STESSA COSA AUGURO A QUEI TECNICI CHE SI RIFIUTANO DI FARE LE CONFIGURAZIONI DI POSTA ELETTRONICA ANCHE PAGANDOLI PROFUMATAMENTE!

I TUMORI MALIGNI VENGONO A MOLTI E SPERO CHE PRESTO POSSA VENIRE ANCHE A TE. TI AUGURO LE PEGGIORI DISGRAZIE NELLA TUA FAMIGLIA! I MIEI GENITORI SONO MORTI DIVERSI ANNI FA E NON-HO MOLTO DA PERDERE! SONO RIMASTO SOLO COME UN CANE. HO SOLO MIA SORELLA CHE MI AIUTA PER QUELLO CHE PUO’. ESSA PURTROPPO NON-E’ UN TECNICO, MA UN MEDICO!         

                                          FUCK YOU!                    

                                        YOU  SHITHEAD! 

Non l’ha presa bene.

Starmus La Palma, quarta giornata

Questo è il programma di oggi, quarto e ultimo giorno di questa festa di scienza e musica. Trovate i dettagli sul sito dell’evento, Starmus.com.

Kip Thorne (fisico e premio Nobel) e Lia Halloran (pittrice e fotografa) The Warped Side of the Universe. Una lezione pittorica e scientifica sulle fluttuazioni quantistiche del vuoto come mattoni costitutivi dell’Universo e come strumenti per misurare le onde gravitazionali e altri fenomeni incredibilmente fini. Inevitabile e potente il grido di allarme di Thorne per l’attacco senza precedenti alla scienza di Donald Trump e Elon Musk negli Stati Uniti.

Kip Thorne e Lia Halloran.

Marie Edmonds (Vulcanologa e petrologa) Volcano: Friend or Foe? Gli effetti negativi e positivi dei vulcani, come supporto alla vita e contenimento dei cambiamenti climatici.

Marie Edmonds.

Matt Mountain (astrofisico) Expanding Perspectives: The Power of Astronomy and Future Telescopes to Change Our World. Affascinante riepilogo delle scoperte rivoluzionarie permesse dai telescopi. Quando sarà possibile osservare le superfici di pianeti? Se la fisica quantistica viene applicata ai grandi telescopi, presto.

Kurt Wüthrich (chimico/biofisico, premio Nobel) Dark Matter in the Human Genome, RNA and Proteome. L’incredibile complessità del mondo delle proteine, raccontato con un occhio all’intelligenza artificiale e uno all’idea di “materia oscura” proteica.

Mario Livio (astrofisico, autore di bestseller) The Quest for Cosmic Life.

Donna Strickland (fisico e premio Nobel) Laser Acceleration for Medical Treatments.

George Smoot (astrofisico e premio Nobel) Stem Cell Therapy Centre Automation and Safety.

Jill Tarter (astrofisica, pioniera della ricerca di vita extraterrestre) Search for Extraterrestrial Intelligence.

Pablo Álvarez (astronauta ESA e ingegnere aerospaziale) Roads To Cosmos.

Jim Bell (scienziato planetario, ex presidente della US Planetary Society) Finding Life on Other Worlds: This Century’s Exploration Imperative.

Podcast RSI – Intelligenze artificiali imposte a forza in WhatsApp, Word, Google: come resistere e perché

Questo è il testo della puntata del 28 aprile 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: voce di Schmidt che dice “[…] people are planning 10 gigawatt data centers […], an average nuclear power plant in the United States is one gigawatt. How many nuclear power plants can we make in one year while we’re planning this 10 gigawatt data center? […] data centers will require an additional 29 gigawatts of power by 2027 and 67 more gigawatts by 2030”] [Trascrizione integrale su Techpolicy.press; video su YouTube; spezzone dell’intervento su Instagram]

Questa è la voce di Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google, durante un’audizione davanti a una commissione per l’energia della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, il 9 aprile scorso. Schmidt spiega che sono in corso di progettazione dei data center, vale a dire dei centri di calcolo per supportare l’intelligenza artificiale, che consumeranno 10 gigawatt ciascuno, ossia l’equivalente di dieci centrali nucleari. Il fabbisogno energetico stimato della IA, continua Schmidt, è di 29 gigawatt entro il 2027 e di altri 67 entro il 2030.

La sua domanda su quante centrali nucleari si possano costruire ogni anno per placare questa fame di energia è ovviamente abbastanza retorica, ma il suo intervento solleva una questione molto concreta. Quanta energia che servirebbe altrove stiamo bruciando per l’intelligenza artificiale? E di preciso, cosa stiamo ottenendo in cambio concretamente? Siamo sicuri che ne valga veramente la pena? Perché accanto a risultati interessanti e positivi in alcune nicchie, continuano ad accumularsi gli esempi di stupidità asinina di questa tecnologia e di figuracce da parte delle aziende che la adottano con eccessiva euforia.

Eppure i grandi nomi del settore informatico insistono a includere a forza la IA in tutti i loro prodotti, da Google a WhatsApp a Word, anche se gli utenti non l’hanno chiesta e in alcuni casi proprio non la vogliono, come è appena avvenuto appunto per WhatsApp.

Questa è la storia di alcuni di questi esempi e delle tecniche concrete che si possono adottare per resistere a un’avanzata tecnologica che per alcuni esperti è un’imposizione invadente e insostenibile.

Benvenuti alla puntata del 28 aprile 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Nella puntata del 24 marzo scorso ho già raccontato alcune delle stupidaggini enunciate con elettronica certezza dalle intelligenze artificiali sulle quali si stanno investendo montagne di miliardi. Ho citato per esempio il fatto che secondo la IA di Google, la trippa è kosher o meno a seconda della religione della mucca dalla quale proviene. Ora gli utenti hanno scoperto un’altra bizzarria fuorviante e ingannevole di questo software: se si chiede a Google il significato di un’espressione o di un modo di dire in inglese, il motore di ricerca spesso risponde mettendo in primo piano una spiegazione completamente falsa, inventata dall’intelligenza artificiale, e solo dopo elenca i normali risultati di ricerca.

Ma l’utente medio non ha modo di sapere che la spiegazione è totalmente sbagliata. Si rivolge appunto a Google perché non conosce quel modo di dire e non è un linguista esperto, e quindi tende a fidarsi di quello che Google gli dice. Anche perché glielo dice con enfatica autorevolezza, con tanto di link a fonti, che esistono ma in realtà dicono tutt’altro.

E così secondo Google esisterebbe per esempio in inglese il modo di dire “l’oritteropo abbassa lo sguardo sempre per primo”, che stando alla IA significherebbe che una persona di un certo tipo tende ad arrendersi facilmente se viene sfidata. Sempre Google afferma che in inglese si dice “non puoi leccare due volte un tasso” per indicare che non si può ingannare due volte la stessa persona, e si dice “c’è sempre una mangusta in ogni aula di tribunale” per riferirsi a una strategia legale adottata da alcuni avvocati [Bluesky]. È tutto falso; è tutta un’allucinazione generata dal modo in cui funziona l’intelligenza artificiale.

Un altro modo di dire inglese che non esiste se non nell’energivora fantasia di silicio della IA di Google è “quando l’ape ronza, le fragole cadono”. So che non esiste perché l’ho inventato io pochi minuti fa per questo podcast. Ma se chiedo lumi all’intelligenza artificiale di Google questa frase è un saying, ossia un modo di dire esistente e usato, e rappresenterebbe “l’importanza delle api nell’impollinazione e nella successiva maturazione dei frutti come appunto le fragole”. Lasciamo stare il fatto che la fragola non è un frutto nel senso botanico del termine (se volete sapere perché, la spiegazione è su Wikipedia): quello che conta è che l’utente si rivolge a Google per avere informazioni e invece ne ottiene sistematicamente una bugia che rischia di non saper riconoscere come tale.

Ma quello che conta ancora di più è che quell’utente ora si ritrova in cima ai risultati di ricerca una risposta generata dalla IA, che la voglia o no. E quindi ogni ricerca fatta su Google consuma molta più energia di prima.

È difficile dire quanta, perché ci sono tantissime variabili da considerare, ma il CEO di OpenAI, Sam Altman, ha scritto semiseriamente su X che già solo dire “per favore” e “grazie” a ChatGPT costa alla sua azienda decine di milioni di dollari in energia elettrica per elaborare le risposte a questi gesti di cortesia. Secondo una ricerca del Washington Post, far generare a una IA una cinquantina di mail lunghe 100 parole ciascuna consuma circa 7,5 kWh: quanto basta per fare grosso modo quaranta chilometri in auto elettrica.

L’unico modo pratico per evitare di contribuire a questo spreco di energia indesiderato e spesso inutile è usare un motore di ricerca alternativo privo di intelligenza artificiale o nel quale sia possibile disattivare le funzioni basate su IA, come per esempio DuckDuckGo [istruzioni; link diretto alle impostazioni].

In questo caso, insomma, l’intelligenza artificiale fornisce un disservizio, inganna gli utenti e spreca energia. Ma può anche fare molto di più: per esempio può danneggiare l’azienda che la usa. E se l’azienda in questione è una di quelle legate a doppio filo all’intelligenza artificiale, l’ironia della situazione diventa particolarmente vistosa.


Cursor.com è una delle principali aziende che sta cavalcando la popolarità dell’intelligenza artificiale come assistente per la scrittura rapida di software. Una decina di giorni fa, uno dei clienti di Cursor.com, uno sviluppatore di software, ha notato che non era più possibile collegarsi al sito dell’azienda da più di un dispositivo, cosa che invece prima si poteva fare. Gli sviluppatori lo fanno spessissimo per necessità di lavoro.

Il cliente ha contattato l’assistenza clienti di Cursor.com, e un assistente che si faceva chiamare Sam gli ha risposto via mail che questa situazione era normale e prevista, perché era dettata da una nuova regola legata a esigenze di sicurezza e ora serviva un abbonamento distinto per ciascun dispositivo. Ma la regola non esisteva: se l’era inventata Sam, che come avrete sospettato è un’intelligenza artificiale. Una IA che fra l’altro non dichiarava di essere una macchina e si spacciava per una persona.

Il cliente ha segnalato inizialmente la novità apparente su Reddit, e così molti altri utenti sviluppatori di Cursor.com, indignati per la grave riduzione dell’usabilità del software comportata da questa regola, hanno disdetto i loro abbonamenti, annunciando pubblicamente la loro decisione e spargendo la voce.

Ci sono volute tre ore prima che qualcuno di Cursor.com, una persona in carne e ossa, intervenisse e spiegasse che la nuova regola non esisteva e che si trattava di “una risposta inesatta data da un bot di supporto pilotato dalla IA”. Uno dei cofondatori dell’azienda ha chiesto pubblicamente scusa e il cliente che aveva segnalato inizialmente la situazione è stato rimborsato. Ma resta il fatto che Cursor.com non aveva avvisato gli utenti che l’assistenza clienti di primo livello era fatta da un’intelligenza artificiale e anzi dava alla sua IA un nome di persona. Anche qui, l’intelligenza artificiale veniva imposta agli utenti senza ma e senza se.

È particolarmente ironico che un’azienda che vive di intelligenza artificiale e che fa soldi vendendo strumenti di miglioramento della produttività basati su IA sia stata tradita dal proprio eccesso di fiducia in questa tecnologia, che ha fatto ribellare i suoi utenti chiave, esperti di informatica. E la lezione di fondo, per qualunque azienda, è che esporre verso i clienti un chatbot che genera risposte usando l’intelligenza artificiale comporta un rischio reputazionale altissimo; prima o poi quella IA avrà una cosiddetta allucinazione e produrrà una risposta falsa e dannosa [Ars Technica].

E i campioni in fatto di esposizione al pubblico di intelligenze artificiali sono i motori di ricerca come Google e i servizi conversazionali di IA come ChatGPT, Claude o Perplexity. O perlomeno lo sono stati fino a pochi giorni fa, quando sono stati spodestati dall’introduzione di un servizio di intelligenza artificiale in WhatsApp e altre applicazioni. Nelle prossime settimane, circa due miliardi e mezzo di persone in tutto il mondo si troveranno imposto a forza il servizio di IA di Meta.


Se avete notato un cerchio blu nel vostro WhatsApp, in Facebook Messenger o in Instagram, avete già ricevuto l’intelligenza artificiale di Meta: un chatbot che risponde alle vostre domande usando la IA gestita dall’azienda di Mark Zuckerberg. Come tutte le intelligenze artificiali, genera risposte che possono essere completamente sbagliate ma superficialmente plausibili, e questo Meta lo dice nel lungo messaggio di avviso che compare la prima volta che si avvia Meta AI (si chiama così).

Il problema è che questa intelligenza artificiale di Meta non è disattivabile o rimovibile: è imposta. Certo, Meta dichiara che Meta AI non può leggere le vostre conversazioni, quindi basterebbe ignorarla e far finta che non ci sia. Ma la tentazione è forte, e miliardi di persone che non hanno mai interagito con una IA e non ne conoscono pregi e limiti proveranno a usarla, senza leggere le avvertenze in molti casi, e crederanno che sia attendibile.

Quelle avvertenze, fra l’altro, sconsigliano di “condividere informazioni, anche sensibili, su di te o altre persone che non vuoi che l’IA conservi e utilizzi”, e dicono che “Meta condivide le informazioni con partner selezionati”. E in una mail separata, che moltissimi non leggeranno, Meta avvisa che userà le informazioni pubbliche degli utenti, “come commenti e post dagli account di persone di almeno 18 anni sulla base degli interessi legittimi.”

In altre parole, qualunque conversazione fatta con questa IA, qualunque domanda di natura medica, qualunque richiesta di informazioni su qualunque persona, argomento, prodotto o servizio verrà digerita dalla IA di Meta e venduta ai pubblicitari. Cosa mai potrebbe andare storto? [BBC]

È vero che Meta specifica, sempre nella mail separata, che ogni utente ha il diritto di opporsi all’uso delle sue informazioni. Ma quanti sapranno di questo diritto? E di questi, quanti lo eserciteranno? E soprattutto, ancora una volta, all’utente viene imposto un servizio di intelligenza artificiale potenzialmente ficcanaso e spetta a lui o lei darsi da fare per non esserne fagocitato.

Lo stesso tipo di adozione forzata si vede in Word e Powerpoint e in generale nei prodotti Microsoft: tutti integrano Copilot, la IA dell’azienda, e gli utenti devono arrabattarsi, spesso con modifiche molto delicate e poco ortodosse di Windows, se non vogliono avere tra i piedi l’onnipresente icona di Copilot. Bisogna per esempio modificare delle voci nel Registro oppure adottare una versione particolare di Windows 10 garantita fino al 2032 [The Register].

La domanda di fondo, dopo questa carrellata di esempi, è molto semplice: se l’intelligenza artificiale generalista è davvero un’invenzione così efficace e utile agli utenti come viene detto dai suoi promotori, perché le aziende sentono il bisogno di imporcela invece di lasciare che siamo noi a scegliere di adottarla perché abbiamo visto che funziona?

Ho provato a fare questa domanda a ChatGPT, e la sua risposta è stata particolarmente azzeccata e rivelatrice: “L’adozione forzata dell’IA” dice ChatGPT “non nasce tanto dal fatto che non funziona, ma piuttosto da dinamiche di potere, controllo del mercato, gestione dell’innovazione e tentativi di plasmare le abitudini degli utenti. Ma la vera prova di efficacia dell’IA sarà quando gli utenti vorranno usarla non perché devono, ma perché vogliono.”

So che in realtà sta semplicemente usando le parole chiave della mia domanda per rispondermi in modo appagante. Ma lo sta facendo dannatamente bene. Resistere alle sue lusinghe di instancabile yesman sarà davvero difficile. Prepariamoci.

Starmus La Palma, terza giornata

Domenica è stato un giorno relativamente tranquillo: non ci sono state conferenze, ma i relatori e alcuni ospiti sono stati portati a visitare i grandi telescopi situati sull’isola e hanno partecipato a due tavole rotonde, che però non sono state trasmesse pubblicamente.

In compenso, grazie al collega e amico Thomas Villa ho potuto chiacchierare con Jill Tarter e regalarle una sana risata con la notizia dell’IA di Google che dice che la trippa è kosher a seconda della religione della mucca.

La sera, la Dama e io abbiamo partecipato alla cena di gala, all‘aperto, con tanto di fuochi d’artificio. Stare a tavola con direttori generali di centrali a fusione e donne astronauta è stato surreale e fantastico.

Starmus La Palma, seconda giornata

Anche oggi la Dama e io, insieme a tutti i partecipanti al festival di scienza e musica Starmus, ci prepariamo a una scorpacciata di buon cibo locale e di scienza. Stamattina a colazione ci siamo trovati accanto Jill Tarter (l’ispiratrice del film Contact).

La vista dall’hotel Melià La Palma che ospita Starmus. L’isola porta ancora i segni e le cicatrici laviche dell’eruzione del 2021.

Questo è il programma di oggi:

Jane Goodall (etologa, primatologa, fondatrice del Jane Goodall Institute e Messaggera di Pace dell’ONU) Reasons for Hope. Strepitosa e lucida, con una lezione di vita e di umiltà dall’alto dei suoi 91 anni.

Jane Goodall.
Kip Thorne tra il pubblico adesso a Starmus La Palma.

Steven Chu (fisico, premio Nobel) A new approach to carbon capture. Le tecnologie per estrarre la CO2 dall’atmosfera finora si sono rivelate costosissime e inefficienti. Ma ci sono novità importanti sul fronte della riduzione dei costi che le potrebbero rendere praticabili su vasta scala. E c’è anche un materiale innovativo che fa cattura di CO2: il legno, da usare per costruzioni anche di grandi dimensioni e altezza e di lunga durata.

Steven Chu.

Xavier Barcons (astrofisico, direttore generale dell’ESO) Dark Skies and Big Telescopes, we need both. Una relazione piena di sorprese e dati sull’inquinamento luminoso, a volte proveniente da fonti inaspettate, e sulle difficoltà di costruzione e i risultati attesi dei telescopi giganti in corso di realizzazione sulla Terra.

Xavier Barcons, direttore generale dell’ESO.

Costanza Bonadonna (geologa, vulcanologa) Living on a Dynamic Planet: Lessons from the 2021 La Palma Eruption. Resoconto tecnico degli sconvolgimenti causati da una eruzione vulcanica vissuta molto da vicino: quella che ha colpito il luogo in cui ci troviamo. Fa impressione parlarne in un hotel che ha una colata lavica che gli passa accanto e porta ancora le cicatrici dei danni causati dall’eruzione.

Costanza Bonadonna, geologa e vulcanologa.
L’hotel Melià presso il quale si tiene Starmus.
L’hotel è perfettamente fruibile e molto accogliente, ma alcune zone non essenziali sono ancora transennate e rivelano i danni causati dalla discesa inesorabile della lava. Questa è la vista da un angolo del ristorante dell’albergo.

Pietro Barabaschi (fisico, direttore generale di ITER) The Power of Nuclear Fusion: From the Solar Core to Earthly Reactors. Un aggiornamento sulla situazione del reattore a fusione nucleare sperimentale ITER in costruzione in Europa: si stanno posando adesso i primi, giganteschi elementi e si spera di arrivare alle prime accensioni entro pochi anni.

Pietro Barabaschi.

Chris Hadfield (astronauta, ex comandante della ISS) The sky is falling: What to do about space junk? Il punto della situazione sui detriti spaziali, fatto da uno che ha vissuto sulla ISS e ha sentito di persona il picchiettio quotidiano di quei detriti e dei micrometeoroidi contro la superficie esterna della Stazione.

L’astronauta Chris Hadfield.

Kathryn Thornton (fisica, ex astronauta NASA) Intelsat Satellite Rescue in Space. Racconto avvincente di una missione di intercettazione e salvataggio di un satellite nella quale è successo davvero di tutto, compresa una EVA di tre persone non pianificata per agguantare a mano il satellite (con una massa di oltre 4 tonnellate), usando in tre una camera di depressurizzazione e un sistema di comunicazione previsti per gestire al massimo due astronauti e inventando man mano le soluzioni ai problemi che si presentavano continuamente. Avventure spaziali così non se ne fanno più. Chicca: è una Trekker e ha citato Star Trek nella sua presentazione.

L’astronauta Kathryn Thornton.

Anousheh Ansari (ingegnere, imprenditrice, prima donna partecipante privata a missione spaziale) Dreaming Big for the Future of Humanity in Space. L’esperienza personale di una donna che dall’Iran travolto dalla rivoluzione è andata negli Stati Uniti, ha fatto fortuna con la propria competenza ingegneristica e si è conquistata un volo nello spazio fino alla Stazione Spaziale Internazionale, istituendo un premio, l’Ansari X-Prize, per stimolare l’entrata dei privati nelle missioni spaziali con equipaggio. SpaceShip One, il primo veicolo suborbitale privato, è frutto di questo suo premio.

Anousheh Ansari.

Sara García (biotecnologa e astronauta di riserva dell’ESA) Out-of-This-World Medicine. Una vivace e colorita sintesi della medicina spaziale: effetti fisiologici e psicologici della permanenza nello spazio, risorse e protocolli medici attuali e futuri.

Sara Garcia.

Terry Virts (astronauta) View From Above – A survey of photography from the ISS. Questa relazione era prevista dal programma ma è stata saltata senza spiegazioni.

Juan Luis Arsuaga (paleoantropologo) Are the ETs humanoids? Una discussione semiseria e francamente un po’ sconclusionata sulle possibili fisiologie degli extraterrestri capaci di creare tecnologie spaziali.

Sono a Starmus La Palma: la prima giornata

Tra poco comincia la prima giornata di Starmus, evento di scienza e musica strapieno di premi Nobel e astronauti. Il programma completo è su Starmus.com. L’accesso è completamente gratuito, a patto di essere disposti a recarsi all’isola di La Palma, nelle Canarie (la Dama del Maniero e io lo abbiamo fatto di tasca nostra anche per concederci un momento di vacanza).

Posterò qui foto e sunti degli interventi dei relatori. In questo momento sono alla conferenza stampa di presentazione e dietro di me, seduto tra il pubblico, c’è George Smoot, giusto per dire.

Le autorità locali e Garik Israelian, organizzatore di Starmus (l’ultimo a destra), alla conferenza stampa di presentazione dell’evento.
Al centro, George Smoot. A destra, Michel Mayor.

Questo è il programma delle conferenze scientifiche di oggi, alle quali seguiranno concerti di vari artisti in luoghi sparsi per l’isola:

John Mather (astrofisico, premio Nobel) – From the Big Bang to Quantum Mechanics, Life, and Artificial Intelligence. Una cavalcata da capogiro nelle recentissime scoperte scientifiche in astronomia, astrofisica e IA.

È bellissimo ascoltare una conferenza scientifica all’aperto, con il sereno boato delle onde dell’oceano in sottofondo. Sul palco c’è John Mather.

Nancy Knowlton (Biologa) – Bright Spots: Making a Difference for the Planet in our Age of Rage. Ci sono tante notizie ecologiche deprimenti ed è facile sentirsene sopraffatti. Ma questo porta all’apatia. E se invece provassimo a raccontare con più evidenza i successi? Perché ce ne sono tanti, anche se poco pubblicizzati.

Miguel Alcubierre (fisico teorico) – Faster than the Speed of Light. L’ideatore di un metodo compatibile con le leggi della fisica per viaggiare più veloce della luce spiega il suo metodo. I requisiti sono… piuttosto impegnativi.

Miguel Alcubierre, ideatore di un metodo fisicamente plausibile di viaggiare a velocità maggiori di quella della luce deformando lo spazio.

Chema Alonso (esperto di sicurezza informatica) – Hacking AI. Una carrellata folgorante di tecniche per scavalcare le scadenti salvaguardie delle IA attuali e convincerle a… uccidere Brian May!

Michel Mayor (astrofisico, premio Nobel) – Billions of planets in the Milky Way – 30 years of discoveries and new challenges. Uno degli scopritori dei primi esopianeti presenta lo stato dell’arte della ricerca di pianeti al di fuori del nostro sistema solare. Ora siamo in grado, in alcuni casi, non solo l’esistenza, ma anche la composizione chimica delle loro atmosfere: Mayor spiega come si fa e come faremo nel prossimo futuro.

Jane Lubchenco (scienziata dell’ambiente, ecologa marina, ex Administrator del NOAA) – A New Narrative for the Ocean. Soluzioni concrete per ripensare il ruolo dell’oceano non come vittima ma come motore della soluzione di problemi come fame, inquinamento e cambiamento climatico.

Bernhard Schölkopff (informatico) – Is AI Intelligent? Esempi geniali spiegano che gli attuali grandi modelli linguistici non sono e non possono essere intelligenti perché non gestiscono la causalità.

Valentín Martínez (fisico solare) – Living With a Star: the Good, the Bad and the Ugly. Le tempeste solari hanno effetti spettacolari in termini visivi, ma anche conseguenze disastrose sulle infrastrutture tecnologiche e sui voli spaziali: lo stato dell’arte delle previsioni di meteorologia spaziale, con una bella citazione dell’Evento di Carrington e di altri blackout più recenti causati dai sussulti del Sole.

Rafael Yuste (neuroscienziato) – Can You See a Thought? Neuronal Ensembles as Basic Units of Brain Function. L’ipotesi che i pensieri emergano non al livello dei singoli neuroni del cervello, ma a quello degli insiemi di neuroni, supportata da una dimostrazione di come si può impiantare un’idea o un’immagine in una mente. Per ora è quella di un topolino, ma la speranza (leggermente inquietante) è che si possa applicare alle persone per gestire o curare malattie della mente.

Sul piano personale, è stato un piacere ritrovare qui un amico e una firma ricorrente tra i commentatori di questo blog: Pgc, che lavora qui da vari anni e ha permesso a me e alla Dama del Maniero di vedere l’isola con gli occhi di chi ci abita e non con quelli dei turisti. Il posto è davvero incantevole, molto a misura d’uomo, ed è ovviamente un paradiso per chi ama l’astronomia.

Domani ci sarà un’altra raffica di conferenze scientifiche: cercherò di riassumervele, ma il fiume di informazioni e di eventi è difficile da seguire senza esserne travolti. Sui miei canali social troverete altre foto dell’evento.

Ad astra!

Spazio, 55 anni fa il felice ritorno a terra dei tre astronauti di Apollo 13

Al Centro spaziale di Houston le lancette degli orologi dei numerosissimi tecnici che stanno seguendo la drammatica odissea nello spazio dei tre astronauti di Apollo 13 hanno superato da pochi secondi la mezzanotte. In Italia sono le sette del mattino. È l’inizio di un nuovo giorno, precisamente venerdì 17 aprile 1970, una data da ricordare, perché se tutto andrà bene rimarrà nella memoria come il giorno della felice conclusione del primo salvataggio spaziale della storia.

Dopo aver superato diverse difficoltà in seguito all’esplosione avvenuta all’interno del modulo di servizio nella notte italiana tra il 13 e il 14 aprile (fra cui l’uscita dalla rotta di ritorno verso la Terra e il problema dell’eccessivo tasso di anidride carbonica a bordo del “treno spaziale”), tra circa dodici ore, secondo il piano di volo stabilito dalla NASA, è previsto il rientro sulla Terra di James Lovell, Fred Haise e John Swigert. Ha inizio una lunga attesa, tra paura, preghiera e speranza.

A bordo dell’Apollo “ferito” fa terribilmente freddo. La stanchezza e lo stress nei tre uomini aggiungono brividi. Dal Centro di Controllo consigliano loro di vestirsi il più possibile per ripararsi dalle basse temperature e di assumere qualche pastiglia di dexedrina, uno psicofarmaco stimolante, necessario in questo caso ai tre eroi dello spazio per sentirsi un po’ più in forma in vista della delicata fase del rientro sulla Terra.

La prima pagina de “La Stampa” di venerdì 17 aprile 1970

A 138 ore dalla partenza dalla rampa di lancio di Cape Kennedy, Lovell, Haise e Swigert sganciano il Modulo di Servizio danneggiato, che hanno tenuto agganciato alla propria navicella affinché proteggesse lo scudo termico dagli sbalzi di temperatura dello spazio.

È solo a questo punto che i tre vedono, per la prima volta, la reale entità dei danni che il loro veicolo ha subìto: una fiancata è completamente squarciata e i componenti interni danneggiati sono totalmente esposti. Gli astronauti scattano frettolosamente alcune fotografie, a colori e in bianco e nero, per documentare i danni e consentire ai tecnici a terra di avere maggiori informazioni per tentare di capire cosa è successo esattamente.

Il modulo di servizio di Apollo 13 gravemente danneggiato dallo scoppio

Poco più di tre ore dopo gli astronauti di Apollo 13 si separano anche dal LEM “Aquarius”, trasformato in “scialuppa di salvataggio” dopo l’esplosione nel modulo di servizio: le sue risorse hanno permesso a Lovell, Haise e Swigert di avere energia elettrica e ossigeno sufficienti per il viaggio di ritorno e il suo unico motore principale, insieme ai più piccoli razzi di manovra (RCS), ha permesso di accorciare i tempi del rientro e di inserire il veicolo spaziale nella giusta traiettoria verso la Terra.

Il modulo lunare “Aquarius”, diventato “scialuppa di salvataggio” per i tre di Apollo 13 fotografato dopo il distacco dal modulo di comando “Odyssey”

Alle 18:54 ora italiana, le 11:54 del mattino a Houston, la navicella Apollo, ciò che rimane del gigantesco razzo Saturn V lanciato la sera dell’11 aprile, con nessun sasso lunare a bordo ma con un ben più prezioso carico, quello umano, si tuffa attraverso l’atmosfera.

Alle 19:01 italiane, dopo più di quattro interminabili minuti di silenzio radio, è la voce del comandante Lovell la prima a giungere nelle cuffie dei tecnici di turno della base spaziale texana e ad essere amplificata dalle radio e televisioni in tutto il mondo: “Come mi sentite Houston?”.

“Okay. Perfettamente Odyssey”, gli rispondono quasi gridando. È la conferma che gli astronauti stanno bene.

In tutto il pianeta, pronto ad accogliere nuovamente i tre esploratori cosmici, vi sono scene di pianto, di gioia, di emozione. Sul Pacifico, a sud delle Isole Samoa, il Sole è sorto da appena un’ora quando appaiono tra le nubi i tre grandi paracadute che sostengono il Modulo di Comando.

Alle 19:07 ora italiana, le 12:07 di Houston, la capsula si posa, con un perfetto “splashdown”, sulle acque agitate del Pacifico. Due elicotteri si alzano dalla portaerei di recupero e si dirigono verso la zona dell’ammaraggio. La portaerei Iwo Jima è a soli sette chilometri di distanza. Alcuni uomini-rana si tuffano dagli elicotteri, agganciano il grande collare di galleggiamento alla base di “Odyssey”, poi aprono il portello. Finalmente gli astronauti possono uscire, respirare aria pura, essere riscaldati dai raggi del Sole, respirare l’odore del mare. E’ la fine del dramma.

Sono trascorse 145 ore, 54 minuti e quarantuno secondi dall’inizio del quinto volo umano verso la Luna, un viaggio che avrebbe dovuto portare, per la terza volta in meno di un anno, due uomini a calpestare la superficie del satellite naturale della Terra e si è trasformato invece nell’operazione di salvataggio più spettacolare ed emozionante nella storia dell’umanità.

La bellissima immagine dei tre grandi paracadute spiegati che riportano sul loro pianeta natale i tre eroi di Apollo 13
I tre di Apollo 13 appena sbarcati a bordo della portaerei “Iwo Jima”. Da sinistra Fred Haise, James Lovell e Jack Swigert
La prima pagina de “La Stampa” di sabato 18 aprile 1970

Podcast RSI – Attacco su misura per chi crea software con l’IA: “slopsquatting”

Questo è il testo della puntata del 14 aprile 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.

La prossima puntata verrà pubblicata il 28 aprile (lunedì 21 non ci sarà un nuovo podcast).


Va di moda, nel mondo informatico, appoggiarsi alle intelligenze artificiali per creare programmi risparmiando tempo, denaro e risorse umane e mentali. Ma questo nuovo metodo di lavoro porta con sé nuove vulnerabilità, che spalancano le porte ai criminali informatici più sofisticati in maniere inaspettate e poco intuitive ma devastanti.

Per infettare uno smartphone, un tablet o un computer non serve più convincere la vittima a installare un’app di provenienza non controllata, perché il virus può essere già presente nell’app originale. Ce lo ha messo, senza rendersene conto, l’autore dell’app; o meglio, ce lo ha messo l’intelligenza artificiale usata da quell’autore.

Questa è la storia di una di queste nuove vulnerabilità consentite dall’intelligenza artificiale: il cosiddetto slopsquatting, da conoscere anche se non si è sviluppatori o programmatori, per evitare che l’entusiasmo per la IA permetta ai malviventi online di insinuarsi nei processi aziendali eludendo le difese tradizionali.

Benvenuti alla puntata del 14 aprile 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


La sicurezza informatica è una gara fra guardie e ladri, dove quasi sempre i ladri agiscono e le guardie reagiscono. I criminali inventano una tecnica di attacco e gli esperti di sicurezza la studiano per trovare il modo di neutralizzarla. Ma non è sempre così. In questa puntata vi racconto un caso in cui le guardie giocano d’anticipo, in maniera creativa e originale, immaginando un tipo di attacco nuovo e fornendo gli strumenti per bloccarlo ancora prima che i criminali riescano a metterlo in atto.

Chi crea programmi si affida oggi sempre più spesso all’intelligenza artificiale come assistente per la scrittura delle parti più tediose e ripetitive. C’è anche chi si affida totalmente alle IA e genera programmi senza saper programmare, nel cosiddetto vibe coding di cui ho parlato nella puntata del 31 marzo scorso. Copilot, ChatGPT e Cursor sono solo alcuni esempi di questi assistenti.

Ma anche senza arrivare a delegare tutto alle intelligenze artificiali, questo comportamento crea una nuova opportunità di attacco informatico con una tecnica originale e inaspettata, difficile da immaginare per una persona non addetta ai lavori. Questa tecnica si chiama slopsquatting: un nome coniato dall’esperto di sicurezza Seth Larson.

Il termine unisce due parole inglesi già molto usate in informatica: la prima è slop, che significa “sbobba, brodaglia” e viene usata in senso dispregiativo per indicare il prodotto mediocre, scadente e pieno di errori di molte intelligenze artificiali in vari settori. Una foto sintetica in cui il soggetto ha sei dita, per esempio, o ha una pelle che sembra fatta di plastica, è un tipico caso di slop. La maggior parte della gente non si accorgerà dell’errore o della scarsa qualità e accetterà la sbobba; anzi, a furia di mangiare solo quella si abituerà e la considererà normale.

Nella programmazione assistita dall’intelligenza artificiale, lo slop è un pezzo di codice generato che funziona, sì, ma è inefficiente o vulnerabile oppure non è in grado di gestire alcune situazioni particolari.

La seconda parola che definisce questa nuova forma di attacco è squatting: non c’entra la ginnastica, perché in informatica lo squatting è la pratica consolidata da tempo di occupare una risorsa, per esempio un nome di un sito, al solo scopo di infastidire, truffare o estorcere denaro. Chi compra nomi di dominio o di profili social che corrispondono a nomi di aziende o di celebrità per impedire che lo facciano i legittimi titolari di quei nomi, o allo scopo di chiedere soldi per cederglieli senza attendere le vie legali, fa squatting. I criminali che registrano nomi di siti simili a quelli ufficiali, contando sul fatto che molta gente sbaglia a digitare e sbaglia in modo prevedibile, finendo sui siti dei criminali e immettendovi le proprie password perché crede di essere nel sito ufficiale, fa typosquatting, perché l’errore di battitura in inglese è chiamato typo.

Lo slopsquatting, questa nuova tecnica di attacco al centro di questa storia, è un misto di questi due concetti. In pratica, il criminale crea e pubblica online una risorsa di programmazione malevola, un cosiddetto package o pacchetto, che ha un nome molto simile a quello di una risorsa attendibile e poi aspetta che l’intelligenza artificiale che crea codice di programmazione sbagli e usi per errore quella risorsa malevola al posto di quella genuina.

Chi crea software, infatti, raramente scrive tutto il codice da zero: di solito attinge a funzioni preconfezionate da altri e ampiamente collaudate, che appunto prendono il nome di pacchetti e sono pubblicate online in siti appositi. Ma se l’intelligenza artificiale sbaglia e attinge invece a un pacchetto pubblicato dai criminali con un nome ingannevole, senza che nessuno se ne accorga, il codice ostile dei malviventi verrà integrato direttamente nell’app ufficiale.

Schema dell’attacco, tratto da We Have a Package for You!, Arxiv.org.

In altre parole, il cavallo di Troia informatico, ossia l’app malevola, non arriva dall’esterno, cosa che genera ovvie e facili diffidenze, ma viene costruito direttamente dal creatore originale dell’app senza che se ne renda conto. E a nessuno viene in mente di pensare che l’app ufficiale possa essere infetta e possa essa stessa aprire le porte ai ladri: è quindi un canale di attacco subdolo e letale.


Ma come fa un’intelligenza artificiale a commettere un errore del genere? È semplice: le intelligenze artificiali attuali soffrono di quelle che vengono chiamate in gergo allucinazioni. Per loro natura, a volte, producono risultati sbagliati ma a prima vista simili a quelli corretti. Nel caso delle immagini generate, un’allucinazione può essere una mano con sei dita; nel caso del testo generato da una IA, un’allucinazione può essere una parola che ha un aspetto plausibile ma in realtà non esiste nel vocabolario; e nel caso del codice di programmazione, un’allucinazione può essere una riga di codice che richiama un pacchetto di codice usando un nome sbagliato ma simile a quello giusto.

A prima vista sembra logico pensare che i criminali che volessero approfittare di questo errore dovrebbero essere incredibilmente fortunati, perché dovrebbero aver creato e pubblicato un pacchetto che ha esattamente quello specifico nome sbagliato generato dall’allucinazione dell’intelligenza artificiale. Ma un articolo tecnico pubblicato un mese fa, a marzo 2025 [We Have a Package for You! A Comprehensive Analysis of Package Hallucinations by Code Generating LLMs, disponibile su Arxiv.org], da un gruppo di ricercatori di tre università statunitensi rivela che gli sbagli delle IA tendono a seguire degli schemi sistematici e ripetibili e quindi non è difficile prevedere quali nomi verranno generati dalle loro allucinazioni.

Secondo questi ricercatori, “questa ripetibilità […] rende più facile identificare i bersagli sfruttabili per lo slopsquatting osservando soltanto un numero modesto di generazioni. […] Gli aggressori non hanno bisogno di […] scovare per forza bruta i nomi potenziali: possono semplicemente osservare il comportamento [delle IA], identificare i nomi comunemente generati dalle loro allucinazioni, e registrarseli.”

Un altro problema documentato dai ricercatori è che i nomi generati per errore sono “semanticamente convincenti”: il 38% ha, in altre parole, nomi somiglianti a quelli di pacchetti autentici. E comunque in generale hanno un aspetto credibile. Questo rende difficile che gli sviluppatori possano accorgersi a occhio di un errore.

C’è poi un terzo aspetto di questo problema di sicurezza: se uno specifico errore in un nome di pacchetto generato si diffonde e diventa popolare, perché per esempio viene consigliato spesso dalle intelligenze artificiali e nei tutorial pubblicati senza verifiche, e a quel punto un aggressore registra quel nome, le intelligenze artificiali finiranno per suggerire inconsapevolmente di attingere proprio al pacchetto malevolo, e per i criminali diventerà molto facile sfruttare massicciamente questa tecnica.

Se poi chi crea il software non sa programmare ma si affida totalmente alla IA, tenderà a fidarsi ciecamente di quello che l’intelligenza artificiale gli suggerisce. Come spiegano i ricercatori, “Se la IA include un pacchetto il cui nome è generato da un’allucinazione e sembra plausibile, il percorso di minima resistenza spesso è installarlo e non pensarci più”. E se nessuno controlla e nessuno ci pensa più, se nessuno si chiede A cosa serve esattamente questo pacchetto richiamato qui?”, o se la domanda viene posta ma la risposta è “Boh, non lo so, ma il programma funziona, lascialo così”, il software ostile creato dai criminali diventerà parte integrante del software usato in azienda.

Di fronte a un attacco del genere, le difese tradizionali dell’informatica vacillano facilmente. È l’equivalente, nel mondo digitale, di sconfiggere un esercito non con un attacco frontale ma intrufolandosi tra i suoi fornitori e dando ai soldati munizioni sottilmente difettose.

Per fortuna gli addetti ai lavori in questo caso hanno anche qualche idea su come proteggersi da questa nuova tecnica.


I ricercatori che hanno documentato questo comportamento pericoloso dei generatori di codice hanno inoltre scoperto che ci sono alcune intelligenze artificiali, in particolare GPT-4 Turbo e DeepSeek, che sono in grado di riconoscere i nomi dei pacchetti sbagliati che essi stessi hanno generato, e lo fanno con un’accuratezza superiore al 75%. Conviene quindi prima di tutto far rivedere alle intelligenze artificiali il codice che hanno prodotto, e già questo è un passo avanti fattibile subito.

Inoltre le aziende del settore della sicurezza informatica hanno già preparato degli strumenti appositi, che si installano nell’ambiente di sviluppo e nel browser e sono in grado di rilevare i pacchetti ostili ancora prima che vengano integrati nel programma che si sta sviluppando. Una volta tanto, le guardie sono in anticipo sui ladri, che finora non sembrano aver sfruttato questa tecnica.

Come capita spesso, insomma, le soluzioni ci sono, ma se chi ne ha bisogno non sa nemmeno che esiste il problema, difficilmente cercherà di risolverlo, per cui il primo passo è informare della sua esistenza. E come capita altrettanto spesso, lavorare al risparmio, eliminando gli sviluppatori umani competenti e qualificati per affidarsi alle intelligenze artificiali perché costano meno e fanno fare bella figura nel bilancio annuale dell’azienda, introduce nuovi punti fragili che devono essere protetti e sono difficilmente immaginabili da chi prende queste decisioni strategiche, perché di solito non è un informatico.

Il problema centrale dello slopsquatting non è convincere gli informatici: è convincere i decisori aziendali. Ma questa è una sfida umana, non tecnica, e quindi il Disinformatico si deve fermare qui. Speriamo in bene.

Fonti

Risky Bulletin: AI slopsquatting… it’s coming!, Risky.biz, 2025

The Rise of Slopsquatting: How AI Hallucinations Are Fueling a New Class of Supply Chain Attacks, Socket.dev, 2025

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/04/14

È andata in onda stamattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera solitamente insieme a Rosy Nervi ma questa volta con Ellis Cavallini. La trasmissione è riascoltabile sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

I temi e le fonti della puntata
  • 14 aprile 1896: viene emesso il brevetto dei corn flakes a nome di John Harvey Kellogg (Brevetto USA 558,393; Wikipedia).
  • Il film Morti di Salute del 1994, regia di Alan Parker, con Anthony Hopkins, Bridget Fonda e Matthew Broderick, racconta in maniera poco fedele ma molto comica le manie salutiste eccentriche di Kellogg e dell’epoca in generale e alimenta il mito che Kellogg inventò questi cereali come cibo blando per reprimere le pulsioni sessuali mentre è più legato alla dieta vegetariana incoraggiata dalla chiesa avventista di cui faceva parte Kellogg (Snopes).
  • La moda del momento: usare ChatGPT o Copilot per creare immagini in stile Studio Ghibli e in stile confezione di bambola. Quanta energia consuma tutto questo? In un anno, più di quanta ne consumino 117 paesi del mondo (BBC).
  • 14 aprile 1912: il disastro del Titanic e le recentissime ricostruzioni digitali del relitto nel documentario Titanic Digital Resurrection (BBC); il racconto di come la scoperta del Titanic avvenne come missione di copertura per nascondere il tentativo di ritrovare due sommergibili nucleari statunitensi (lo Scorpion e il Thresher) che si erano inabissati.
  • Prova in studio degli occhiali con prismi per leggere (o lavorare al computer) stando sdraiati (li ho comprati online e funzionano benissimo; attenti però alla nausea da movimento). Vengono usati anche quando si fa una risonanza magnetica per ridurre l’effetto di claustrofobia, e li impiegano gli scalatori per guardare in su verso i compagni.
  • L’Instagram strano della settimana: dalla Turchia, audio ASMR di asinelli che mangiano e ottengono 1,4 milioni di follower (@ccihancelik_).

Spazio, 55 anni fa: “Houston, abbiamo avuto un problema qui”

Sono trascorsi pochi minuti da quando le lancette dell’orologio hanno scoccato in Texas le nove di sera di lunedì 13 aprile; in Italia sono già le prime ore del mattino di martedì 14, precisamente le 04:08. Si è da poco concluso il quarto collegamento televisivo in diretta con l’equipaggio di Apollo 13. Gli inviati speciali della carta stampata di buona parte del pianeta, presenti nella sala adibita ai giornalisti al Centro spaziale di Houston, stanno già trascrivendo gli articoli da spedire nelle varie redazioni dei quotidiani sulle prossime importanti e delicate manovre che James Lovell, Fred Haise e “Jack” Swigert dovranno effettuare nelle prossime ore: l’ingresso in orbita lunare, la discesa del quinto e sesto americano sulla Luna a bordo del Modulo Lunare “Aquarius” e le due attività previste sulla superficie selenica.

All’improvviso la voce del pilota del Modulo di Comando “Odyssey”, Swigert, fa sobbalzare l’intera squadra dei tecnici che a turno, da sabato 11 aprile, sta seguendo e monitorando minuto per minuto il viaggio lunare:

“Okay, Houston, we’ve had a problem here” (“OK, Houston, abbiamo avuto un problema qui”). Questa è la frase esatta pronunciata, anche se molti la citano erroneamente come “Houston, we have a problem”, ossia “Houston, abbiamo un problema”.

Subito dopo la voce del comandante Lovell conferma: “Houston, we’ve had a problem” (“Houston, abbiamo avuto un problema”). “Le spie di allarme stanno lampeggiando, i manometri dell’ossigeno in due delle tre celle a combustibile segnano zero… perdiamo gas all’esterno… abbiamo sentito un forte botto… il veicolo sta beccheggiando fortemente”.

A Houston appare subito evidente che la situazione è estremamente critica: è il primo, drammatico S.O.S. nella storia dell’esplorazione umana nello spazio. La voce del comandante di Apollo 13 continua a giungere a terra calma ma fredda come una lama d’acciaio: “Houston, la pressione dell’ossigeno nella cabina di Odyssey sta diminuendo rapidamente”.

Per quanto imprevisto e imprevedibile sia il dramma scoppiato a 370.000 km dal nostro pianeta, i controllori a terra si attivano preparando subito un piano di emergenza. Houston comunica: “Trasferitevi all’interno del Modulo Lunare, potrete così continuare a respirare utilizzando le scorte di ossigeno del Lem e continuare nelle manovre di emergenza”.

Mentre Lovell e Haise prendono posto a bordo di “Aquarius”, Swigert rimane solo su “Odyssey” per eseguire tutte le operazioni necessarie che gli vengono suggerite dai tecnici a Houston: è necessario spegnere tutti i sistemi vitali del Modulo di Comando, per ridurre al minimo il consumo di energia e conservare l’esiguo margine di 15 minuti di erogazione elettrica rimasto, per quando i tre intrepidi eroi tenteranno il ritorno sulla Terra. Anche le comunicazioni radio Terra-spazio vengono ridotte al minimo per risparmiare energia. A bordo di “Odyssey” cala il buio e aumenta il freddo; da questo istante gli astronauti sopravvivranno solo grazie ai generatori del Modulo Lunare “Aquarius”, nato per diventare base per il quinto e sesto esploratore lunare sulla superficie di Fra Mauro, ma diventato ora “scialuppa di salvataggio” per i tre valorosi americani. 

A poco più di due ore dall’incidente, alle 11:24 della sera a Houston (le 06:24 del mattino in Italia), il Centro di controllo della base texana annuncia ufficialmente di avere annullato “l’operazione sbarco sulla Luna”. Ora quello che più conta è far ritornare a casa sani e salvi gli sfortunati protagonisti di quella che avrebbe dovuto essere la prima missione scientifica sul suolo del satellite naturale della Terra. 

La prima cosa da fare è riportare il complesso formato dal Modulo di Comando/Servizio e dal Modulo Lunare nella giusta traiettoria di “libero ritorno” che Apollo 13, nel suo viaggio translunare, aveva abbandonato già al secondo giorno di volo per consentire una manovra più precisa di discesa di “Aquarius” nella zona prevista di Fra Mauro. I tecnici a Houston, in completa alleanza con i calcolatori elettronici a loro disposizione, stabiliscono le modalità della delicata e drammatica operazione: la correzione di rotta può essere effettuata solo dal motore del modulo di discesa del Lem, dopodiché se l’operazione riuscirà Apollo 13 si riporterà automaticamente sulla giusta strada del ritorno verso la Terra. 

Fortunatamente la manovra riesce: il motore del modulo di discesa di “Aquarius” viene acceso per trentaquattro secondi, inserendo sulla giusta strada del “libero ritorno” il complesso spaziale e il suo prezioso carico umano. Sono le 02:43 ora di Houston, le 09:43 italiane.

Un’altra buona notizia è che grazie ai giroscopi elettronici l’equipaggio è riuscito a stabilizzare il rollio del complesso spaziale e secondo i calcoli fatti dai tecnici della NASA gli astronauti hanno riserve sufficienti a bordo per ritornare sulla Terra venerdì 17 aprile. A Houston si comincia a sperare. 

Sulla Terra, intanto, è ormai giorno in buona parte del mondo occidentale, la cui opinione pubblica è stata messa al corrente del dramma che si sta consumando a quasi quattrocentomila chilometri di distanza. Le varie edizioni straordinarie di TV, radio e giornali informano minuto per minuto che la terza missione umana destinata a scendere sulla Luna ha la seria possibilità di trasformarsi nel primo naufragio spaziale della storia.

Alcuni astronauti e controllori di volo nella sala controllo principale di Houston. Seduti, da sinistra: Raymond Teague (Guidance Officer), Edgar Michell (astronauta), Alan Shepard Jr. (astronauta). In piedi, da sinistra: Anthony England (astronauta), Joe Engle (astronauta), Gene Cernan (astronauta), Ronald Evans (astronauta) e M.P. Frank (controllore di volo). L’orario esatto della foto non è noto ma è successivo alla decisione di annullare l’allunaggio; l’equipaggio stava già tentando di tornare a terra (Foto S70-34986).
Le prime pagine de “Il Resto del Carlino” e “Il Corriere della Sera” di mercoledì 15 aprile 1970.

55 anni fa il lancio di Apollo 13 verso l’altopiano lunare di Fra Mauro

Le lancette dell’orologio in Italia segnano le 20:13 di sabato 11 aprile 1970. Sulla costa orientale degli Stati Uniti, e specificamente nello stato della Florida, sono le 14:13. Le televisioni di quasi tutto il pianeta sono collegate con il Centro spaziale Kennedy. In Italia, poco prima dell’inizio del telegionale serale delle 20:30, è in onda un’edizione straordinaria; in studio ci sono Tito Stagno e Piero Forcella. La voce dell’annunciatore della NASA Chuck Hollinshead ha appena finito di scandire gli ultimi secondi di un conto alla rovescia impeccabile, al contrario degli eventi umani che hanno preceduto questo momento (la rosolia di Mattingly e la sua sostituzione con Swigert), quando la rampa di lancio 39-A viene investita da una vampata immensa di fuoco e fiamme scaturite dai cinque potenti motori F-1 del primo stadio del gigantesco Saturn V.

Dapprima lentamente, poi via via sempre più veloce, il razzo più grande e più potente mai costruito dall’uomo fino a quel momento si distacca dal suolo terrestre, allungando sempre di più la sua corsa verso il cielo: è iniziato il viaggio di Apollo 13 verso la la Luna con a bordo l’equipaggio formato da James Lovell, Fred Haise e John Swigert.

Nelle fasi iniziali del volo, però, non tutto funziona alla perfezione: dopo il regolare distacco dell’S-IC, il primo stadio del Saturn, a due minuti e 44 secondi dal distacco dalla torre di lancio, e dopo l’accensione del secondo stadio S-II, il motore centrale di quest’ultimo cessa di funzionare due minuti prima del previsto. Da bordo della cabina dell’Apollo, lanciata ad altissima velocità verso la quota orbitale, si sente la voce del comandante Lovell: “Questo non sarebbe dovuto succedere”. Fortunatamente il “cervello elettronico” del Saturn comanda agli altri quattro motori di rimanere accesi 45 secondi in più.

Dopo nove minuti e 53 secondi anche il secondo stadio viene abbandonato, e l’accensione dell’unico motore del terzo stadio, l’S-IVB, permette la perfetta inserzione nella prevista orbita di parcheggio intorno alla Terra. Sono trascorsi 12 minuti e 39 secondi dal distacco dalla rampa di lancio. In Italia sono le 20:25. A Houston il grande orologio della sala di controllo segna le 14:25.

La prossima manovra del piano di volo è prevista a due ore e 41 minuti dal “liftoff”, quando verrà riacceso il potente motore del terzo stadio per immettere Apollo 13, con il suo prezioso carico umano, nella giusta traiettoria per l’altopiano lunare di Fra Mauro.

Per la terza volta, in meno di nove mesi, due astronauti americani, il quinto e il sesto nella storia dell’umanità, James Lovell e Fred Haise, si accingono a raggiungere il satellite naturale della Terra e a camminare sulla sua desolata superficie, per la prima vera esplorazione scientifica della Luna. Jack Swigert li attenderà in orbita.

Cape Kennedy. Mentre la terra trema a chilometri di distanza, il Saturn V si avvia a portare in orbita terrestre i tre di Apollo 13.
La prima pagina del “Corriere della Sera” di domenica 12 aprile 1970.
L’inizio del terzo sbarco lunare umano sulla prima pagina del quotidiano “La Stampa”.

Podcast RSI – Smart TV che fanno la spia mandando screenshot di quello che guardiamo

Questo è il testo della puntata del 7 aprile 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP letta da voce sintetica: “Con l’invenzione e lo sviluppo della televisione, e il progresso tecnico che rese possibile di ricevere e trasmettere simultaneamente sullo stesso apparecchio, il concetto di vita privata si poteva considerare del tutto scomparso. Ogni cittadino, o meglio ogni cittadino che fosse abbastanza importante e che valesse la pena di sorvegliare, poteva essere tenuto comodamente sotto gli occhi della polizia e a portata della propaganda ufficiale”]

George Orwell, l’autore del celeberrimo libro distopico 1984 dal quale sono tratte queste parole, era un ottimista. Pensava che la sorveglianza tramite la tecnologia sarebbe stata applicata solo a chi fosse abbastanza importante. Oggi, invece, la sorveglianza tecnologica si applica a tutti, in massa, e per di più siamo noi utenti a pagare per i dispositivi che la consentono.

Uno di questi dispositivi è il televisore, o meglio la “Smart TV”, come va di moda chiamarla adesso. Sì, perché buona parte dei televisori moderni in commercio è dotata di un sistema che raccoglie informazioni su quello che guardiamo sullo schermo e le trasmette a un archivio centralizzato. Non a scopo di sorveglianza totalitaria, ma per mandarci pubblicità sempre più mirate, basate sulle nostre abitudini e i nostri gusti. In sostanza, molti televisori fanno continui screenshot di quello che state guardando, non importa se sia una serie di Netflix, un videogioco o un vostro video personale, e li usano per riconoscere cosa state guardando e per suggerire ai pubblicitari quali prodotti o servizi mostrarvi.

Probabilmente non ne avete mai sentito parlare, perché non è una caratteristica tecnica che i fabbricanti sbandierano fieramente, ma esiste, e funziona talmente bene che almeno un’azienda costruttrice ha guadagnato più da questa sorveglianza di massa che dalla vendita dei propri televisori.

Questa è la storia di questo sistema di sorveglianza integrato, di come funziona e soprattutto di come controllare se è presente nella vostra Smart TV e di come disattivarlo.

Benvenuti alla puntata del 7 aprile 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Se avete una Smart TV, uno di quei televisori ultrapiatti che si collegano a Internet, probabilmente ogni volta che lo usate per guardare qualcosa siete in compagna di un ospite non invitato.

Questo ospite si chiama ACR, che sta per Automated Content Recognition o “riconoscimento automatico dei contenuti”. È un software, integrato nel televisore, che raccoglie dati su tutto quello che guardate e li manda a un archivio centrale per identificare cosa state guardando e mandarvi pubblicità personalizzate. La sua esistenza non è un segreto in senso stretto, ma i fabbricanti di televisori non si sforzano molto per farla conoscere al consumatore medio.

Questo ACR effettua continuamente delle catture dello schermo, degli screenshot, di quello che state vedendo; lo fa con qualunque cosa venga mostrata sullo schermo, quindi non solo programmi di canali televisivi ma anche Blu-Ray, sessioni di videogioco, video personali e schermate di lavoro per chi, come me, usa una Smart TV come monitor gigante per il proprio computer. Ne fa veramente tante, di queste catture: fino a 7200 ogni ora, ossia circa due al secondo.

Queste catture vengono elaborate per crearne una sintesi, una sorta di impronta digitale [fingerprint in inglese] che viene confrontata con un enorme archivio di contenuti video di vario genere, compresi gli spot pubblicitari. Quando viene trovata una corrispondenza, il sistema deduce che state guardando quel contenuto e avvisa i gestori del servizio, che possono vendere quest’informazione a scopo pubblicitario o per proporre contenuti a tema. Queste vendite rappresentavano, nel 2022, un mercato che valeva quasi venti miliardi di dollari ed è in continua crescita.

I fabbricanti che partecipano al sistema ACR sono fra i più blasonati: nomi come Roku, Samsung, LG, Sony, Hisense e tanti altri. Non è un sistema particolarmente nuovo, perché esiste almeno dal 2011. E funziona molto bene, almeno dal punto di vista di chi lo vende: a novembre 2021, uno di questi fabbricanti di Smart TV, Vizio, uno dei più importanti negli Stati Uniti, ha guadagnato dalla vendita dei dati dei propri clienti più del doppio di quello che ha ottenuto dalla vendita degli apparecchi televisivi [The Verge; Vizio].

Schema generale del funzionamento dell’ACR (da Watching TV with the Second-Party: A First Look at Automatic Content Recognition Tracking in Smart TVs, Arxiv.org, 2024).

Probabilmente a questo punto vi state chiedendo se catturare di nascosto quello che c’è sullo schermo della TV che sta in casa vostra sia legale. La risposta, come sempre in questi casi, è un grosso “dipende”. Le normative statunitensi sono molto permissive, mentre quelle europee sono orientate alla tutela del consumatore.

Eppure anche negli Stati Uniti, quella stessa Vizio che ha guadagnato così tanto dall’uso dell’ACR era stata sanzionata dalla Commissione federale per il commercio [FTC] nel 2017 perché con questo sistema raccoglieva i dati di ascolto di undici milioni di televisori senza il consenso dei consumatori e senza che quei consumatori ne fossero a conoscenza. Secondo la Commissione, Vizio aveva reso facile associare a questi dati televisivi numerose informazioni personali come “sesso, età, reddito, stato civile, dimensioni del nucleo famigliare, livello di istruzione, proprietà e valore dell’abitazione” e ha anche “venduto queste informazioni a terzi, che le hanno usate a vari scopi, compresa la pubblicità mirata”.

La sanzione, di circa 2 milioni di dollari, è stata in sostanza trascurabile: un costo operativo più che una punizione efficace [FTC; FTC]. Un tribunale federale statunitense ha poi approvato un risarcimento di 17 milioni di dollari in seguito a una class action avviata per le stesse ragioni contro la stessa azienda [Class Law Group; Hunton.com]. Questo caso dimostra la disinvoltura con la quale le aziende trattano i dati e i diritti dei consumatori.


C’è anche un altro tipo di disinvoltura aziendale legato a questo riconoscimento automatico dei contenuti: l’idea che bombardare l’utente di pubblicità sia non tanto un male necessario, ma addirittura un beneficio per il consumatore. Come dice una presentazione di Samsung dedicata al mercato canadese, “la tecnologia ACR offre numerosi benefici sia per gli spettatori, sia per gli inserzionisti. Per gli spettatori, l’ACR crea un’esperienza televisiva veramente personalizzata.”

La pagina della presentazione di Samsung che parla di “esperienza televisiva veramente personalizzata” grazie all’ACR.
Il flusso di dati dell’ACR di Samsung che conferma la cattura di due immagini al secondo da parte del televisore.

Samsung spiega che i consumatori sono “sovraccaricati dalla quantità di scelte disponibili e faticano a scoprire contenuti nuovi e pertinenti”. Oltre l’80% degli interpellati in uno studio svolto nel 2022 dall’azienda, sempre in Canada, ha dichiarato che sarebbe interessato a ricevere suggerimenti intelligenti sui contenuti per aiutarlo a trovare serie TV di suo gradimento. Ma desiderare di “ricevere suggerimenti su cosa guardare” non è la stessa cosa che voler essere spiati in tutto quello che si guarda alla TV pur di ricevere quei suggerimenti.

Alle aziende, insomma, sembra che non passi nemmeno per l’anticamera del cervello l’ipotesi che chi ha comprato un televisore, pagandolo con i propri soldi, non voglia essere bombardato da pubblicità che non ha richiesto e voglia invece usare il televisore come vuole lui o lei e non come glielo impone di nascosto un fabbricante. Per questi produttori di televisori è a quanto pare inconcepibile che qualcuno voglia vivere senza spot pubblicitari e che non desideri una “esperienza televisiva personalizzata”, ma voglia semplicemente guardare la TV in santa pace.

La Smart TV non è la versione piatta del televisore classico, non è un dispositivo passivo che mostra a chi lo ha comprato quello che gli interessa: è diventato un fragoroso, ossessivo, insistente chioschetto pubblicitario al servizio dei fabbricanti, degli inserzionisti e dei data broker che guadagnano miliardi vendendo i fatti nostri.

E in questa presentazione di Samsung c’è annidato anche un altro dato interessante: il servizio ACR di questa azienda ha anche una funzione cross-device. In altre parole, è capace di coinvolgere in questa sorveglianza commerciale anche gli altri dispositivi connessi, come i telefonini e i tablet. Piattaforme commerciali come Samba TV usano i dati dell’ACR per mostrare sui telefonini di casa le stesse pubblicità che passano sulla Smart TV [The Viewpoint]. Quei telefonini vengono associati alla casa perché si collegano al Wi-Fi domestico, come fa anche il televisore, e quindi hanno lo stesso indirizzo IP.

La pagina della presentazione di Samsung che parla di funzioni cross-device.

Molti utenti pensano che il telefonino li ascolti, perché vedono comparire sul suo schermo le pubblicità di cose di cui hanno parlato, ma in realtà è probabile che ad ascoltarli o a dedurre i loro interessi sia quell’altro schermo che hanno in casa.

Vediamo allora come scoprire se una Smart TV fa la spia e come disattivare questa funzione.


Per tagliare la testa al toro ed evitare completamente la sorveglianza commerciale dell’ACR nei televisori smart ci sono due soluzioni. La prima è… non acquistare una Smart TV.

Al posto del televisore, infatti, si può acquistare un monitor per computer. Questi dispositivi, almeno per ora, non hanno funzioni di sorveglianza e si possono collegare al set top box per lo streaming, al computer o al lettore Blu-Ray. Il difetto di questa soluzione è che chi desidera uno schermo molto grande non troverà monitor per computer delle dimensioni desiderate. In alternativa, si può scegliere un videoproiettore, che consente di avere immagini molto grandi ed è anch’esso, per ora, privo di funzioni di riconoscimento dei contenuti proiettati.

La seconda soluzione è acquistare una Smart TV, ma non collegarla a Internet, né tramite cavo Ethernet né tramite Wi-Fi. In questo modo, se anche dovesse acquisire degli screenshot di quello che si sta guardando, non potrà trasmettere alcuna informazione al suo fabbricante. È quello che ho fatto io: il televisore del Maniero Digitale è una Smart TV OLED collegata a un computer, a un set top box o a un riproduttore di Blu-Ray esclusivamente tramite cavo HDMI, lungo il quale non transitano informazioni pubblicitarie.

Se invece avete già una Smart TV e volete sapere se sorveglia quello che guardate, su Internet ci sono numerose istruzioni dettagliate, per ogni specifica marca, che spiegano in quale menu, sottomenu e sotto-sottomenu andare per cercare le funzioni-spia; le trovate linkate su Attivissimo.me [articolo su ZDNet; articolo su The Markup].

A dimostrazione del fatto che le aziende non ci tengono affatto a informare il consumatore che viene sorvegliato, queste funzioni non vengono indicate con un nome esplicativo o almeno con la sigla standard ACR, ma sono presenti con nomi decisamente eufemistici e ingannevoli. Per Samsung, per esempio, il nome da cercare è Viewing Information Services, ossia “servizi per le informazioni di fruizione”; per Sony è Samba Services Manager.

Considerata la tendenza crescente a guardare film e serie TV mentre si usa lo smartphone o si fa altro, tanto che i copioni di molte nuove produzioni vengono scritti facendo dire ai personaggi ogni tanto un riassunto della situazione per i più distratti, si può dire che viviamo in un mondo nel quale i nostri televisori guardano noi più attentamente di quanto noi guardiamo loro, e sanno di noi molto più di quello che sappiamo noi di loro. Non dovremmo preoccuparci che possano diventare senzienti con l’intelligenza artificiale, ma che siano già diventati insopportabilmente pettegoli.

Fonti

How to disable ACR on your TV (and why doing it makes such a big difference for privacy), ZDnet, 2025

How to disable ACR on your TV (and stop companies from spying on you), ZDnet, 2025

Your Smart TV Knows What You’re Watching, The Markup, 2023

Cassandra Crossing/ ACR, la Smart-TV vi spia davvero, Medium.com, 2025

Smart TV, così i produttori tracciano le nostre abitudini, Agendadigitale.eu, 2024

Automatic Content Recognition Market Size, Share & Trends Analysis Report By Component (Software), By Content (Audio, Video, Image), By Platform, By Technology, By Industry Vertical, By End Use, By Resolution, By Distribution Channel, And Segment Forecasts, 2025 – 2030, Grand View Research

Automatic content recognition, Wikipedia

ACR (Automatic Content Recognition), Acrcloud.com (archiviato su Archive.org), 2017

Automated Content Recognition: Discussion Paper – Phase 1 ‘Existing technologies and their impact on IP’, European Union Intellectual Property Office, 2020

Automated Content Recognition: Discussion Paper – Phase 2 ‘IP enforcement and management use cases’, European Union Intellectual Property Office, 2022

Watching TV with the Second-Party: A First Look at Automatic Content Recognition Tracking in Smart TVs, Arxiv.org, 2024

Vizio’s profit on ads, subscriptions, and data is double the money it makes selling TVs, The Verge, 2021

Vizio Smart TVs Are Watching You Back Even Harder Than Most, Consumerist, 2015 (archiviato su Archive.org)