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Podcast RSI – A che punto è l’auto a guida autonoma? A San Francisco è già in strada ma non in vendita

Questo è il testo della puntata del 3 febbraio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS.


[CLIP: rumori del traffico veicolare di San Francisco, registrati da me pochi giorni fa in loco]

Pochi giorni fa sono stato a San Francisco, una delle poche città al mondo nelle quali delle automobili completamente prive di conducente, guidate da speciali computer di bordo, circolano in mezzo al normale traffico veicolare e pedonale.

Sono i taxi di Waymo, un’azienda che da anni sta lavorando alla guida autonoma e da qualche tempo offre appunto un servizio commerciale di trasporto passeggeri a pagamento. I clienti usano un’app per prenotare la corsa e un’auto di Waymo li raggiunge e accosta per accoglierli a bordo, come un normale taxi, solo che al posto del conducente non c’è nessuno. Il volante c’è, ma gira da solo, e l’auto sfreccia elettricamente e fluidamente nel traffico insieme ai veicoli convenzionali. È molto riconoscibile, perché la selva di sensori che le permettono di fare tutto questo sporge molto cospicuamente dalla carrozzeria in vari punti e ricopre il tetto della vettura, formando una sorta di cappello high-tech goffo e caratteristico, e queste auto a San Francisco sono dappertutto: uno sciame silenzioso di robot su ruote che percorre incessantemente le scoscese vie della città californiana.*

* Purtroppo non sono riuscito a provare questi veicoli: l’app necessaria per prenotare un taxi di Waymo è disponibile solo per chi ha l‘App Store o Play Store statunitense e non ho avuto tempo di organizzarmi con una persona del posto che la installasse e aprisse un account.

Ma allora la sfida tecnologica della guida autonoma è risolta e dobbiamo aspettarci prossimamente “robotaxi” come questi anche da noi? Non proprio; c’è ancora letteralmente tanta strada da fare. Provo a tracciarla in questa puntata, datata 3 febbraio 2025, del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Benvenuti. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


È il sogno di ogni pendolare a quattro ruote: un’auto che si guida da sola, nella quale è sufficiente salire a bordo e dirle la destinazione desiderata per poi potersi rilassare completamente per tutto il viaggio, senza dover gestire code o ingorghi e senza trascorrere ore frustranti dietro il volante. Un sogno che ha radici lontane: i primi esperimenti di guida almeno parzialmente autonoma iniziarono alla fine degli anni Settanta del secolo scorso e furono svolti in Germania, Giappone e Italia [Computerhistory.org]. Ma si trattava di veicoli costosissimi, stracarichi di computer che ne riempivano il bagagliaio, e comunque funzionavano solo su strade semplici e ben demarcate. Anche così, ogni tanto dovevano arrendersi e chiedere aiuto umano.

Ma le strade di una città sono invece complesse, caotiche, piene di segnaletica da decodificare e di ostacoli che possono comparire all’improvviso e confondere i sistemi di riconoscimento automatici: per esempio un pedone che attraversa la strada, un cantiere, un’ambulanza o anche semplicemente un riflesso dell’auto stessa in una vetrata oppure una figura umana stampata sul portellone posteriore di un camion o su un cartellone pubblicitario.

Per cominciare a interpretare tutti questi fattori è stato necessario attendere a lungo che migliorasse il software e diventasse meno ingombrante l’hardware: il primo viaggio su strada urbana normale di un’automobile autonoma, senza conducente e senza scorta di polizia, risale a meno di dieci anni fa ad opera del progetto di Google per la guida autonoma, poi trasformatosi in Waymo.

Waymo è stata la prima a offrire un servizio commerciale di veicoli autonomi su strade urbane, a dicembre 2018 [Forbes], dopo dieci anni di sperimentazione, con un servizio di robotaxi limitato ad alcune zone della città statunitense di Phoenix e comunque all’epoca con un conducente d’emergenza a bordo. Nel 2021 a Shenzen, in Cina, ha debuttato il servizio di robotaxi gestito da Deeproute.ai. Nel 2022 a Waymo si è affiancata la concorrente Cruise, che è stata la prima a ottenere il permesso legale di fare a meno della persona dietro il volante, pronta a intervenire, in un servizio commerciale [CNBC].

Anche Uber aveva provato a entrare nel settore della guida autonoma, ma aveva sospeso la sperimentazione dopo che uno dei suoi veicoli di test aveva investito e ucciso un pedone, Elaine Herzberg, nel 2018 in Arizona, nonostante la presenza di un supervisore umano a bordo.

Probabilmente avete notato che fra i nomi che hanno segnato queste tappe dell’evoluzione della guida autonoma manca quello di Tesla, nonostante quest’azienda sia considerata da una buona parte dell’opinione pubblica come quella che fabbrica auto che guidano da sole. Non è affatto così: anche se il suo software si chiama Full Self-Drive, in realtà legalmente il conducente è tenuto a restare sempre pronto a intervenire.*

* Non è solo un requisito legale formale, mostrato esplicitamente sullo schermo a ogni avvio: deve proprio farlo, perché ogni tanto FSD sbaglia molto pericolosamente, anche nella versione più recente chiamata ora FSD (Supervised), come ben documentato da questa prova pratica di Teslarati di gennaio 2025.

E la famosa demo del 2016 in cui una Tesla effettuava un tragitto urbano senza interventi della persona seduta al posto di guida era una messinscena, stando a quanto è emerso in tribunale. A fine gennaio 2025 Elon Musk ha dichiarato che Tesla offrirà la guida autonoma senza supervisione a Austin, in Texas, a partire da giugno di quest’anno, a titolo sperimentale.

Ma come mai Tesla è rimasta così indietro rispetto alle concorrenti? Ci sono due motivi: uno tecnico, molto particolare, e uno operativo e poco pubblicizzato.


Ci sono fondamentalmente due approcci distinti alla guida autonoma. Uno è quello di mappare in estremo dettaglio e preventivamente le strade e consentire ai veicoli di percorrere soltanto le strade mappate in questo modo, il cosiddetto geofencing o georecinzione, dotando le auto di un assortimento di sensori di vario genere, dalle telecamere ai LiDAR, ossia sensori di distanza basati su impulsi laser.

Questo consente al veicolo [grazie al software di intelligenza artificiale che ha a bordo] di “capire” con molta precisione dove si trova, che cosa ha intorno a sé in ogni momento e di ricevere in anticipo, tramite aggiornamenti continui via Internet, segnalazioni di cantieri o di altri ostacoli che potrà incontrare.

Questa è la via scelta da Waymo e Cruise, per esempio, e funziona abbastanza bene, tanto che le auto di queste aziende sono già operative e hanno un tasso di incidenti estremamente basso, inferiore a quello di un conducente umano medio [CleanTechnica]. Ma è anche una soluzione molto costosa: richiede sensori carissimi e ingombranti e impone un aggiornamento costante della mappatura, ma soprattutto limita le auto a zone ben specifiche.

Le zone fruibili di San Francisco a gennaio 2025 (Waymo).

Anche a San Francisco, per esempio, Waymo è usabile soltanto in alcune parti della città [Waymo]*, e per aggiungere al servizio un’altra città bisogna prima mapparla tutta con precisione centimetrica.

Waymo sta iniziando a provare le proprie auto sulle autostrade (freeway) intorno a Phoenix oltre che in città, ma per ora trasportano solo dipendenti dell’azienda [Forbes].
Una mia ripresa di uno dei tantissimi veicoli autonomi di Waymo che abbiamo incontrato girando per la città.

L’altro approccio consiste nell’usare l’intelligenza artificiale a bordo del veicolo per decifrare i segnali che arrivano dai sensori e ricostruire da quei segnali la mappa tridimensionale di tutto quello che sta intorno all’auto. Questo evita tutto il lavoro preventivo di mappatura e quello di successivo aggiornamento e consente al veicolo di percorrere qualunque strada al mondo, senza restrizioni.

Questa è la via che Elon Musk ha deciso per Tesla, rinunciando inoltre ai sensori LIDAR per contenere i costi complessivi dei veicoli e usando soltanto le immagini provenienti dalle telecamere perimetrali per riconoscere gli oggetti e “capire” la situazione di tutti gli oggetti circostanti e come gestirla. Ma il riconoscimento fatto in questo modo non è ancora sufficientemente maturo, e questo fatto ha portato al ritardo di Tesla di vari anni rispetto alle aziende concorrenti.

Quale sia la soluzione migliore è ancora tutto da vedere. Waymo e Cruise stanno investendo cifre enormi, e nonostante le loro auto siano strapiene di sensori che costano più del veicolo stesso ogni tanto si trovano in situazioni imbarazzanti.

A ottobre 2023, un’auto di Cruise ha trascinato per alcuni metri un pedone che le era finito davanti dopo essere stato urtato da un’automobile guidata da una persona [Cruise]. A giugno 2024, un robotaxi di Waymo a Phoenix è andato a sbattere contro un palo telefonico mentre cercava di accostare per accogliere un cliente, perché il palo era piantato sul bordo della superficie stradale invece di sorgere dal marciapiedi e il software non era in grado di riconoscere un palo. Non si è fatto male nessuno e il problema è stato risolto con un aggiornamento del software, ma è un ottimo esempio del motivo per cui queste auto hanno bisogno di una mappatura preventiva incredibilmente dettagliata prima di poter circolare [CNN].

A dicembre 2024, inoltre, un cliente Waymo si è trovato intrappolato a bordo di uno dei taxi autonomi dell’azienda, che continuava a viaggiare in cerchio in un parcheggio senza portarlo a destinazione [BBC]. Ha dovuto telefonare all’assistenza clienti per farsi dire come ordinare al veicolo di interrompere questo comportamento anomalo, e a quanto pare non è l’unico del suo genere, visto che è diventato virale un video in cui un’altra auto di Waymo continua a girare ad alta velocità su una rotonda senza mai uscirne, fortunatamente senza nessun cliente a bordo [Reddit].

Gli episodi di intralcio al traffico da parte di veicoli autonomi vistosamente in preda allo smarrimento informatico sono sufficientemente frequenti da renderli impopolari fra le persone che abitano e soprattutto guidano nelle città dove operano i robotaxi [BBC].

A San Franscisco, un’auto di Waymo ignora gli addetti che stanno cercando di evitare che i veicoli (autonomi o meno) finiscano in una grossa buca allagata, a febbraio 2025 [ABC7/Boingboing].

Del resto, dover subire per tutta la notte per esempio il concerto dei clacson di un gruppo di auto Waymo parcheggiate e impazzite, come è successo a San Francisco l’estate scorsa, non suscita certo simpatie nel vicinato [TechCrunch].

Per risolvere tutti questi problemi, Waymo e Cruise ricorrono a un trucco.


Se ne parla pochissimo, ma di fatto quando un’auto autonoma di queste aziende non riesce a gestire da sola una situazione, interviene un guidatore umano remoto. In pratica in questi casi il costoso gioiello tecnologico diventa poco più di una grossa automobilina radiocomandata. Lo stesso farà anche Tesla con i suoi prossimi robotaxi, stando ai suoi annunci pubblici di ricerca di personale [Elettronauti].

È una soluzione efficace ma imbarazzante per delle aziende che puntano tutto sull’immagine di alta tecnologia, tanto che sostanzialmente non ne parlano* [BBC] e sono scarsissime le statistiche sulla frequenza di questi interventi da parte di operatori remoti: Cruise ha dichiarato che è intorno allo 0,6% del tempo di percorrenza, ma per il resto si sa ben poco.

*Uno dei pochi post pubblici di Waymo sui suoi guidatori remoti o fleet response agent spiega che l’operatore remoto non comanda direttamente il volante ma indica al software di bordo quale percorso seguire o quale azione intraprendere.
Un video di Waymo mostra un intervento dell’operatore remoto e rivela come il software di bordo rappresenta l’ambiente circostante.

Lo 0,6% può sembrare pochissimo, ma significa che l’operatore umano interviene in media per un minuto ogni tre ore. Se un ascensore si bloccasse e avesse bisogno di un intervento manuale una volta ogni tre ore per farlo ripartire, quanti lo userebbero serenamente?

Per contro, va detto che pretendere la perfezione dalla guida autonoma è forse utopico; e sarebbe già benefico e accettabile un tasso di errore inferiore a quello dei conducenti umani. Nel 2023 in Svizzera 236 persone sono morte in incidenti della circolazione stradale e ne sono rimaste ferite in modo grave 4096. Quei 236 decessi sono la seconda cifra più alta degli ultimi cinque anni, e il numero di feriti gravi è addirittura il più alto degli ultimi dieci anni [ACS; BFU.ch]. Se la guida autonoma può ridurre questi numeri, ben venga, anche qualora non dovesse riuscire ad azzerarli.

Vedremo anche da noi scene come quelle statunitensi? Per ora sembra di no. È vero che il governo svizzero ha deciso che da marzo 2025 le automobili potranno circolare sulle autostrade nazionali usando sistemi di guida assistita (non autonoma) che consentono la gestione automatica della velocità, della frenata e dello sterzo, ma il conducente resterà appunto conducente e dovrà essere sempre pronto a riprendere il controllo quando necessario.

I singoli cantoni potranno designare alcuni percorsi specifici sui quali potranno circolare veicoli autonomi, senza conducente ma monitorati da un centro di controllo. Inoltre presso i parcheggi designati sarà consentita la guida autonoma, ma solo nel senso che l’auto potrà andare a parcheggiarsi da sola, senza conducente a bordo. Di robotaxi che circolano liberamente per le strade, per il momento, non se ne parla [Swissinfo].*

* In Italia, a Brescia, è iniziata la sperimentazione di un servizio di car sharing che usa la guida autonoma. Finora il singolo esemplare di auto autonoma, una 500 elettrica dotata di un apparato di sensori molto meno vistoso di quello di Waymo, ha percorso solo un chilometro in modalità interamente autonoma, è limitato a 30 km/h ed è monitorato sia da un supervisore a bordo, sia da una sala di controllo remota. È la prima sperimentazione su strade pubbliche aperte al traffico in Italia [Elettronauti].

Insomma, ancora per parecchi anni, se vogliamo assistere a scene imbarazzanti e pericolose che coinvolgono automobili, qui da noi dovremo affidarci al talento negativo degli esseri umani.

Fonti aggiuntive

Welcome To ‘Waymo One’ World: Google Moon Shot Begins Self-Driving Service—With Humans At The Wheel For Now, Forbes (2018)

Where to? A History of Autonomous Vehicles, Computerhistory.org (2014)

Waymo Road Trip Visiting 10+ Cities in 2025, CleanTechnica (2025)

Waymo employees can hail fully autonomous rides in Atlanta now, TechCrunch (2025)

Waymo to test its driverless system in ten new cities in 2025, Engadget (2025)

Waymo, Cruise vehicles have impeded emergency vehicle response 66 times this year: SFFD, KRON4 (2023)

How robotaxis are trying to win passengers’ trust, BBC (2024)

Bad Week for Unoccupied Waymo Cars: One Hit in Fatal Collision, One Vandalized by Mob, Slashdot (2025)

Hidden Waymo feature let researcher customize robotaxi’s display, TechCrunch (2025)

Tesla’s Autonomous Driving Strategy Stranded By Technological Divergence, CleanTechnica (2025)

Zeekr RT, the robotaxi built for Waymo, has the tiniest wipers, TechCrunch (2025)

Should Waymo Robotaxis Always Stop For Pedestrians In Crosswalks?, Slashdot (2025)

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/02/03

È andata in onda lunedì mattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera.

In questa puntata ho raccontato un po’ il mio viaggio da geek a San Francisco insieme alla Dama del Maniero: oltre a visitare alcuni dei consueti luoghi turistici, abbiamo partecipato a una convention di Star Trek alla quale erano presenti molti attori delle serie classiche e di quelle più recenti, siamo andati a visitare la USS Hornet, la portaerei che raccolse gli astronauti di ritorno dal primo atterraggio sulla Luna e abbiamo visto da vicino le auto autonome di Waymo in azione in tutta la città.

Ho anche fatto sentire l’intervista che ho realizzato in Italia con l’attore Tony Amendola (Stargate SG-1 e tante altre serie) durante la recente convention di scienza e fantascienza Sci-Fi Universe a Peschiera del Garda.

La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Rieccomi

Magari vi siete chiesti come mai non ho scritto nulla a proposito di tutte le ultime notizie informatiche e scientifiche (per non parlar delle altre) e come mai la settimana scorsa non è andato in onda Niente Panico e non ho pubblicato la consueta puntata del podcast Il Disinformatico. Niente di grave: sono stato a San Francisco per una decina di giorni insieme alla Dama del Maniero per festeggiare il suo compleanno, e abbiamo staccato da (quasi) tutto intenzionalmente per un digital detox.

Siamo rientrati ieri sera. Da oggi si riparte, ricaricati e pronti ad affrontare le prossime sfide e rivoluzioni. Preparatevi, questi sono tempi difficili e ci sono tante nuove cose da imparare. Non per cultura, ma per autodifesa.

Podcast RSI – Il finto Brad Pitt e la sua vittima messa alla gogna

Questo è il testo della puntata del 20 gennaio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

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Probabilmente avete già sentito la notizia della donna francese che ha inviato in totale oltre 800.000 euro a dei truffatori perché era convinta di essere in chat con Brad Pitt e di doverlo aiutare economicamente perché i conti del celeberrimo attore erano bloccati dalla causa legale con l’ex moglie, Angelina Jolie. Se l’avete sentita, probabilmente l’avete commentata criticando l’ingenuità della vittima. Molte persone sono andate oltre e hanno insultato e preso in giro la vittima pubblicamente sui social; lo ha fatto persino Netflix France. Una gogna mediatica rivolta esclusivamente alla persona truffata, senza spendere una parola sulla crudeltà infinita dei truffatori. Ed è stata tirata in ballo l’intelligenza artificiale, che però in realtà c’entra solo in parte.

Questa è la storia di un inganno che in realtà è ben più complesso e ricco di sfumature di quello che è stato diffusamente raccontato, e che permette di conoscere in dettaglio come operano i truffatori online e cosa succede nella mente di una persona che diventa bersaglio di questo genere di crimine.

Benvenuti alla puntata del 20 gennaio 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Questa storia inizia a febbraio del 2023, quando Anne, una donna francese sposata con un facoltoso imprenditore, scarica Instagram perché vuole postare le foto di una sua vacanza nelle Alpi francesi. Viene contattata subito da qualcuno che dice di essere Jane Etta Pitt, la madre dell’attore Brad Pitt, che chatta con lei e le dice che sarebbe la persona giusta per suo figlio. Poco dopo la contatta online qualcuno che afferma di essere Brad Pitt in persona e chiede di conoscerla meglio. Soprattutto vuole sapere se Anne lavora per caso nei media, perché lui ci tiene molto a proteggere la sua vita privata.

Questo contatto insospettisce la donna, ma Anne non conosce i meccanismi dei social network. Non sa, per esempio, che i controlli di Instagram sulle identità degli utenti sono scarsissimi e che quindi il falso Brad Pitt e la sua altrettanto falsa madre sono liberi di agire praticamente indisturbati e di tentare la stessa truffa contemporaneamente con migliaia di persone. Una truffa complessa e articolata, che include fra i suoi espedienti la capacità dei criminali di passare mesi e mesi a circuire una vittima chattando amorevolmente con lei, perché nel frattempo ne stanno raggirando tante altre, in una sorta di catena di montaggio dell’inganno.

Fra questi espedienti ci sono anche trucchi come i finti regali. A un certo punto, il falso Brad Pitt scrive ad Anne, dicendo che ha tentato di inviarle dei regali di lusso ma che non ha potuto pagare la dogana perché i suoi conti correnti sono bloccati dalla causa di divorzio da Angelina Jolie. E così Anne invia ai truffatori 9000 euro. Il servizio attraverso il quale invia il denaro non la avvisa che questa transazione è sospetta.

Anne, invece, si insospettisce parecchie volte durante questo lungo corteggiamento online, ma ogni volta che le viene un dubbio, i truffatori riescono a farglielo passare, mandandole per esempio un falso documento d’identità dell’attore. La figlia di Anne cerca di avvisarla che si tratta di una truffa e tenta di ragionare con lei per oltre un anno, ma la donna è troppo coinvolta emotivamente in questa relazione a distanza. Anche perché questo falso Brad Pitt le ha chiesto di sposarlo, e lei ovviamente ha accettato una proposta così lusinghiera dopo aver divorziato dal marito.

I truffatori giocano anche la carta della compassione oltre a quella della seduzione e della lusinga. Scrivono ad Anne, fingendo sempre di essere Brad Pitt, e le dicono che l’attore ha bisogno di contanti per poter pagare le cure per il tumore al rene che lo ha colpito. Mandano ad Anne delle fotografie false che sembrano mostrare Brad Pitt ricoverato in ospedale. La donna è reduce da un tumore, e quindi i truffatori toccano un suo tasto emotivo particolarmente sensibile.

Anne cerca su Internet le foto di Brad Pitt ricoverato e non le trova, ma giustifica questa mancanza pensando che quelle fotografie siano confidenziali e siano dei selfie scattati specificamente per lei.

E così Anne invia ai criminali tutto il denaro che ha ottenuto dal divorzio, ossia 775.000 euro, convinta di contribuire a salvare la vita di una persona in gravi difficoltà. Anche qui, i servizi di trasferimento di denaro usati dalla vittima la lasciano agire senza bloccare la transazione, che dovrebbe essere già sospetta in partenza per il suo ammontare così elevato.

Quando i giornali che si occupano di gossip legato alle celebrità pubblicano immagini del vero Brad Pitt con la sua nuova compagna, Ines de Ramon, Anne si insospettisce di nuovo, ma i truffatori le mandano un falso servizio televisivo nel quale il conduttore (in realtà generato dall’intelligenza artificiale)* parla di un rapporto esclusivo con una persona speciale che va sotto il nome di Anne. Questo la rassicura per qualche tempo, ma poi Brad Pitt e Ines de Ramon annunciano ufficialmente il loro legame sentimentale. Siamo a giugno del 2024, e a questo punto Anne decide di troncare le comunicazioni.

* Dopo la chiusura del podcast sono riuscito a recuperare uno spezzone [YouTube, a 1:08] di questo servizio televisivo e ho scoperto che il conduttore sintetico è invece una conduttrice, perlomeno in base al suo aspetto.
Un fermo immagine dal finto servizio di telegiornale creato dai truffatori (C à Vous/YouTube).

Ma i truffatori insistono, spacciandosi stavolta per agenti speciali dell’FBI, e cercano di ottenere dalla donna altro denaro. Lei segnala la situazione alla polizia, e vengono avviate le indagini. Pochi giorni fa, Anne ha raccontato pubblicamente la propria vicenda sul canale televisivo francese TF1, per mettere in guardia altre potenziali vittime. E qui è cominciato un nuovo calvario.


Sui social network, infatti, centinaia di utenti cominciano a prenderla in giro. Uno dei più importanti programmi radiofonici mattutini francesi le dedica uno sketch satirico. Netflix France pubblica su X un post nel quale promuove quattro film con Brad Pitt, specificando fra parentesi che il servizio di streaming garantisce che si tratti di quello vero, con una chiara allusione alla vicenda di Anne. Il post è ancora online al momento in cui preparo questo podcast.

Screenshot del post di Netflix France su X.

La società calcistica Toulouse FC pubblica un post ancora più diretto, che dice “Ciao Anne, Brad ci ha detto che sarà allo stadio mercoledì, e tu?”. Il post è stato poi rimosso e la società sportiva si è scusata.

France 24 mostra il post del Toulouse FC.

TF1 ha tolto il servizio dedicato ad Anne dalla propria piattaforma di streaming dopo che la testimonianza della donna ha scatenato questa ondata di aggressioni verbali, ma il programma resta reperibile online qua e là. Anne, in un’intervista pubblicata su YouTube, ha dichiarato che TF1 ha omesso di precisare che lei aveva avuto dubbi, ripetutamente, e ha aggiunto che secondo lei qualunque persona potrebbe cadere nella complessa trappola dei truffatori se si sentisse dire quelle che lei descrive come “parole che non hai mai sentito da tuo marito.”

In altre parole, una donna che era in una situazione particolarmente vulnerabile è stata truffata non da dilettanti improvvisati ma da professionisti dell’inganno, disposti a manipolare pazientemente per mesi le loro vittime usando senza pietà le leve emotive più sensibili, ha deciso di raccontare pubblicamente la propria vicenda per mettere in guardia le altre donne, e ne ha ottenuto principalmente dileggio, scherno e derisione. Uno schema purtroppo molto familiare alle tante donne che scelgono di raccontare abusi di altro genere di cui sono state vittime e di cui la gogna mediatica le rende vittime due volte invece di assisterle e sostenerle.

In questa vicenda, oltretutto, non sono solo gli utenti comuni a postare sui social network commenti odiosi: lo fanno anche professionisti dell’informazione, che in teoria dovrebbero sapere benissimo che fare satira su questi argomenti è un autogol di comunicazione assoluto e imperdonabile.

Mentre abbondano i commenti che criticano Anne, scarseggiano invece quelli che dovrebbero far notare il ruolo facilitatore di queste truffe dei social network e dei sistemi di pagamento. Questi falsi account che si spacciano per Brad Pitt (usando in questo caso specifico parte del nome completo dell’attore, ossia William Bradley Pitt) sono alla luce del sole. Dovrebbero essere facilmente identificabili da Meta, un’azienda che investe cifre enormi nell’uso dell’intelligenza artificiale per monitorare i comportamenti dei propri utenti a scopo di tracciamento pubblicitario eppure non sembra in grado di usarla per analizzare le conversazioni sulle sue piattaforme e notare quelle a rischio o rilevare gli account che pubblicano foto sotto copyright.

Basta infatti una banale ricerca in Google per trovare falsi account a nome di Brad Pitt, che hanno migliaia di follower, pubblicano foto dell’attore di cui chiaramente non hanno i diritti ed esistono in alcuni casi da anni, come per esempio @william_bradley_pitt767, creato a febbraio del 2021 e basato in Myanmar. E lo stesso vale per moltissime altre celebrità. Queste truffe, insomma, prosperano grazie anche all’indifferenza dei social network.

Uno dei tanti account falsi a nome di Brad Pitt su Instagram.
Informazioni sul falso account.

C’è anche un altro aspetto di questa vicenda che è stato raccontato in maniera poco chiara da molte testate giornalistiche: l’uso dell’intelligenza artificiale per generare le foto di Brad Pitt ricoverato. Quelle foto sono in realtà dei fotomontaggi digitali tradizionali, e lo si capisce perché anche il più scadente software di generazione di immagini tramite intelligenza artificiale produce risultati di gran lunga più coerenti, nitidi e dettagliati rispetto alle foto d’ospedale ricevute da Anne.

Fonte: X.com/CultureCrave.

L’intelligenza artificiale è stata sì usata dai criminali, ma non per quelle foto. È stata usata per creare dei videomessaggi dedicati ad Anne, nei quali un finto Brad Pitt si rivolge direttamente alla donna, le confida informazioni personali chiedendole di non condividerle, muovendosi e parlando in modo naturale.

France24 mostra uno dei videomessaggi falsi creati dai truffatori animando il volto di Brad Pitt.

Questi video sono nettamente più credibili rispetto alle false foto del ricovero che circolano sui social media in relazione a questa vicenda; sono forse riconoscibili come deepfake da parte di chi ha un occhio allenato, ma chi come Anne si è affacciato da poco ai social network non ha questo tipo di sensibilità nel rilevare gli indicatori di falsificazione, e non tutti sanno che esistono i deepfake. Mostrare solo quei fotomontaggi, senza includere i video, significa far sembrare Anne molto più vulnerabile di quanto lo sia stata realmente.

La qualità delle immagini sintetiche migliora in continuazione, ma per il momento può essere utile cercare alcuni elementi rivelatori. Conviene per esempio guardare la coerenza dei dettagli di contorno dell’immagine, come per esempio la forma e la posizione delle dita oppure la coerenza delle scritte presenti sugli oggetti raffigurati. Un altro indicatore è lo stile molto patinato delle immagini sintetiche, anche se i software più recenti cominciano a essere in grado di generare anche foto apparentemente sottoesposte, mosse o dilettantesche. Si può anche provare una ricerca per immagini, per vedere se una certa foto è stata pubblicata altrove. Inoltre la ricerca per immagini permette spesso di scoprire la fonte originale della foto in esame e quindi capire se ha un’origine autorevole e affidabile. E ovviamente l’indicatore più forte è il buon senso: è davvero plausibile che un attore popolarissimo vada sui social network a cercare conforto sentimentale?

Fra l’altro, nel caso specifico di Brad Pitt il suo portavoce ha ribadito che l’attore non ha alcuna presenza nei social. In altre parole, tutti i “Brad Pitt” che trovate online sono degli impostori.

In coda a questa vicenda amara c’è però un piccolo dettaglio positivo: il racconto pubblico di questo episodio è diventato virale in tutto il mondo, per cui si può sperare che molte vittime potenziali siano state allertate grazie al coraggio di Anne nel raccontare quello che le è successo. E va ricordato che a settembre 2024 in Spagna sono state arrestate cinque persone durante le indagini su un’organizzazione criminale che aveva truffato due donne spacciandosi proprio per Brad Pitt, ottenendo dalle vittime ben 350.000 dollari.

Non sempre i truffatori la fanno franca, insomma, e se gli utenti diventano più consapevoli e attenti grazie al fatto che questi pericoli vengono segnalati in maniera ben visibile dai media, le vittime di questi raggiri crudeli diminuiranno. Più se ne parla, anche in famiglia, e meglio è.

Fonti

Brad Pitt’s team reminds fans he’s not on social media after a woman gets big-time scammed, LA Times

Brad Pitt AI scam: Top tips on how to spot AI images, BBC

French Woman Faces Cyberbullying After Forking Over $850,000 to AI Brad Pitt, Rollingstone.com

AI Brad Pitt dupes French woman out of €830,000, BBC

French TV show pulled after ridicule of woman who fell for AI Brad Pitt, The Guardian

French Woman Scammed Out Of $850k By Fake ‘Brad Pitt’—And The AI Photos Are Something Else, Comic Sands

How an AI Brad Pitt conned a woman out of €830,000, triggering online mockery, France 24 su YouTube

Une femme arnaquée par un faux Brad Pitt – La Story – C à Vous, YouTube (include approfondimenti, spezzoni del finto servizio televisivo, il commento dell’avvocato della vittima sulle responsabilità delle banche che hanno effettuato i trasferimenti di denaro)

Disponibile subito “Niente panico, per ora”, l’autobiografia di Fred Haise (Apollo 13), su carta ed e-book. Ne parliamo a Sci-Fi Universe il 18 e 19 gennaio

L’editore Cartabianca Publishing ha appena pubblicato un‘altra autobiografia di un astronauta lunare: stavolta il protagonista è Fred Haise, che molti conoscono come uno degli astronauti della drammatica missione Apollo 13 che rischiò di concludersi tragicamente dopo uno scoppio avvenuto durante il viaggio verso la Luna.

Ma Haise racconta una storia ben più ricca, che include le sue numerosissime esperienze di pilota collaudatore, le sue reazioni all’occasione mancata di camminare sulla Luna, il terribile incidente aereo che quasi gli costò la vita e i voli di collaudo atmosferico dello Space Shuttle. Con grande gioia dei fan di Star Trek, lui è infatti stato comandante dell’Enterprise, il primo esemplare dello Shuttle.

La sua è una vita intensa, ricca di eventi che lo hanno consegnato alla Storia con la S maiuscola, e Haise si racconta con lucidità e precisione.

Niente panico, per ora (Never Panic Early in originale) è stato tradotto da Diego Meozzi con il supporto di esperti e con la mia revisione tecnica: è disponibile subito come e-book (universale, per Kindle o per dispositivi Apple) a 9,99 euro e su carta (228 pagine, 70 foto) a 20 euro.

Il libro verrà presentato e sarà acquistabile alla convention di fantascienza, astronomia e astrofisica Sci-Fi Universe, al Parc Hotel di Peschiera del Garda (VR), il 18 e 19 gennaio, e io avrò il piacere di condurre l’incontro con Cartabianca Publishing alle 14.45 di sabato 18 (tenete d’occhio il programma per eventuali variazioni). Ci vediamo là?

Podcast RSI – Davvero la scienza dice che “il fact-checking non funziona”?

Questo è il testo della puntata del 13 gennaio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS.


Pochi giorni fa Meta ha annunciato che chiuderà il proprio programma di fact-checking gestito tramite esperti esterni e lo sostituirà con le cosiddette Community notes, ossia delle annotazioni redatte dagli stessi utenti dei suoi social network, come ha già fatto la piattaforma concorrente X di Elon Musk.

Questa decisione, che per citare un titolo del Corriere della Sera è stata vista come una “resa definitiva a Trump (e Musk)”, ha rianimato la discussione su come contrastare la disinformazione. Walter Quattrociocchi, professore ordinario dell’Università La Sapienza di Roma, ha dichiarato che “Il fact-checking è stato un fallimento, ma nessuno vuole dirlo”, aggiungendo che “[l]a comunità scientifica lo aveva già dimostrato”. Queste sono sue parole in un articolo a sua firma pubblicato sullo stesso Corriere.

Detta così, sembra una dichiarazione di resa incondizionata della realtà, travolta e sostituita dai cosiddetti “fatti alternativi” e dai deliri cospirazionisti. Sembra un’ammissione che non ci sia nulla che si possa fare per contrastare la marea montante di notizie false, di immagini fabbricate con l’intelligenza artificiale, di propaganda alimentata da interessi economici o politici, di tesi di complotto sempre più bizzarre su ogni possibile argomento. I fatti hanno perso e le fandonie hanno vinto.

Se mi concedete di portare per un momento la questione sul piano personale, sembra insomma che la scienza dica che il mio lavoro di “cacciatore di bufale” sia una inutile perdita di tempo, e più in generale lo sia anche quello dei miei tanti colleghi che fanno debunking, ossia verificano le affermazioni che circolano sui social network e nei media in generale e le confermano o smentiscono sulla base dei fatti accertati.

È veramente così? Difendere i fatti è davvero fatica sprecata? Ragioniamoci su in questa puntata, datata 13 gennaio 2025, del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Nel suo annuncio pubblico, Mark Zuckerberg ha spiegato che il programma di fact-checking lanciato nel 2016 dalla sua piattaforma e basato su organizzazioni indipendenti specializzate in verifica dei fatti voleva dare agli utenti “più informazioni su quello che vedono online, in particolare sulle notizie false virali, in modo che potessero giudicare da soli quello che vedevano e leggevano”, scrive Zuckerberg.

Ma a suo dire questo approccio non ha funzionato perché anche gli esperti, dice, “come tutte le persone, hanno i propri pregiudizi e i propri punti di vista”, e quindi è giunto il momento di sostituire gli esperti esterni con gli utenti dei social network. Saranno loro, dice Zuckerberg, a “decidere quando i post sono potenzialmente ingannevoli e richiedono più contesto”, e saranno “persone che hanno una vasta gamma di punti di vista” a “decidere quale tipo di contesto è utile che gli altri utenti vedano”.

Zuckerberg non spiega, però, in che modo affidare la valutazione delle notizie agli utenti farà magicamente azzerare quei pregiudizi e quei punti di vista di cui parlava. In fin dei conti, gli utenti valutatori saranno un gruppo che si autoselezionerà invece di essere scelto in base a criteri di competenza. Anzi, l’autoselezione è già cominciata, perché Zuckerberg ha già pubblicato i link per iscriversi alla lista d’attesa per diventare valutatori su Facebook, Instagram e Threads. Mi sono iscritto anch’io per vedere dall’interno come funzionerà questa novità e raccontarvela.

Invece le Linee guida della community, ossia le regole di comportamento degli utenti di Meta, sono già state riscritte per togliere molte restrizioni sui discorsi d’odio, aggiungendo specificamente che dal 7 gennaio scorso sono consentite per esempio le accuse di malattia mentale o anormalità basate sul genere o l’orientamento sessuale* ed è accettabile paragonare le donne a oggetti e le persone di colore ad attrezzi agricoli oppure negare l’esistenza di una categoria di persone o chiedere l’espulsione di certi gruppi di individui.**

* Il 10 gennaio, Meta ha eliminato da Messenger i temi Pride e Non-Binary che aveva introdotto con così tanta enfasi rispettivamente 2021 e nel 2022 [404 media; Platformer.news]. Intanto Mark Lemley, avvocato per le questioni di copyright e intelligenza artificiale di Meta, ha troncato i rapporti con l’azienda, scrivendo su LinkedIn che Zuckerberg e Facebook sono in preda a “mascolinità tossica e pazzia neonazista”.

** Confesso che nel preparare il testo di questo podcast non sono riuscito a trovare parole giornalisticamente equilibrate per definire lo squallore infinito di un‘azienda che decide intenzionalmente di riscrivere le proprie regole per consentire queste specifiche forme di odio. E così ho contenuto sia il conato che la rabbia, e ho deciso di lasciare che le parole di Meta parlassero da sole.

Un’altra novità importante è che Meta smetterà di ridurre la visibilità dei contenuti sottoposti a verifica e gli utenti, invece di trovarsi di fronte a un avviso a tutto schermo che copre i post a rischio di fandonia, vedranno soltanto “un’etichetta molto meno invadente che indica che sono disponibili ulteriori informazioni per chi le vuole leggere”. In altre parole, sarà più facile ignorare gli avvertimenti.

Insomma, è un po’ come se una compagnia aerea decidesse che tutto sommato è inutile avere dei piloti addestrati e competenti ed è invece molto meglio lasciare che siano i passeggeri a discutere tra loro, insultandosi ferocemente, su come pilotare, quando tirare su il carrello o farlo scendere, quanto carburante imbarcare e cosa fare se l’aereo sta volando dritto verso una montagna. Ed è un po’ come se decidesse che è più saggio che gli irritanti allarmi di collisione vengano sostituiti da una voce sommessa che dice “secondo alcuni passeggeri stiamo precipitando, secondo altri no, comunque tocca lo schermo per ignorare tutta la discussione e guardare un video di tenerissimi gattini.

Va sottolineato che queste scelte di Meta riguardano per ora gli Stati Uniti e non si applicano in Europa, dove le leggi* impongono ai social network degli obblighi di moderazione e di mitigazione della disinformazione e dei discorsi d’odio.

*  In particolare il Digital Services Act o DSA, nota Martina Pennisi sul Corriere.

Ma una cosa è certa: questa nuova soluzione costerà molto meno a Meta. I valutatori indipendenti vanno pagati (lo so perché sono stato uno di loro per diversi anni), mentre gli utenti che scriveranno le Note della comunità lo faranno gratis. Cosa mai potrebbe andare storto?


Ma forse Mark Zuckerberg tutto sommato ha ragione, perché è inutile investire in verifiche dei fatti perché tanto “il fact-checking non funziona,” come scrive appunto il professor Quattrociocchi, persona che conosco dai tempi in cui abbiamo fatto parte dei numerosi consulenti convocati dalla Camera dei Deputati italiana sul problema delle fake news.

In effetti Quattrociocchi presenta dei dati molto rigorosi, contenuti in un articolo scientifico di cui è coautore, intitolato Debunking in a world of tribes, che si basa proprio sulle dinamiche sociali analizzate dettagliatamente su Facebook fra il 2010 e il 2014. Questo articolo e altri indicano che “il fact-checking, lungi dall’essere una soluzione, spesso peggiora le cose” [Corriere] perché crea delle casse di risonanza o echo chamber, per cui ogni gruppo rimane della propria opinione e anzi si polarizza ancora di più: se vengono esposti a un fact-checking, i complottisti non cambiano idea ma anzi tipicamente diventano ancora più complottisti, mentre chi ha una visione più scientifica delle cose è refrattario anche a qualunque minima giusta correzione che tocchi le sue idee.

Ma allora fare il mio lavoro di cacciatore di bufale è una perdita di tempo e anzi fa più male che bene? Devo smettere, per il bene dell’umanità, perché la scienza dice che noi debunker facciamo solo danni?

Dai toni molto vivaci usati dal professor Quattrociocchi si direbbe proprio di sì. Frasi come “nonostante queste evidenze, milioni di dollari sono stati spesi in soluzioni che chiunque con un minimo di onestà intellettuale avrebbe riconosciuto come fallimentari” sono facilmente interpretabili in questo senso. Ma bisogna fare attenzione a cosa intende esattamente il professore con “fact-checking”: lui parla specificamente di situazioni [nel podcast dico “soluzioni” – errore mio, che per ragioni tecniche non posso correggere] in cui il debunker, quello che vorrebbe smentire le falsità presentando i fatti, va a scrivere quei fatti nei gruppi social dedicati alle varie tesi di complotto. In pratica, è come andare in casa dei terrapiattisti a dire loro che hanno tutti torto e che la Terra è una sfera: non ha senso aspettarsi che questo approccio abbia successo e si venga accolti a braccia aperte come portatori di luce e conoscenza.

Anche senza il conforto dei numeri e dei dati raccolti da Quattrociocchi e dai suoi colleghi, è piuttosto ovvio che un fact-checking del genere non può che fallire: tanto varrebbe aspettarsi che andare a un derby, sedersi tra i tifosi della squadra avversaria e tessere le lodi della propria squadra convinca tutti a cambiare squadra del cuore. Ma il fact-checking non consiste soltanto nell’andare dai complottisti; anzi, i debunker evitano accuratamente questo approccio.

Il fact-checking, infatti, non si fa per chi è già parte di uno schieramento o dell’altro. Si fa per chi è ancora indeciso e vuole informarsi, per poi prendere una posizione, e in questo caso non è affatto inutile, perché fornisce le basi fattuali che rendono perlomeno possibile una decisione razionale.

Del resto, lo stesso articolo scientifico del professor Quattrociocchi, e il suo commento sul Corriere della Sera, sono in fin dei conti due esempi di fact-checking: su una piattaforma pubblica presentano i dati di fatto su un tema e li usano per smentire una credenza molto diffusa. Se tutto il fact-checking fosse inutile, se davvero presentare i fatti non servisse a nulla e fosse anzi controproducente, allora sarebbero inutili, o addirittura pericolosi, anche gli articoli del professore.


Resta la questione delle soluzioni al problema sempre più evidente dei danni causati dalla disinformazione e dalla malinformazione circolante sui social e anzi incoraggiata e diffusa anche da alcuni proprietari di questi social, come Elon Musk.

Il professor Quattrociocchi scrive che “L’unico antidoto possibile, e lo abbiamo visto chiaramente, è rendere gli utenti consapevoli di come interagiamo sui social.” Parole assolutamente condivisibili, con un piccolo problema: non spiegano come concretamente arrivare a rendere consapevoli gli utenti di come funzionano realmente i social network.

Sono ormai più di vent’anni che esistono i social network, e finora i tentativi di creare questa consapevolezza si sono tutti arenati. Non sono bastati casi clamorosi come quelli di Cambridge Analytica; non è bastata la coraggiosa denuncia pubblica, nel 2021, da parte di Frances Haugen, data scientist di Facebook, del fatto che indignazione e odio sono i sentimenti che alimentano maggiormente il traffico dei social e quindi i profitti di Meta e di tutti i social network. Come dice anche il professor Quattrociocchi insieme a numerosi altri esperti, “[s]i parla di fake news come se fossero il problema principale, ignorando completamente che è il modello di business delle piattaforme a creare le condizioni per cui la disinformazione prospera.”

La soluzione, insomma, ci sarebbe, ma è troppo radicale per gran parte delle persone: smettere di usare i social network, perlomeno quelli commerciali, dove qualcuno controlla chi è più visibile e chi no e decide cosa vediamo e ha convenienza a soffiare sul fuoco della disinformazione. Le alternative prive di controlli centrali non mancano, come per esempio Mastodon al posto di Threads, X o Bluesky, e Pixelfed al posto di Instagram, ma cambiare social network significa perdere i contatti con i propri amici se non migrano anche loro, e quindi nonostante tutto si finisce per restare dove si è, turandosi il naso. Fino al momento in cui non si sopporta più: il 20 gennaio, per esempio, è la data prevista per #Xodus, l’uscita in massa da X da parte di politici, organizzazioni ambientaliste, giornalisti* e utenti di ogni genere.

* La Federazione Europea dei Giornalisti (European Federation of Journalists, EFJ), la più grande organizzazione di giornalisti in Europa, che rappresenta oltre 295.000 giornalisti, ha annunciato che non pubblicherà più nulla su X dal 20 gennaio 2025: “Come molte testate europee (The Guardian, Dagens Nyheter, La Vanguardia, Ouest-France, Sud-Ouest, ecc.) and e organizzazioni di giornalisti, come l’Associazione dei Giornalisti Tedeschi (DJV), la EFJ ritiene di non poter più partecipare eticamente a un social network che è stato trasformato dal suo proprietario in una macchina di disinformazione e propaganda.”

Funzionerà? Lo vedremo molto presto.

Aggiornamento (2025/01/20)

Il quotidiano francese Le Monde ha annunciato di aver interrotto la condivisione dei propri contenuti su X, dove ha 11,1 milioni di follower.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/01/13

Di questa puntata, andata in onda in diretta il 13 gennaio dalle 9 alle 10 come consueto, non è disponibile la registrazione. Questi sono i suoi temi:

  • Anniversario del debutto a fumetti del personaggio di Topolino (Mickey Mouse) nel 1933, nel Mickey Mouse Magazine.
  • Character.ai, un sito che propone conversazioni con personaggi virtuali generati dall’intelligenza artificiale, è accusato negli Stati Uniti di aver incoraggiato un minore a suicidarsi e di aver suggerito a un altro minore di uccidere i propri genitori (CBS News), mentre nel Regno Unito suscita scalpore e indignazione la scoperta che include fra i propri personaggi dei minori realmente esistiti che si sono tolti la vita o sono stati uccisi (BBC News).
  • Come indagare sull’attendibilità di un sito, in questo caso Kidscasting.com, che sembra occuparsi di trovare lavoro nel mondo del cinema e della TV per attori bambini (https://www.instagram.com/kidscastingcom).
  • Le case londinesi che sono in realtà soltanto facciate finte: stanno a Bayswater, sono state “create” dalla costruzione della metropolitana a cielo aperto a metà dell’Ottocento, e sono state usate in alcune scene della serie TV Sherlock.
  • Per la AI-intervista impossibile, Emile Zola e il suo celebre “J’accuse”.

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/01/07

È andata in onda stamattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Sono un pezzo da museo e felice di esserlo: intervista per “Archeologia Informatica”

Gli amici di Archeologia Informatica (Retrocampus.com) mi hanno dedicato questa bella chiacchierata di retrocomputing in cui ho caoticamente ripercorso alcune delle tappe forse poco note della mia storia informatica.

Notevoli e graditissimi gli inserti video che illustrano le cose di cui parliamo, dai fogliettini di bianchetto per le macchine per scrivere al Commodore PET passando per WordStar, CICS/MVS, l’autoscrittura di software per impaginare e per fare backup predittivo, desktop publishing con WordPerfect 5.1 e Ventura Publisher per GEM, le BBS l’arrivo di Internet… e tanto altro. Buona visione!

Un paio di correzioni al volo (scusate, andavo a memoria e per alcuni episodi sono passati più di quarant’anni):

  • il mainframe IBM sul quale ho mosso i primi passi era un 43xx, diversamente da quello che dico nell’intervista
  • il software che scrissi per generare pagine “camera ready” per i libri non era per la stampante ad aghi ma era per la stampante laser GQ-3500 della Epson (non-Postscript), che fu poi sostituita dalla Apple LaserWriter che cito, e il libro impaginato con questa tecnica rocambolesca era effettivamente Modelli matematici e simulazione (1988) del Gruppo Editoriale Jackson.
Link al video su YouTube

Occhio agli impostori che fingono di essere me su X/Twitter

Ringrazio i tanti che mi hanno segnalato che qualcuno ha avuto la brillante idea di creare account falsi su X/Twitter spacciandosi seriamente per me, scimmiottando il mio modo di scrivere e rubandomi anche la grafica. Ho segnalato a X/Twitter questi account, e il primo che ho segnalato risulta ora azzerato. Prima era così:

Ora è così:

Ricordo a tutti che ho un solo account ufficiale su X/Twitter: è quello storico, aperto nel 2007, che ha 400.000 follower e oggi si chiama @attivissimo_me. Lo tengo solo come segnaposto e per poter segnalare gli impostori. Tutti gli altri, con qualunque altro nome, sono account falsi. L‘autenticazione è nella pagina Contatti di questo sito.

Non regalate loro pubblicità o attenzioni citandoli o commentandoli pubblicamente o interagendo con loro: segnalateli a X/Twitter e basta. Grazie!

Intelligenza artificiale usata bene: bot etichetta le immagini Mastodon con testo ALT per ipo e non vedenti

L’attuale IA fallisce in molti compiti, ma nel riconoscimento delle immagini se la cava egregiamente. Perché non usarla per rendere Internet più accessibile a tutti, per esempio facendole scrivere automaticamente le descrizioni delle immagini sui social network?

Su Mastodon c’è @altbot@fuzzies.wtf, un bot che fa esattamente questo. È sufficiente seguirlo: fatto questo, se pubblicate un post con un’immagine per la quale non avete già scritto voi un testo alternativo per ipo e non vedenti, il bot passa l’immagine all’IA Gemini, che restituisce in una manciata di secondi una descrizione dell’immagine, che potete includere nel post editandolo.

Per esempio, stamattina ho postato il consueto Gatto Del Giorno anche su Mastodon, come al solito:

Non ho scritto intenzionalmente un testo ALT, e Altbot ha risposto così in una manciata di secondi:

@ildisinformatico Ecco una descrizione alternativa del testo per una persona che non può vedere l’immagine:

Primo piano di un gatto sdraiato sulla schiena, con il viso rivolto verso l’alto. Il gatto ha un manto grigio e marrone chiaro con chiazze più scure, e occhi azzurri intensi. I suoi baffi sono ben visibili. Parte del corpo del gatto è visibile, mostrando la sua pelliccia morbida e chiara.

Fornito da @altbot, generato utilizzando Gemini.

Niente male.

Podcast RSI – Google Maps diventa meno ficcanaso

Questo è il testo della puntata del 23 dicembre 2024 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il podcast riprenderà il 13 gennaio 2025.


Se avete ricevuto una strana mail che sembra provenire da Google e che parla di “spostamenti” e “cronologia delle posizioni” ma non avete idea di cosa voglia dire, siete nel posto giusto per levarvi il dubbio e capire se e quanto siete stati pedinati meticolosamente da Google per anni: siete nella puntata del 23 dicembre 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica, e dedicato in questo caso agli importanti cambiamenti della popolarissima app Google Maps. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Se siete fra i tantissimi utenti che hanno installato e usano Google Maps sullo smartphone, forse non vi siete mai accorti che questa utilissima app non vi dice soltanto dove siete e dove si trovano i punti di interesse intorno a voi, ma si ricorda ogni vostro spostamento sin da quando l’avete installata, anche quando le app di Google non sono in uso. In altre parole, Google sa dove siete stati, minuto per minuto, giorno per giorno, e lo sa molto spesso per anni di fila.

Infatti se andate nell’app e toccate l’icona del vostro profilo, compare un menu che include la voce Spostamenti. Toccando questa voce di menu compare un calendario con una dettagliatissima cronologia di tutti i vostri spostamenti, che include gli orari di partenza e di arrivo e anche il mezzo di trasporto che avete usato: bici, auto, nave, treno, aereo, piedi.

Google infatti usa i sensori del telefono per dedurre la vostra posizione: non solo il tradizionale GPS, che funziona solo all’aperto, ma anche il Wi-Fi e il Bluetooth, che permettono il tracciamento della posizione anche al coperto. Anche se non vi collegate a una rete Wi-Fi mentre siete in giro, Google Maps fa una scansione continua delle reti Wi-Fi presenti nelle vicinanze e confronta i loro nomi con una immensa mappa digitale, costantemente aggiornata, delle reti Wi-Fi in tutto il mondo. Se trova una corrispondenza, deduce che siete vicini a quella rete e quindi sa dove vi trovate, anche al chiuso.

Moltissime persone non sono a conoscenza di questo tracciamento di massa fatto da Google. Quando vado nelle scuole a presentare agli studenti le questioni di sicurezza e privacy informatica, mostrare a uno specifico studente la sua cronologia degli spostamenti archiviata da Google per anni è una delle dimostrazioni più efficaci e convincenti della necessità di chiedersi sempre quali dati vengono raccolti su di noi e come vengono usati. Sposta immediatamente la conversazione dal tipico “Eh, ma quante paranoie” a un più concreto “Come faccio a spegnerla?”

Disattivare il GPS non basta, perché Maps usa appunto anche il Wi-Fi per localizzare il telefono e quindi il suo utente. Bisognerebbe disattivare anche Wi-Fi e Bluetooth, ma a quel punto lo smartphone non sarebbe più uno smartphone, perché perderebbe tutti i servizi basati sulla localizzazione, dal navigatore alla ricerca del ristorante o Bancomat più vicino, e qualsiasi dispositivo Bluetooth, come cuffie, auricolari o smartwatch, cesserebbe di comunicare. Si potrebbe disabilitare GPS, Bluetooth e Wi-Fi solo per Maps, andando nei permessi dell’app, ma è complicato e molti utenti non sanno come fare e quindi rischiano di disabilitare troppi servizi e trovarsi con un telefono che non funziona più correttamente.

Maps permette di cancellare questa cronologia, per un giorno specifico oppure integralmente, ma anche in questo caso viene il dubbio: e se un domani ci servisse sapere dove eravamo in un certo giorno a una certa ora? Per esempio per catalogare le foto delle vacanze oppure per dimostrare a un partner sospettoso dove ci trovavamo e a che ora siamo partiti e arrivati? Non ridete: ci sono persone che lo fanno. Lo so perché le incontro per lavoro. Ma questa è un’altra storia.

Insomma, sbarazzarsi di questo Grande Fratello non è facile. Ma ora è arrivata una soluzione alternativa, ed è questo il motivo della mail di Google.


Il titolo della mail firmata Google, nella versione italiana, è “Vuoi conservare i tuoi Spostamenti? Decidi entro il giorno 18 maggio 2025”, e il messaggio di solito arriva effettivamente da Google, anche se è probabile che i soliti sciacalli e truffatori della Rete invieranno mail false molto simili per cercare di ingannare gli utenti, per cui conviene comunque evitare di cliccare sui link presenti nella mail di avviso e andare direttamente alle pagine di Google dedicate a questo cambiamento; le trovate indicate su Attivissimo.me.

La prima buona notizia è che se siete sicuri di non voler conservare questa cronologia dei vostri spostamenti, è sufficiente non fare nulla: i dati e le impostazioni degli Spostamenti verranno disattivati automaticamente dopo il 18 maggio 2025 e Google smetterà di tracciarvi, perlomeno in questo modo.

Se invece volete conservare in tutto o in parte questa cronologia, dovete agire, e qui le cose si fanno complicate. Il grosso cambiamento, infatti, è che i dati della cronologia degli spostamenti non verranno più salvati sui server di Google ma verranno registrati localmente sul vostro telefono, in maniera molto meno invadente rispetto alla situazione attuale.

Per contro, Google avvisa che dopo il 18 maggio, se non rinunciate alla cronologia, i dati sui vostri spostamenti verranno raccolti da tutti i dispositivi che avete associato al vostro account Google, quindi non solo dal vostro telefono ma anche da eventuali tablet o computer o altri smartphone, e verranno raccolti anche se avevate disattivato la registrazione degli spostamenti su questi altri dispositivi.

Un’altra novità importante è che la cronologia degli spostamenti non sarà più disponibile nei browser Web, ma sarà accessibile soltanto tramite l’app Google Maps e soltanto sul telefono o altro dispositivo sul quale avete scelto di salvare la copia locale della cronologia.

La procedura di cambiamento di queste impostazioni di Google Maps è semplice e veloce ed è usabile anche subito, senza aspettare maggio del 2025. Con pochi clic si scelgono le preferenze desiderate e non ci si deve pensare più. Se si cambia idea in futuro, si possono sempre cambiare le proprie scelte andando a myactivity.google.com/activitycontrols oppure entrare nell’app Google Maps e scegliere il menu Spostamenti. I dati scaricati localmente, fra l’altro, occupano pochissimo spazio: la mia cronologia degli spostamenti, che copre anni di viaggi, occupa in tutto meno di tre megabyte.

Resta un ultimo problema: se i dati della cronologia degli spostamenti vi servono e d’ora in poi verranno salvati localmente sul vostro telefono, come farete quando avrete bisogno di cambiare smartphone? Semplice: Google offre la possibilità di fare un backup automatico dei dati, che viene salvato sui server di Google e può essere quindi importato quando si cambia telefono.

Ma allora siamo tornati al punto di partenza e i dati della cronologia restano comunque a disposizione di Google? No, perché il backup è protetto dalla crittografia e Google non può leggerne il contenuto, come descritto nelle istruzioni di backup fornite dall’azienda.


Resta solo da capire cosa fa esattamente Google con i dati di localizzazione di milioni di utenti. Sul versante positivo, questi dati permettono di offrire vari servizi di emergenza, per esempio comunicando ai soccorritori dove vi trovate. Se andate a correre e usate lo smartphone o smartwatch per misurare le vostre prestazioni, la localizzazione permette di tracciare il vostro chilometraggio. Se cercate informazioni meteo o sul traffico, la localizzazione consente di darvi più rapidamente i risultati che riguardano la zona dove vi trovate. Se smarrite il vostro telefono, questi dati permettono di trovarlo più facilmente. E se qualcuno accede al vostro account senza il vostro permesso, probabilmente lo fa da un luogo diverso da quelli che frequentate abitualmente, e quindi Google può insospettirsi e segnalarvi la situazione anomala.

Sul versante meno positivo, le informazioni di localizzazione permettono a Google di mostrarvi annunci più pertinenti, per esempio i negozi di scarpe nella vostra zona se avete cercato informazioni sulle scarpe in Google. In dettaglio, Google usa non solo i dati di posizione, ma anche l’indirizzo IP, le attività precedenti, l’indirizzo di casa e di lavoro che avete memorizzato nel vostro account Google, il fuso orario del browser, i contenuti e la lingua della pagina visitata, il tipo di browser e altro ancora. Tutti questi dati sono disattivabili, ma la procedura è particolarmente complessa.

Non stupitevi, insomma, se il vostro smartphone a volte vi offre informazioni o annunci così inquietantemente azzeccati e pertinenti da farvi sospettare che il telefono ascolti le vostre conversazioni. Google non lo fa, anche perché con tutti questi dati di contorno non gli servirebbe a nulla farlo. E se proprio non volete essere tracciati per qualunque motivo, c’è sempre l’opzione semplice e pratica di lasciare il telefono a casa o portarlo con sé spento.

Usare Google senza esserne usati è insomma possibile, ma servono utenti informati e motivati, non cliccatori passivi. Se sono riuscito a darvi le informazioni giuste per decidere e per motivarvi, questo podcast ha raggiunto il suo scopo. E adesso vado subito anch’io a salvare la mia cronologia degli spostamenti.

Sci-Fi Universe, 18-19 gennaio 2025: scienza e fantascienza insieme per divertimento e conoscenza, con Luca Perri, Tony Amendola e tanti altri ospiti

Dopo il successo e il divertimento dell’edizione sperimentale di gennaio scorso, torna Sci-Fi Universe (per gli amici “la Sciallacon”), un weekend di conferenze di scienza e fantascienza, con ospiti come Luca Perri e Tony Amendola (Stargate), osservazioni astronomiche e solari (meteo permettendo) e workshop dedicati a fotografia, doppiaggio, podcasting, realtà virtuale e tanto altro ancora.

L’evento è organizzato dallo Stargate Fanclub Italia e io ho il piacere di esserne co-organizzatore, co-conduttore e docente di alcuni workshop e conferenze (per questa edizione, mi occuperò di podcasting e multiverso scientifico e fantascientifico).

Il raduno si tiene al Parc Hotel di Peschiera del Garda (con piscina, palestra, spa e spazi di gioco e intrattenimento per tutta la famiglia), il 18 e 19 gennaio 2025, con un prequel a sorpresa per chi arriva già di venerdì durante l’allestimento. Inoltre durante la convention ci sarà il compleanno della Dama del Maniero, per cui faremo anche un festeggiamento speciale per lei, con alcune cose mai viste e irripetibili.

L’ingresso standard costa 35 euro e vale per entrambi i giorni; ragazzi e ragazze dai 12 ai 17 anni e portatori di handicap entrano con 15 euro; chi ha meno di 11 anni o accompagna portatori di handicap entra gratis.

Se siete interessati a partecipare, la scheda d’iscrizione è qui e il programma completo è qui. Consiglio di non rinviare la prenotazione, perché i posti disponibili sono quasi esauriti. Le ultime notizie e le chicche della SFU vengono pubblicate non solo sul sito dell’evento (scifiuniverse.it) ma anche sui social network: Facebook, X/Twitter, YouTube, Instagram, TikTok e Mastodon.

Questi i club e le associazioni presenti: Stargate Fanclub Italia, Deep Space One, Moonbase ’99, S.T.E.I. Stazione Eco-Interstellare, Star Trek Torino, CICAP, ASIMOF, Doctor Who Italian Fan Club, Starfleet Section 31 Italy Department, Steampunk Nord-Est. Il media partner è FantascientifiCast.

Ospiti e relatori: l’attore Tony Amendola, l’astrofisico Luca Perri, il fisico e astrofisico Simone Jovenitti, l’esperto musicale Claudio Sonego, il traduttore e interprete specializzato in videogiochi Samuele Voltan, la docente di inglese Aurora Fumagalli (laureata in Lettere Moderne con tesi triennale su Star Trek), il giornalista e saggista Cesare Cioni, la consulente editoriale e traduttrice Chiara Codecà, l’ingegnere Dario Kubler (esperto di costruzione di componenti satellitari e di modelli spaziali ultrafedeli).

Workshop ed experience: Meet & Greet con Tony Amendola (che parla italiano), Stampa 3D a cura di GEALab.net, osservazione del Sole in sicurezza con gli esperti di Physical.pub, scrittura con Ida Daneri (docente di scrittura creativa), fotografia per smartphone con Andrea Tedeschi, podcasting con il sottoscritto, doppiaggio con Luca Gatta, scherma con spade laser a cura di GLSabers e Tortellino Laser ASD, prova della realtà virtuale, volo spaziale con Davide Formenti, ginnastica Klingon con Elena Albertini, e altro ancora.

Ci vediamo lì!

“Carrying the Fire”, come sono andate le vendite?

È tempo di chiusure e rendiconti di fine anno, e l’editore Cartabianca Publishing mi ha mandato i dati delle vendite e i dettagli dei costi del progetto Carrying the Fire al quale tanti di voi hanno partecipato: in 12 mesi sono state vendute 1282 copie (919 cartacee e 363 digitali). Merito in gran parte del crowdfunding che avevamo avviato per far partire questa traduzione sofferta ma molto appagante.

Questi sono alcuni grafici con altri dettagli:

Nel frattempo è quasi terminata la traduzione di Never Panic Early, l’autobiografia di Fred Haise di Apollo 13. A questo proposito, l’editore mi ha chiesto di cercare di entrare in contatto con il commentatore Claudio che il 9 ottobre scorso ha scritto il suo suggerimento per il titolo nei commenti di questo blog. Claudio, se leggi questo post, l’editore vorrebbe citarti nel libro con nome e cognome, se ti fa piacere, e ovviamente farti avere una copia del libro.

Niente Panico RSI – Puntata del 2024/12/16

Lunedì mattina è andata in onda una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile sul sito della RSI e nell’embed qui sotto; la raccolta completa delle puntate è presso attivissimo.me/np.

L’Instagram della settimana è @focusart80, artista digitale che usa l’intelligenza artificiale e altre tecniche di elaborazione delle immagini per creare persone e scenari surreali. Abbiamo parlato di concerti in realtà virtuale, da Travis Scott ad Ariana Grande, di unboxing e di fare soldi con Twitch. La AI-intervista ha avuto come ospite (ovviamente sintetico) Vasilij Kandinskij.

Questa è l’ultima puntata di Niente Panico per il 2024; il programma tornerà il 7 gennaio prossimo, per una sola volta di martedì, e poi riprenderà il suo orario abituale del lunedì alle 9 su Rete Tre.

Podcast RSI – Le ginnaste mostruose di OpenAI rivelano i trucchi delle IA

Questo è il testo della puntata del 16 dicembre 2024 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS.


Il 9 dicembre scorso OpenAI, l’azienda che ha creato ChatGPT, ha rilasciato al pubblico Sora, un generatore di video basato sull’intelligenza artificiale, che era stato presentato a febbraio senza però renderlo pubblicamente disponibile. Con Sora, si descrive a parole la scena che si desidera, e il software produce il video corrispondente, in alta definizione.

Gli spezzoni dimostrativi sono straordinariamente realistici, e Sora a prima vista sembra essere un altro prodotto vincente e rivoluzionario di OpenAI, ma il giorno dopo il suo debutto ha iniziato a circolare in modo virale sui social network [Bluesky; X] un video, realizzato con Sora da un utente, che è così profondamente sbagliato e grottesco che diventa comico. Per qualche strano motivo, Sora sa generare di tutto, dai cani che corrono e nuotano alle persone che ascoltano musica ai paesaggi tridimensionali, ma è totalmente incapace di generare un video di una ginnasta che fa esercizi a corpo libero.

here's a Sora generated video of gymnastics

[image or embed]

— Peter Labuza (@labuzamovies.bsky.social) 11 dicembre 2024 alle ore 18:35

Il video diventato virale mostra appunto quella che dovrebbe essere una atleta che compie una serie di movimenti ginnici ma invece diventa una sorta di frenetica ameba fluttuante dal cui corpo spuntano continuamente arti a caso e le cui braccia diventano gambe e viceversa; dopo qualche secondo la testa le si stacca dal corpo e poi si ricongiunge. E non è l’unico video del suo genere.

Un risultato decisamente imbarazzante per OpenAI, ben diverso dai video dimostrativi così curati presentati dall’azienda. Un risultato che rivela una delle debolezze fondamentali delle intelligenze artificiali generative attuali e mette in luce il “trucco” sorprendentemente semplice usato da questi software per sembrare intelligenti.

Questa è la storia di quel trucco, da conoscere per capire i limiti dell’intelligenza artificiale ed evitare di adoperarla in modo sbagliato e pagare abbonamenti costosi ma potenzialmente inutili.

Benvenuti alla puntata del 16 dicembre 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Dieci mesi dopo il suo annuncio iniziale, OpenAI ha reso disponibile al pubblico il generatore di video Sora basato sull’intelligenza artificiale. Dandogli una descrizione, o prompt, Sora produce un video che può durare fino a venti secondi e rispecchia fedelmente la descrizione fornita.

Sora è la naturale evoluzione delle intelligenze artificiali generative: nel giro di pochi anni, dalla semplice produzione di testi siamo passati alla generazione di immagini, ormai diventate fotorealistiche, sempre partendo da un prompt testuale, e ora arrivano i video generati.

OpenAI non è l’unica azienda che ha presentato intelligenze artificiali che generano video: lo hanno già fatto Google, Runway, Kling e Minimax, giusto per fare qualche nome. Ma Sora sembrava essere molto superiore alla concorrenza, perlomeno fino al momento in cui ha iniziato a circolare il video della ginnasta ameboide.

Va detto che tutti i prodotti attuali di generazione di video hanno gli stessi problemi: spesso producono videoclip mostruosi e deformi, e tocca generarne tanti per ottenerne uno buono. Ma come mai il prodotto di punta di un’azienda leader nel settore fallisce miseramente proprio con la ginnastica artistica?

Per capirlo bisogna ragionare sul modo in cui lavorano le intelligenze artificiali: vengono addestrate fornendo loro un numero enorme di testi, foto o video di esempio di vario genere. Le foto e i video vengono accompagnati da una dettagliata descrizione testuale, una sorta di etichettatura. In questa fase di addestramento, l’intelligenza artificiale crea delle associazioni statistiche fra le parole e le immagini. Quando poi le viene chiesto di creare un testo, un’immagine o un video, attinge a questo vastissimo catalogo di associazioni e lo usa per il suo trucco fondamentale: calcolare il dato successivo più probabile.

Nel caso della generazione di testi, l’intelligenza artificiale inizia a scegliere una prima parola o sequenza di parole, basata sulla descrizione iniziale, e poi non fa altro che mettere in fila le parole statisticamente più probabili per costruire i propri testi. Nelle risposte di ChatGPT, per capirci, non c’è nessuna cognizione o intelligenza: quello che scrive è in sostanza la sequenza di parole più probabile. Sto semplificando, ma il trucco di base è davvero questo.

Lo ha detto chiaramente Sam Altman, il CEO di OpenAI, in una dichiarazione resa davanti a un comitato del Senato statunitense nel 2023:

La generazione attuale di modelli di intelligenza artificiale – dice – è costituita da sistemi di predizione statistica su vasta scala: quando un modello riceve la richiesta di una persona, cerca di prevedere una risposta probabile. Questi modelli operano in maniera simile al completamento automatico sugli smartphone […] ma a una scala molto più ampia e complessa […] – dice sempre Altman – Gli strumenti di intelligenza artificiale sono inoltre in grado di imparare i rapporti statistici fra immagini e descrizioni testuale e di generare nuove immagini basate su input in linguaggio naturale.

[fonte, pag. 2]

In altre parole, ChatGPT sembra intelligente perché prevede le parole o frasi più probabili dopo quelle immesse dall’utente. Nel caso dei video, un’intelligenza artificiale calcola l’aspetto più probabile del fotogramma successivo a quello corrente, basandosi sull’immenso repertorio di video che ha acquisito durante l’addestramento. Tutto qui. Non sa nulla di ombre o forme o di come si muovono gli oggetti o le persone (o, in questo caso, gli arti delle ginnaste): sta solo manipolando pixel e probabilità. Sora affina questa tecnica tenendo conto di numerosi fotogrammi alla volta, ma il principio resta quello.

Ed è per questo che va in crisi con la ginnastica.


Come spiega Beni Edwards su Ars Technica, i movimenti rapidi degli arti, tipici della ginnastica a corpo libero, rendono particolarmente difficile prevedere l’aspetto corretto del fotogramma successivo usando le tecniche attuali dell’intelligenza artificiale. E così Sora genera, in questo caso, un collage incoerente di frammenti dei video di ginnastica a corpo libero che ha acquisito durante l‘addestramento, perché non sa quale sia l’ordine giusto nel quale assemblarli. E non lo sa perché attinge a medie statistiche basate su movimenti del corpo molto differenti tra loro e calcolate su una quantità modesta di video di ginnastica a corpo libero.

Non è un problema limitato alla ginnastica artistica: in generale, se il tipo di video chiesto dall’utente è poco presente nell’insieme di dati usato per l’addestramento, l’intelligenza artificiale è costretta a inventarsi i fotogrammi, creando così movimenti mostruosi e arti supplementari che sono l’equivalente video delle cosiddette “allucinazioni” tipiche delle intelligenze artificiali che generano testo.

Sora, in questo senso, è nonostante tutto un passo avanti: alcuni generatori di video concorrenti usciti nei mesi scorsi facevano addirittura svanire le atlete a mezz’aria o le inglobavano nei tappeti o negli attrezzi, in una sorta di versione IA del terrificante morphing del robot T-1000 alla fine di Terminator 2: Il giorno del giudizio.

Questo suggerisce una possibile soluzione al problema: aumentare la quantità e la varietà di video dati in pasto all’intelligenza artificiale per addestrarla, ed etichettare con molta precisione i contenuti di quei video. Ma non è facile, perché quasi tutti i video sono soggetti al copyright. Soprattutto quelli degli eventi sportivi, e quindi non sono liberamente utilizzabili per l’addestramento.

Sora fa sorridere con i suoi video mostruosamente sbagliati in questo campo, ma non vuol dire che sia da buttare: è comunque una tappa molto importante verso la generazione di video di qualità. Se i video che avete bisogno di generare rappresentano scene comuni, come una persona che cammina o gesticola oppure un paesaggio, Sora fa piuttosto bene il proprio mestiere e consente anche di integrare oggetti o immagini preesistenti nei video generati.

Al momento, però, non è disponibile in Europa, salvo ricorrere a VPN o soluzioni analoghe, e accedere alle funzioni di generazione video costa: gli abbonati che pagano 20 dollari al mese a ChatGPT possono creare fino a 50 video al mese, in bassa qualità [480p] oppure possono crearne di meno ma a qualità maggiore. Gli abbonati Pro, che pagano ben 200 dollari al mese, possono chiedere risoluzioni maggiori e durate più lunghe dei video generati.

Se volete farvi un’idea delle attuali possibilità creative di Sora, su Vimeo trovate per esempio The Pulse Within, un corto creato interamente usando spezzoni video generati con questo software, e sul sito di Sora, Sora.com, potete sfogliare un ricco catalogo di video dimostrativi.

Siamo insomma ancora lontani dai film creati interamente con l’intelligenza artificiale, ma rispetto a quello che si poteva fare un anno fa, i progressi sono stati enormi. Ora si tratta di decidere come usare questi nuovi strumenti e le loro nuove possibilità creative.

Infatti il rapidissimo miglioramento della qualità di questi software e la loro disponibilità di massa significano anche che diventa più facile e accessibile produrre deepfake iperrealistici o, purtroppo, anche contenuti di abuso su adulti e minori. Sora ha già implementato filtri che dovrebbero impedire la generazione di questo tipo di video, e i contenuti prodotti con Sora hanno delle caratteristiche tecniche che aiutano a verificare se un video è sintetico oppure no, ma questo è un settore nel quale la gara fra chi mette paletti e chi li vuole scardinare non conosce pause. Nel frattempo, noi comuni utenti possiamo solo restare vigili e consapevoli che ormai non ci si può più fidare neppure dei video. A meno che, per ora, siano video di ginnastica artistica.

Fonti aggiuntive

Ten months after first tease, OpenAI launches Sora video generation publicly, Ars Technica

Niente Panico RSI – Puntata del 2024/12/09

Ieri alle 9 è andata in onda una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile qui oppure nell’embed qui sotto. Le puntate sono elencate presso attivissimo.me/np.

I temi della puntata

Abbiamo dedicato l’intera puntata a raccontare chicche poco conosciute e aneddoti della vita e del curriculum di Elon Musk.

Podcast RSI – Temu, quanto è insicura la sua app? L’analisi degli esperti svizzeri

Questo è il testo della puntata del 9 dicembre 2024 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS.


[CLIP: spot di Temu in italiano]

Da tempo circolano voci e dicerie allarmistiche a proposito dell’app di Temu, il popolarissimo negozio online. Ora una nuova analisi tecnica svizzera fa chiarezza: sì, in questa app ci sono delle “anomalie tecniche” che andrebbero chiarite e la prudenza è quindi raccomandata. Ma i fan dello shopping online possono stare abbastanza tranquilli, se prendono delle semplici precauzioni.

Benvenuti alla puntata del 9 dicembre 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. In questa puntata vediamo cos’è Temu, cosa è accusata di fare in dettaglio, e cosa si può fare per rimediare. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


La popolarità del negozio online cinese Temu anche in Svizzera è indiscussa: la sua app è una delle più scaricate in assoluto negli app store di Google e di Apple, e le testate nazionali [Blick] parlano di mezzo milione di pacchetti in arrivo dall’Asia ogni giorno all’aeroporto di Zurigo, spediti principalmente dai colossi cinesi dell’e-commerce come Shein e, appunto, Temu.

Prevengo subito i dubbi sulla mia pronuncia di questi nomi: ho adottato quella usata dalle rispettive aziende, che non è necessariamente quella usata comunemente [pronuncia di Shein; deriva dal nome originale del sito, che era She Inside].

Ma se si immette in Google “temu app pericolosa” emergono molte pagine Web, anche di testate autorevoli, che parlano di questa popolare app in termini piuttosto preoccupanti, con parole tipo “spyware” e “malware”. Molte di queste pagine fondano i propri allarmi su una ricerca pubblicata dalla società statunitense Grizzly Research a settembre del 2023, che dice senza tanti giri di parole che l’app del negozio online cinese Temu sarebbe uno “spyware astutamente nascosto che costituisce una minaccia di sicurezza urgente” e sarebbe anche “il pacchetto di malware e spyware più pericoloso attualmente in circolazione estesa”.

Screenshot dal sito di Grizzly Research

Parole piuttosto pesanti. Online, però, si trovano anche dichiarazioni contrarie ben più rassicuranti.

A fare chiarezza finalmente su come stiano effettivamente le cose arriva ora un’analisi tecnica redatta dall’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza NTC, un’associazione senza scopo di lucro con sede a Zugo [video; l’acronimo NTC deriva dal tedesco Nationales Testinstitut für Cybersicherheit]. Secondo questa analisi [in inglese], l’app Temu ha delle “anomalie tecniche insolite” che vanno capite per poter valutare cosa fare.

La copertina dell’analisi dell’NTC

La prima anomalia descritta dai ricercatori dell’NTC è il cosiddetto “caricamento dinamico di codice in runtime proprietario”. Traduco subito: siamo abituati a pensare alle app come dei programmi che una volta scaricati e installati non cambiano, almeno fino a che decidiamo di scaricarne una nuova versione aggiornata. L’app di Temu, invece, è capace di modificarsi da sola, senza passare dal meccanismo degli aggiornamenti da scaricare da un app store. Questo vuol dire che può eludere i controlli di sicurezza degli app store e che può scaricare delle modifiche dal sito di Temu senza alcun intervento dell’utente, e questo le consente di adattare il suo comportamento in base a condizioni specifiche, come per esempio la localizzazione. L’esempio fatto dai ricercatori è sottilmente inquietante: un’app fatta in questo modo potrebbe comportarsi in modo differente, per esempio, solo quando il telefono si trova dentro il Palazzo federale a Berna oppure in una base militare e non ci sarebbe modo di notarlo.

Questo è il significato di “caricamento dinamico di codice”, e va detto che di per sé questo comportamento dell’app di Temu non è sospetto: anche altre app funzionano in modo analogo. Quello che invece è sospetto, secondo i ricercatori dell’NTC, è che questo comportamento si appoggi a un componente software, in gergo tecnico un cosiddetto “ambiente di runtime JavaScript”, che è di tipo sconosciuto, ossia non è mai stato visto in altre app, ed è proprietario, ossia appartiene specificamente all’azienda, invece di essere un componente standard conosciuto. È strano che un’azienda dedichi risorse alla creazione di un componente che esiste già ed è liberamente utilizzabile.

La seconda anomalia documentata dal rapporto tecnico dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza è l’uso di livelli aggiuntivi di crittografia. Anche qui, in sé l’uso della crittografia per migliorare la protezione dei dati è un comportamento diffusissimo e anzi lodevole, se serve per impedire che le informazioni personali degli utenti vengano intercettate mentre viaggiano via Internet per raggiungere il sito del negozio online. Ma nell’app di Temu la crittografia viene usata anche per “identificare in modo univoco gli utenti che non hanno un account Temu”. E viene adoperata anche per un’altra cosa: per sapere se il dispositivo sul quale sta funzionando l’app è stato modificato per consentire test e analisi. Questo vuol dire che l’app potrebbe comportarsi bene quando si accorge che viene ispezionata dagli esperti e comportarsi… diversamente sugli smartphone degli utenti.

Anche queste, però, sono cose che fanno anche altre app, senza necessariamente avere secondi fini.


C’è però un altro livello aggiuntivo di crittografia che i ricercatori non sono riusciti a decifrare: un pacchettino di dati cifrati che non si sa cosa contenga e che viene mandato a Temu. E a tutto questo si aggiunge il fatto che l’app può chiedere la geolocalizzazione esatta dell’utente, non quella approssimativa, e lo può fare in vari modi.

In sé queste caratteristiche non rappresentano una prova di comportamento ostile e potrebbero essere presenti per ragioni legittime, come lo sono anche in altre app. Ma sono anche le caratteristiche tipiche che si usano per le app che fanno sorveglianza di massa nascosta, ossia sono spyware. Di fatto queste caratteristiche rendono impossibile anche per gli esperti dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza determinare se l’app Temu sia pericolosa oppure no.

Ma allora come mai i ricercatori di Grizzly Research sono stati invece così categorici? L’analisi tecnica svizzera spiega che Grizzly non è un’azienda dedicata alla sicurezza informatica, ma è una società che si occupa di investimenti finanziari e “ha un interesse economico nel far scendere le quotazioni di borsa e quindi non è neutrale”.

I ricercatori svizzeri, tuttavia, non possono scagionare completamente l’app di Temu proprio perché manca la trasparenza. Fatta come è attualmente, questa app potrebbe (e sottolineo il potrebbe) “contenere funzioni nascoste di sorveglianza che vengono attivate solo in certe condizioni (per esempio in certi luoghi o certi orari)” e non sarebbe possibile accorgersene. L’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza nota inoltre che Temu e la società che la gestisce, la PDD, sono soggette al diritto cinese, che non garantisce una protezione adeguata dei dati degli utenti dal punto di vista europeo, e aggiunge che “le agenzie governative in Cina hanno accesso facilitato ai dati personali e le aziende vengono spesso obbligate a condividere dati con queste agenzie”.

Un’app che ha tutte le caratteristiche tecniche ideali per farla diventare uno strumento di sorveglianza di massa e appartiene a un’azienda soggetta a un governo che non offre le garanzie di protezione dei dati personali alle quali siamo abituati non è un’app che rassicura particolarmente. Ma non ci sono prove di comportamenti sospetti.

Per questo i ricercatori svizzeri sono arrivati a una raccomandazione: in base a un principio di prudenza, è opportuno valutare con attenzione se installare Temu in certe circostanze, per esempio su smartphone aziendali o governativi o di individui particolarmente vulnerabili, e tutti gli utenti dovrebbero fare attenzione ai permessi richiesti ogni volta durante l’uso dell’app, per esempio la geolocalizzazione o l’uso della fotocamera, e dovrebbero tenere costantemente aggiornati i sistemi operativi dei propri dispositivi.

Tutto questo può sembrare davvero troppo complicato per l’utente comune che vuole solo fare shopping, ma per fortuna i ricercatori dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza hanno una soluzione più semplice e al tempo stesso sicura.


Se siete preoccupati per il rischio tecnicamente plausibile di essere spiati da Temu o da app analoghe, soprattutto se vivete o lavorate in ambienti sensibili, i ricercatori svizzeri propongono una scelta facile e a costo zero: invece di usare l’app di Temu, accedete al sito di Temu usando il browser del telefono o del tablet o del computer. Questo vi permette di avere maggiore controllo, riduce la superficie di attacco disponibile per eventuali abusi, e riduce drasticamente gli appigli tecnici che consentirebbero un’eventuale sorveglianza di massa.

C’è invece un altro aspetto di sicurezza, molto concreto, che emerge da altre indagini tecniche svolte su Temu e sulla sua app: il rischio di furto di account. È altamente consigliabile attivare l’autenticazione a due fattori, che Temu ha introdotto a dicembre 2023, oltre a scegliere una password robusta e complessa. Questa misura antifurto si attiva andando nelle impostazioni di sicurezza dell’app e scegliendo se si vuole ricevere un codice di verifica via SMS oppure immettere un codice generato localmente dall’app di autenticazione, quando ci si collega al sito. Temu è un po’ carente sul versante sicurezza: secondo i test di Altroconsumo, quando un utente si registra su Temu non gli viene chiesto di scegliere una password sicura e robusta. Gli sperimentatori hanno immesso come password “1234” e Temu l’ha accettata senza batter ciglio.

Questa è insomma la situazione: nessuna prova, molti sospetti, un’architettura che si presterebbe molto bene ad abusi, e una dipendenza da leggi inadeguate ai nostri standard di riservatezza. Ma la soluzione c’è: usare un browser al posto dell’app. Gli esperti dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza non hanno invece soluzioni per un altro problema dei negozi online: la scarsissima qualità, e in alcuni casi la pericolosità, dei prodotti offerti. Giocattoli con pezzi piccoli che potrebbero portare al soffocamento, assenza di istruzioni in italiano, mancanza delle omologazioni di sicurezza previste dalle leggi, assenza di elenco degli ingredienti dei cosmetici e imballaggi difficilissimi da smaltire sono fra i problemi più frequentemente segnalati.

Forse questo, più di ogni dubbio sulla sicurezza informatica, è un buon motivo per diffidare di questi negozi online a prezzi stracciati.

Fonti aggiuntive

Comunicato stampa dell’Istituto Nazionale di test per la cibersicurezza NTC (in italiano), 5 dicembre 2024

Un istituto di prova indipendente aumenta la sicurezza informatica nazionale in Svizzera, M-Q.ch (2022)

Temu da… temere – Puntata di Patti Chiari del 18 ottobre 2024

People only just learning correct way to pronounce Shein – it’s not what you think, Manchester Evening News, 2024

Temu è uno spyware? Cosa c’è di vero nelle ipotesi di Grizzly Research – Agenda Digitale (2023)

Niente Panico RSI – Puntata del 2024/12/02

Con colpevole ritardo pubblico qui la registrazione scaricabile della puntata di lunedì scorso di Niente Panico, il programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto. La raccolta completa delle puntate è presso attivissimo.me/np.

I temi della puntata

L’account Instagram della settimana: @benzank e le sue foto surreali.


La bufala della settimana: Elon Musk trova sull’autobus una bambina che si era persa, la ricongiunge con la madre e regala alle due una casa. Un caso di fake news fabbricato usando l’intelligenza artificiale per guadagnare clic e denaro (tratto da Snopes.com).


Una donna poco conosciuta ma di cui tutti conosciamo le opere: Cos’hanno in comune September degli Earth, Wind & Fire e la sigla di Friends? La paroliera, Allee Willis.


L’intervista (stavolta non generata con l’IA): due parole con il creatore e studioso di cerchi nel grano, Francesco Grassi.

Siete soci dello Star Trek Italian Club come me? Allora leggete subito l’ultimo verbale

Ultimo aggiornamento: 2024/12/18.

Da anni sono socio dello Star Trek Italian Club “Alberto Lisiero”, club storico per gli appassionati di Star Trek italofoni. Ho letto il verbale della riunione del Consiglio Direttivo del 20 luglio scorso, pubblicato sulla rivista del club, e ho notato un paragrafo che tocca tutti noi soci in termini di soldi. Tanti soldi. Nella rivista del club il paragrafo in questione è a pagina 35, in fondo alla colonna centrale. Leggetelo attentamente.

Se, come me, siete soci di questo club, credo che quel paragrafo debba essere portato a conoscenza di tutti i soci, e quindi pubblico questo post per segnalarlo nel modo più ampio che ho a disposizione, perché penso che molti iscritti allo STIC-AL non ne siano al corrente.

Francamente non ho mai visto una cosa simile.

Se vi siete chiesti come mai non sono più presente ai raduni dello Star Trek Italian Club, questo è uno dei motivi. Quella che era nata come una collaborazione fruttuosa con un negozio specializzato nel settore è diventata man mano una sudditanza che da tempo sta soffocando la vita del club. Questa clausola capestro trasforma la sudditanza in schiavitù di fatto, e gli schiavi siamo noi soci. Che saremmo chiamati a rispondere in solido, di tasca nostra.*

* Più precisamente, chiarimenti intercorsi dopo la pubblicazione iniziale indicano che i soci sarebbero chiamati a rispondere tramite le loro quote associative e i firmatari della clausola sarebbero chiamati a rispondere per il resto dell’importo. Non a caso, uno dei membri del direttivo si è rifiutato di firmare.

Credo che sia il momento di parlarne apertamente e che i soci chiedano conto di questa clausola a chi l’ha proposta e approvata.


Nota: ho chiesto di partecipare al gruppo Facebook dei soci STIC il 15 dicembre per poter rispondere ad alcune affermazioni che mi riguardano. La mia richiesta è stata approvata e la discussione sta proseguendo lì fra i soci.


2024/12/18

Nei commenti è arrivato una risposta molto dettagliata della co-proprietaria del negozio in questione, che aggiungo a questo articolo per chiarezza e leggibilità insieme alle mie risposte.

Ciao a tutti, sono Jessica, co-proprietaria del negozio citato. Ho letto con attenzione il tuo post sul tuo blog e i relativi commenti, pur rispettando la libertà di espressione, ritengo necessario chiarire alcune affermazioni che, per come sono state presentate, rischiano di diffondere informazioni errate e creare confusione tra i soci e i lettori.
Anche se il verbale non è stato qui pubblicato, hai scelto un linguaggio che provoca emozioni negative forti, usando termini come “sudditanza”, “schiavitù” e “clausole capestro” più adatto a suscitare reazioni di pancia che un dibattito costruttivo. Questi termini rischiano di distogliere l’attenzione dai fatti e dall’analisi obiettiva della situazione e danneggiano l’immagine dello Star Trek Italian Club a cui tanto tieni e scoraggiano sia nuove iscrizioni che il ritorno di ex soci. Un tipo di comunicazione del genere ha trasformato quello che poteva essere un semplice invito a leggere il verbale in una demonizzazione pubblica del mio negozio, del direttivo e del club in generale, e i commenti derivati sul tuo blog ne sono una prova. Come insegna Star Trek, la comunicazione, le sue modalità e la comprensione reciproca sono essenziali per risolvere i conflitti in modo costruttivo.
I verbali e lo statuto sono consultabili da tutti i soci, quindi non c’è nulla di nascosto. La trasparenza è garantita non solo dalla disponibilità di questi documenti fondamentali, ma anche da una comunicazione capillare attraverso la rivista ufficiale del club. È importante sottolineare che la rivista, una volta spedita in formato cartaceo, impiega diverse settimane ad arrivare ai soci, ogni socio ha a disposizione anche il file digitale della rivista, accessibile subito dopo la pubblicazione. Tuttavia è ragionevole supporre che molti soci non informati su alcune questioni siano quelli che attendono il cartaceo, preferendo evitare il formato digitale. Resta comunque il fatto che per segnalare qualcosa ai soci dello STIC esistono canali più specifici, ottimizzati e dedicati, che non implicano il discredito pubblico al di fuori del club, dove peraltro chi non è socio non conosce i dettagli, né ha titolo per chiedere chiarimenti.
Gli accordi originali prevedevano la divisione delle perdite al 50% tra il club e il mio negozio, una clausola che avrebbe potuto gravare pesantemente sul club in caso di difficoltà economiche. Tuttavia, né io né il mio socio abbiamo mai applicato questa clausola, evitando allo STIC un rimborso di circa 27.000 euro (è la somma di più anni), perché siamo soci e per noi è importante dare il nostro contributo al club con ciò che abbiamo, proprio perché crediamo nel nostro contributo come soci. Gli accordi attuali, invece, non prevedono più alcuna clausola di ripartizione delle perdite. È stata introdotta una penale bilaterale, valida solo in caso di recesso anticipato da parte di una delle due parti, e l’accordo è limitato a cinque anni, al termine dei quali può essere rinegoziato o non rinnovato.
Hai scritto sul tuo blog e sul tuo profilo che noi soci “saremmo chiamati a rispondere in solido, di tasca nostra”, ma diversi commentatori sul tuo blog ti hanno fatto notare che l’art. 38 del codice civile ( https://www.brocardi.it/codice-civile/libro-primo/titolo-ii/capo-iii/art38.html) tutela i soci in merito a queste situazioni. Tuttavia, non hai rettificato o aggiornato il tuo post su questa questione, come invece fai di solito per altri argomenti.
L’accordo in questione non è una “clausola capestro” né implica alcuna “sudditanza”. I bilanci delle convention, che riguardano anche il mio negozio, sono consultabili da ben quattro rappresentanti dello Star Trek Italian Club. Le prenotazioni sono gestite da un rappresentante del club, mentre il comitato organizzatore è composto da quattro membri dello STIC e solo due del mio negozio. Ogni anno, inoltre, altri club esterni partecipano con diritto di voto nel comitato. Non so cosa altro dovrei fare per garantire trasparenza e correttezza al club oltre a questo. Mi sembra che tu dimentichi che, come te, io e il mio socio siamo soci appassionati e fedeli del club.
Sul tuo blog hai scritto: “Le convention si possono fare, si sono fatte e si fanno, anche senza il negozio in questione.” Pertanto, contrariamente a quanto affermano altri nei loro commenti (sul gruppo privato STIC di Facebook), l’intenzione di congedare Ultimo Avamposto esiste, almeno da parte tua, e siamo certi che non solo tua. Parlare di sostituire chi si occupa dell’organizzazione è facile, ma nella pratica non sono molti disposti a rischiare somme così elevate. Il club, di sicuro, non può farlo. Senza una squadra affiatata, pronta a investire cifre considerevoli senza alcuna garanzia di ritorno, questa affermazione resta una semplice idea che non tiene conto delle difficoltà pratiche legate all’organizzazione dell’evento.
Inoltre, la tua posizione sembra suggerire che sia normale e giusto che lo STIC organizzi eventi senza assumersi alcuna responsabilità o rischio. Senza il supporto del mio negozio, il rischio economico per organizzare una convention sarebbe ben superiore ai 30k, cifra che copre a malapena l’attore principale, senza considerare i costi di location, ospiti, allestimenti, pubblicità e altri elementi essenziali.
Se questa “sudditanza” ti infastidisce, quale alternativa proponi? Dobbiamo tutti andare alla Sci-Fi Universe? La verità è che non ci sono guadagni certi, ma solo rischi potenziali. Il Comitato Organizzatore della SFU è disposto a impegnarsi, davanti a tutti i soci, a investire oltre 100.000 euro di tasca propria per garantire una Sticcon di pari livello a quelle precedenti? Visto che sei uno degli organizzatori di quella manifestazione, attendo la tua proposta economica.
Infine, nei commenti hai scritto: “Si disse? Accordo scritto o diceria?” Questo dubbio sull’esistenza degli accordi è difficile da comprendere, considerando che gli stessi sono stati sempre discussi in modo trasparente, da sempre, con tutti i membri del direttivo coinvolti e sempre resi noti ai soci attraverso le pubblicazioni sull’ISTM. Nel gruppo apposito di Facebook è stato fornito un elenco dei numeri di Inside in cui sono stati pubblicati i verbali del direttivo, compresi quelli relativi agli accordi in questione. Sarebbe stato utile che tu avessi chiesto informazioni prima di scrivere questo tuo commento e avessi consultato questi numeri per chiarirti i dettagli.
Aggiungo che quando ci siamo scritti in privato a inizio ottobre, mi hai parlato del verbale, che avevi ottenuto in anticipo (non so come) in forma di bozza incompleta. Ti avevo detto chiaramente che non lo avevo letto perché non lo possedevo, che mi fidavo del direttivo e che, se avevi dei dubbi su qualcosa di importante, avresti dovuto cercare ulteriori informazioni da chi aveva preso quella decisione. Lo hai fatto?

Rispondo sui vari punti e aggiungo una considerazione finale:

  • “Questi termini […] danneggiano l’immagine dello Star Trek Italian Club a cui tanto tieni e scoraggiano sia nuove iscrizioni che il ritorno di ex soci”.
    Al contrario: descrivono lo STIC come un club sano, che però è a rischio di essere imbrigliato e imbavagliato da una lunga serie di decisioni (questa clausola di penale è la più clamorosa ma non l’unica) contrarie al suo statuto di servizio ai soci. Chiediamoci come mai ci sono così tanti ex soci, che collaboravano fattivamente e non ci sono più.
  • “I verbali e lo statuto sono consultabili da tutti i soci, quindi non c’è nulla di nascosto. La trasparenza è garantita non solo dalla disponibilità di questi documenti fondamentali, ma anche da una comunicazione capillare attraverso la rivista ufficiale del club.”
    Eppure molti soci sono caduti dalle nuvole su una misura che tocca davvero profondamente la vita sociale del club; non ne avrebbero saputo nulla se io non lo avessi segnalato. Ho scritto pubblicamente questo post perché mi sono accorto di questo fatto e mi sono reso conto che l’unico modo efficace per lanciare questo allarme era il mio blog. E infatti così è stato.
    Sul fatto che siano “consultabili”, il problema è che il procedimento di consultazione è talmente macchinoso (ricordo che alcuni soci da tempo chiedono estratti e non ricevono risposta) e la semplice lunghezza e quantità dei verbali rende impraticabile la consultazione. In pratica, è come se non fossero consultabili.
    Non solo: anche se fossero consultabili, trovo preoccupante che una decisione vitale come quella clausola di penale sia di fatto sepolta in mezzo a mille altre decisioni. Non basta dire “beh l’abbiamo pubblicata sulla bacheca su Alpha Centauri, se non l’avete letta il problema è vostro (semi-cit.)”. Quella decisione andava discussa con i soci, annunciata esplicitamente e messa bene in evidenza, visto che ne va della sussistenza del club.
  • “per segnalare qualcosa ai soci dello STIC esistono canali più specifici, ottimizzati e dedicati, che non implicano il discredito pubblico al di fuori del club, dove peraltro chi non è socio non conosce i dettagli, né ha titolo per chiedere chiarimenti.”
    Questi canali non funzionano. La stessa Gabriella Cordone Lisiero, nel gruppo Facebook dedicato ai soci, fa osservazioni analoghe. Del resto, tu stessa sai bene che la comunicazione di questi canali è inadeguata, perché ho scritto anche a te chiedendo lumi su questa clausola per sapere se esisteva davvero, e la tua risposta era stata eloquente (nostra conversazione su Telegram del 4 ottobre).
  • “Gli accordi originali prevedevano la divisione delle perdite al 50% tra il club e il mio negozio, una clausola che avrebbe potuto gravare pesantemente sul club in caso di difficoltà economiche.”
    Ecco, a proposito di trasparenza e difficoltà di comunicazione, da anni sento parlare di questi accordi ma non ho mai trovato nessuno che mi sapesse dire dove fossero stati verbalizzati.
  • “È stata introdotta una penale bilaterale, valida solo in caso di recesso anticipato da parte di una delle due parti, e l’accordo è limitato a cinque anni, al termine dei quali può essere rinegoziato o non rinnovato.”
    Grazie di aver reso pubblici questi dettagli: questo mi permette di entrare qui nel merito.
    La penale in questione è altissima rispetto alle risorse economiche del club: equivale a svariati anni di bilancio. Di fatto, è insostenibile, e il club non potrebbe mai ripagarla. Pertanto non costituisce alcuna garanzia per il tuo negozio. E quindi la mia definizione di “clausola capestro” non è un’iperbole ma corrisponde ai fatti.
    Le mie domande di fondo sono queste:
    1. Esattamente perché è stata introdotta questa penale?
    2. Come mai si è sentito il bisogno di introdurla adesso e non in tutti gli anni precedenti?
    3. Qual è il beneficio, per il club, di questa clausola che di fatto limita la libertà del club?
  • “non hai rettificato o aggiornato il tuo post su questa questione”.
    L’ho fatto adesso, grazie anche alle precisazioni fattemi da altre fonti e dal presidente dello STIC-AL.
  • “l’intenzione di congedare Ultimo Avamposto esiste, almeno da parte tua, e siamo certi che non solo tua”.
    Assolutamente no. La mia frase intendeva ricordare che per anni si sono fatte le convention dello STIC senza ospiti (Arona, per citarne una) e ci siamo divertiti lo stesso; anche oggi ci sono molte persone che vengono alle convention senza alcun interesse per gli ospiti.
    La mia speranza è semplicemente che si riportino i rapporti a una collaborazione alla pari, che non vincoli la vita del club come fa invece adesso (e come questa clausola vuole fare ancora di più). Il tuo negozio, che per correttezza avevo evitato di nominare, dovrebbe essere secondo me un elemento esterno al club, senza cariche all’interno del club come è invece adesso, per separare le attività commerciali da quelle sociali. Tutto qui.
    Il problema di fondo, infatti, è che il Comitato Organizzatore della Starcon (convention commerciale) e il Direttivo dello STIC (club non commerciale) sono composti sostanzialmente dalle stesse persone. Questo è un evidente conflitto di interessi, dal quale è nata la crisi attuale.
  • “Parlare di sostituire chi si occupa dell’organizzazione è facile, ma nella pratica non sono molti disposti a rischiare somme così elevate […] cifre considerevoli senza alcuna garanzia di ritorno.”
    Perdonami ma parti da un assunto economicamente sbagliato. In una gestione prudente e corretta, si investe la cifra che si ha ragionevoli speranze di poter far rientrare. Quindi si invitano gli ospiti a misura di budget, in modo che la garanzia di ritorno ci sia, invece di scegliere ospiti talmente costosi che non c’è speranza concreta di coprire le spese con l’affluenza di pubblico prevedibile. È quello che facciamo alla Sci-Fi Universe: invitiamo chi ci possiamo permettere. Per la prossima edizione (18-19 gennaio 2025, a Peschiera del Garda), avremo Tony Amendola di Stargate per la fantascienza, il CICAP e Luca Perri per la scienza, e molti altri ospiti, come Simone Jovenitti, Luca Gatta e Dario Kubler (per citarne giusto alcuni).
    Il fatto, che tu stessa citi, che nel corso degli anni si sono accumulate perdite per 27.000 euro non deve essere motivo di ostentazione di sacrifici: è sintomo di una gestione che sistematicamente fa il passo più lungo della gamba.
  • “quale alternativa proponi? Dobbiamo tutti andare alla Sci-Fi Universe? La verità è che non ci sono guadagni certi, ma solo rischi potenziali. Il Comitato Organizzatore della SFU è disposto a impegnarsi, davanti a tutti i soci, a investire oltre 100.000 euro di tasca propria per garantire una Sticcon di pari livello a quelle precedenti?”
    Voglio sperare che questa frase sia un’iperbole, perché se davvero il tuo negozio sta pensando di investire 100.000 euro per una convention in una sede che ha solo 300 posti (diciamo 600 considerando due giorni di presenze), significa che il biglietto d’ingresso dovrebbe ammontare a 170 euro a persona soltanto per chiudere in pareggio e soltanto in caso di tutto esaurito. Questo mi sembra un perfetto esempio di gestione non oculata delle risorse, scollegata dalla realtà, che diventa un danno per il club.
  • “quale alternativa proponi? Dobbiamo tutti andare alla Sci-Fi Universe?”
    Beh, perché no? Una cosa non esclude l’altra, in fin dei conti; tanti soci vanno per esempio a Lucca Comics, alla Fedcon, alla Deepcon e anche alla Starcon [per chi ci legge: Starcon è la convention organizzata dal negozio in questione]. Noi con 35 euro a testa offriamo due giorni di conferenze, workshop e ospiti, ma soprattutto tanto divertimento, perché non abbiamo esigenze commerciali a cui pensare. E chiudiamo in pareggio.
  • “Questo dubbio sull’esistenza degli accordi è difficile da comprendere, considerando che gli stessi sono stati sempre discussi in modo trasparente, da sempre, con tutti i membri del direttivo coinvolti e sempre resi noti ai soci attraverso le pubblicazioni sull’ISTM.”
    Benissimo. Allora chiedo anche pubblicamente dove si possono leggere di preciso questi accordi, perché finora nessuno è riuscito a indicarmi dove esattamente sono stati messi a verbale. Un lungo elenco di numeri della rivista interna del club non è una risposta adeguata: è un altro “sono qui nel mucchio, vatteli a cercare”. Questa non è trasparenza: è muro di gomma. I verbali sono digitalizzati? È possibile fare ricerche di testo al loro interno? Come si fa? Tutte domande alle quali si potrebbe rispondere facilmente con un “ecco, gli accordi sono pubblicati in questo numero e quest’altro, e i testi degli accordi sono i seguenti” rispettando la riservatezza. Se qualcuno me li fornisce, la questione si chiarisce una volta per tutte. Non mi sembra una richiesta irragionevole.
  • “Ti avevo detto chiaramente che non lo avevo letto perché non lo possedevo, che mi fidavo del direttivo e che, se avevi dei dubbi su qualcosa di importante, avresti dovuto cercare ulteriori informazioni da chi aveva preso quella decisione. Lo hai fatto?”
    Non c’era motivo di farlo. All’epoca, quando te ne ho scritto, era semplicemente una diceria fra le tante, ed era talmente incredibile che mi sembrava impossibile che fosse reale (da qui la mia domanda informale e incredula a te, come ben ricorderai); è diventata importante quando ho visto che era diventata realtà pubblicata e sottoscritta.
  • “Non so cosa altro dovrei fare per garantire trasparenza e correttezza al club.”
    Io avrei un suggerimento: verificare che il Direttivo faccia quello che gli chiedono i soci, che hanno espressamente votato in assemblea il 18 maggio per far partecipare (a costo zero) lo STIC alla Sci-Fi Universe. Il Direttivo ha deciso esattamente il contrario, andando completamente contro il volere dell’assemblea dei soci, con una giustificazione ridicola e imbarazzante (che è nel verbale). La cosa è stata talmente grave che i soci hanno anche avviato una petizione; anche questa è stata ignorata dal Direttivo.
    È questo che intendo per sudditanza dei soci. Da statuto, il Direttivo è tenuto a rimettersi alle decisioni prese dall’assemblea dei soci, non a ignorarle o peggio ancora fare l’esatto contrario. Sarebbe questo il modo del Direttivo attuale di fare il bene del club?

In conclusione, vorrei ricordare a tutti che lo STIC non è un giocattolo da contendersi o da possedere, per nessuno. È un club storico per la fantascienza italiana, la cui importanza è stata riconosciuta a livello nazionale e internazionale (e quindi parlarne rientra nel diritto di cronaca). Se c’è qualcuno che lo possiede, sono i suoi soci. Se lo STIC ha un’anima, risiede in Gabriella Cordone Lisiero e in nessun altro. Ogni pretesa di un singolo di controllarlo, imbavagliarlo, sottoporlo a penale, legarlo a doppio filo con accordi interminabili e insostenibili si scontra con questo fatto. E non fa il bene del club, che è l’unica cosa che conta.