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Ci ha lasciato Jim Lovell, astronauta lunare

Jim Lovell davanti al razzo Saturn V che lo stava per portare sulla Luna – o quasi – nel 1970. Foto NASA S70-34268.

James Arthur Lovell, protagonista di quattro voli spaziali, due dei quali sono entrati nella storia per la loro straordinarietà di viaggi verso la Luna, è morto a 97 anni. La notizia è stata diffusa oggi.

Jim Lovell insieme a David Bowie sul set del film L’uomo che cadde sulla Terra.

Fece parte dell’equipaggio della missione più rischiosa della NASA negli anni della corsa alla Luna, Apollo 8, la prima circumnavigazione umana della Luna, nel 1968: insieme ai suoi compagni di viaggio Frank Borman e Bill Anders, fu il primo essere umano nella storia a superare l’abisso di quattrocentomila chilometri che ci separa dal nostro satellite naturale e a vedere la faccia nascosta del nostro satellite, sorvolandola su un veicolo il cui unico motore doveva funzionare perfettamente per permettere ai tre di tornare a casa. Non c’erano motori di riserva o scialuppe o soccorsi possibili. Mentre sorvolavano quella faccia nascosta erano completamente isolati dal resto dell’umanità, perché la Luna bloccava i segnali radio. Andò tutto bene e la missione fu un trionfo. La famosa foto della Terra che si staglia sull’orizzonte della Luna fu scattata durante questo volo.

Lovell tornò a volare verso la Luna nel 1970 per un’altra missione storica: Apollo 13. Quella che, come molti ricorderanno, ebbe “un problema” diventato proverbiale. Durante l’andata verso la Luna, uno scoppio di un serbatoio vitale trasformò un volo che prevedeva che Lovell camminasse sul suolo lunare insieme a Fred Haise in una vera e propria Odissea nello spazio: tre giorni al freddo e al buio su un veicolo che non sapevano quanto fosse stato danneggiato e a corto di ossigeno, di cibo e di acqua.

Quel veicolo spaziale ferito e menomato li riportò a casa grazie alla sua progettazione robusta e grazie ai nervi saldi e alla competenza tecnica straordinaria degli uomini a bordo (il terzo era Jack Swigert) e dei tecnici sulla Terra. Il film omonimo di Ron Howard, di cui quest’anno ricorre il trentennale, è una ricostruzione piuttosto fedele (con qualche licenza narrativa) di quel “disastro di grande successo”. Grazie a Gianluca Atti potete ripercorrere la cronaca reale di quel dramma sui giornali italiani dell’epoca:

Nel film che celebra la sua missione, Jim Lovell ebbe una piccola parte: lo si vede nelle scene finali, a bordo della portaerei, in divisa, mentre stringe la mano a Tom Hanks, l’attore che lo interpreta. Il regista, Ron Howard, offrì a Lovell una divisa da ammiraglio; l’astronauta rifiutò e tirò fuori la propria vecchia divisa da capitano. Aveva lasciato la Marina degli Stati Uniti con il grado di capitano, disse, e con quel grado voleva essere immortalato. Uno stile d’altri tempi.

Dal film Apollo 13 di Ron Howard (1995).

Gli altri due voli spaziali erano stati forse meno storici ma comunque fondamentali: insieme a Borman, a bordo della Gemini 7 era rimasto in orbita intorno alla Terra per due settimane, in una cabina strettissima, per dimostrare che il corpo umano poteva funzionare nello spazio per il tempo necessario per arrivare fino alla Luna, soggiornarvi e tornare indietro. Poi era tornato a volare nello spazio con la missione Gemini 12, insieme a un certo Buzz Aldrin, al suo primo volo. Aldrin aveva effettuato ben tre “passeggiate spaziali” durante quella missione; insieme a Neil Armstrong, sarebbe stato il primo essere umano a camminare sulla Luna a luglio del 1969, con la missione Apollo 11.

Nel 1952 il giovane Jim Lovell, ventiquattrenne appena uscito dall’Accademia navale, aveva sposato Marilyn Gerlach, la ragazza che aveva conosciuto a scuola. La loro missione congiunta durò ben settant’anni, fino a quando Marilyn morì, nel 2023.

La foto che io e la Dama del Maniero abbiamo scattato con lui nel 2015 è qui accanto a me, sulla scrivania, a ricordo di un incontro indimenticabile con una persona straordinaria, che a ottantasette anni smanettava con il suo smartphone, mi parlava di Viber e sapeva tenere con il fiato sospeso una sala di cinquecento persone mentre raccontava per un’ora intera i suoi quattro voli spaziali, senza aver bisogno di PowerPoint ma usando solo i suoi appunti scritti su cartoncini e una lucidità invidiabile a qualunque età. L’avremmo ascoltato per ore.

Sì, quello che ho in mano è il catalogo fotografico originale NASA della sua missione Apollo 13. Firmato.

Vorrei ricordarlo con queste sue parole, dette al pubblico in quell’occasione, che danno la misura dell’uomo straordinario che era:

“Mi sono chiesto spesso cosa sarebbe successo se Apollo 13 avesse avuto successo; se non ci fosse stata nessuna esplosione, fossimo atterrati sulla Luna, avessimo raccolto delle rocce, pronunciato frasi dimenticabili, e poi fossimo tornati sani e salvi. Sette missioni lunari completate con successo. La storia di Apollo 13 sarebbe stata sepolta nel bidone della spazzatura della storia dello spazio. Probabilmente non sarei qui a parlarne: la stessa cosa, fatta per la terza volta.

Per anni sono rimasto molto deluso di non aver potuto atterrare sulla Luna. Era la fine della mia carriera spaziale attiva e forse di quella navale. Era quello che avevo tanto desiderato fare. Ma poi, con il passare degli anni, abbiamo scritto un libro, intitolato inizialmente “Lost Moon” [Luna perduta] e poi “Apollo 13”, e mi sono detto che se fossimo atterrati sulla Luna e fossimo tornati, la lingua inglese non avrebbe il modo di dire “Houston, abbiamo un problema”. Non avrebbe “Il fallimento non è contemplato”. E mi sono detto che [quell’incidente] aveva tirato fuori quello che la gente sa fare quando c’è una crisi.

E quindi mi sono reso conto che la cosa migliore che poteva succedere nel nostro programma spaziale, in quel momento specifico, era avere un’esplosione come questa, che ha fatto emergere tante cose e ha consentito a gente di talento di trasformare una catastrofe quasi garantita in un atterraggio sicuro.”

Abbiamo tanto bisogno di altri Jim Lovell.

Account Paypal veri che sembrano falsi, mistero di famiglia risolto

Le eredità digitali sono un gran casino. Chiunque si sia trovato a gestire un lutto in famiglia oggi si trova confrontato con una sfida in più: districarsi nei vari account social e di servizi online di chi non c’è più e difficilmente ha lasciato istruzioni dettagliate e aggiornate su cosa sono e cosa farne. Con la spedizione delle bollette via mail e le comunicazioni delle aziende che arrivano sempre più spesso via WhatsApp, c’è il rischio di trovarsi con pagamenti in sospeso, multe e sanzioni di cui non si sa nulla. Viceversa, ci possono essere soldi custoditi online, sotto forma di conti PayPal o in criptovalute, che può essere interessante recuperare.

Tutto questo è ovviamente un territorio di caccia molto fertile per i truffatori, per cui a gennaio scorso, quando ho ricevuto delle mail a prima vista provenienti da Paypal sulla casella di mail di mio padre (morto cinque anni fa), con un invito a leggere e accettare le condizioni di contratto aggiornate, ho pensato subito a un classico phishing e le ho ignorate, sapendo che mio padre non era assolutamente il tipo di persona che avrebbe aperto un conto Paypal. E se anche l’avesse fatto, ne avrebbe preso nota (rigorosamente su carta, insieme a tutte le sue password). Nessuno in famiglia ne sapeva nulla.

Ma le mail hanno continuato ad arrivare, e il mittente sembrava essere realmente Paypal, per cui mi sono incuriosito. Vi racconto questa vicenda perché potrebbe essere utile per altre persone che si trovano nella mia stessa situazione.

Ho cercato in lungo e in largo, anche con strumenti di informatica forense, nei backup e nelle immagini disco che avevo fatto dei dispositivi di mio padre, ma non ho trovato la minima menzione di un account Paypal. Non avendo la password dell’account non potevo entrare nel conto; avendo la mail, potevo farmi mandare un link di reset della password, cosa che ho fatto. Il link mi è arrivato e portava effettivamente al sito di Paypal, che accettava la richiesta di reset di un conto associato alla mail di mio padre, a conferma che l’account era reale e non si trattava di un phishing.

Ma è emerso che l’account era protetto dall’autenticazione a due fattori (2FA), per cui il link di reset richiedeva il codice numerico temporaneo che veniva mandato via SMS. Il mistero si è quindi infittito, per due ragioni: mio padre non usava mai la 2FA, nonostante le mie perenni suppliche di mettersi in sicurezza, e il numero di telefono associato all’account (che potevo vedere in parte durante la procedura di reset) era un numero fisso, quello della sua abitazione, sul quale sarebbe stato impossibile anche per lui ricevere un SMS di autenticazione. La situazione non aveva alcun senso logico.

A questo punto mi trovavo con un account Paypal confermato come reale, in apparenza intestato a mio padre, ma inaccessibile. Non era phishing, non sembrava un account creato da mio padre; quindi come altro si poteva spiegare questo stato di cose?

La mia prima ipotesi è stata che si trattasse di un account aperto fraudolentemente a suo nome. Il suo indirizzo di mail e il suo numero di telefono erano facilmente reperibili online; qualcuno potrebbe averli usati per creare un account per qualche truffa. Nel qual caso su quel conto potevano esserci dei soldi… Non miei, certo, ma comunque soldi, da restituire se possibile ai derubati.


La cosa è rimasta ferma per qualche mese, intanto che ci rimuginavo sopra e inseguivo le infinite emergenze di lavoro e di famiglia che sembrano costellare la mia vita da qualche anno (a proposito, scusate se scrivo poco su questo blog ultimamente, ma sto facendo fatica a stare a galla in termini di risorse mentali e di sonno).

Qualche giorno fa è arrivata sulla casella di mail di mio padre l’ennesima mail di Paypal che mi ricordava di accettare le condizioni di contratto aggiornate, e così ho deciso di andare a fondo della questione. Invece di chiedere il reset della password, ho tentato di entrare nell’account Paypal usando le varie password che adoperava mio padre; tentativo disperato, lo so, soprattutto se l’account era stato aperto da un truffatore, ma non mi restavano altre vie percorribili.

Dopo alcuni tentativi falliti, bingo! Non sono riuscito a entrare nell’account, ma mi è comparso l’invito a contattare Paypal per risolvere il problema di accesso. Fra i metodi di contatto c’era anche un numero di telefono, e ho provato a usarlo: spiegare a voce tutta la situazione sarebbe stato infinitamente più facile che farlo per iscritto, e avrei potuto fornire subito eventuali elementi di autenticazione.

Il numero è 800 975 345 per chi chiama dall’Italia da telefono fisso. Per chiamare da cellulare o dall’estero, il numero di Paypal è +39 06 8938 6461. Gli operatori rispondono dalle 9 alle 19.30 italiane.

Ovviamente, da informatico che documenta truffe da una vita, mi sono messo nei panni di un operatore Paypal che riceve da un numero svizzero una telefonata del tipo “Salve, sono l’erede del signor Taldeitali ma non ho la password del suo account, mi può aiutare a prenderne il controllo?” e mi sono reso conto che le probabilità di essere creduto sulla parola per telefono erano veramente esigue. Ma valeva la pena di tentare.

L’operatore che mi ha risposto, Khaled, è stato gentilissimo e molto preciso. Gli ho spiegato con calma la situazione, sottlineando che non mi interessava accedere al conto, almeno per il momento, ma volevo solo sapere se era stato aperto fraudolentemente a nome di mio padre oppure no, perché non riuscivo a immaginare mio padre come titolare di un account Paypal, oltretutto segreto.

L’operatore evidentemente aveva già gestito situazioni di questo tipo e ha individuato molto rapidamente la ragione per cui esisteva l’account Paypal. Non ci sarei mai arrivato da solo. Sì, mio padre aveva davvero un account Paypal, aperto da lui e creato il 3 settembre 2007.

Spoiler: il saldo era zero.


Ho chiesto subito all’operatore se poteva dirmi se il saldo era zero o maggiore di zero, in modo da poter decidere se valesse la pena di avviare la procedura legale di subentro. Nota tecnica: credo che sia importante essere precisi nel formulare le domande, in casi come questi, per non chiedere all’operatore dati che per regolamento o legge non può dare, per cui non ho chiesto il saldo esatto. L’operatore mi ha risposto volentieri che il saldo era appunto zero.

Ma l’operatore mi ha dato anche un’informazione che ha fatto subito quadrare tutti gli indizi: ha detto che l’account era stato aperto automaticamente quando mio padre aveva acquistato una tessera prepagata di Lottomatica. Questo è stato il mio “momento a-HA!”.

Mio padre, infatti, era un accanito giocatore del lotto, con alterne fortune. Aveva perfettamente senso che avesse acquistato una prepagata e che con l’occasione avesse dato il proprio indirizzo di mail e numero di telefono. Aveva sì un account Paypal, ma non sapeva nemmeno di averlo, tant’è che non lo aveva mai confermato per attivarlo pienamente.

E così ora non mi resta che mandare una mail a Paypal, con una copia del certificato di morte, per chiudere l’account e mettere la parola fine a un piccolo mistero di famiglia.

Morale della storia: la realtà è sempre più complessa di quello che si immagina, anche quando si è abituati a pensare che sia complessa. E a volte dietro una mail che sembra phishing c’è una situazione autentica. Questo non vuol dire che si deve abbassare la guardia: i truffatori sono sempre in agguato.

Spero che questo racconto possa essere utile a qualcuno.


Appuntamenti di agosto

19 agosto – Spotorno, Piazza Vittoria ore 21.30. Conferenza: I marziani hanno 12 mani.

Partendo dalle rappresentazioni nei film di fantascienza (dagli alieni umanoidi ad Arrival) la conferenza esplora le possibili evoluzioni degli extraterrestri. Ingresso libero.

Luglio1969: dalla Terra alla Luna (appendice)

Gli emblemi delle missioni del programma Apollo.

Abbiamo celebrato nei giorni scorsi, in una serie di post, il cinquantaseiesimo anniversario del primo sbarco umano sulla Luna, ricordando giorno per giorno quel luglio 1969 in cui avvenne la realizzazione del più antico sogno dell’uomo da parte dell’equipaggio di Apollo 11.

Altre straordinarie missioni si sono succedute dopo quella prima storica esplorazione. Dopo Armstrong e Aldrin, altri dieci uomini hanno avuto modo di vedere con i propri occhi e calpestare con i loro particolari scarponi la superficie del Satellite naturale della Terra.

I volti dei dodici uomini che nel corso del programma Apollo hanno impresso le loro orme sulla superficie lunare. Le foto a colori indicano quelli ancora viventi.

In questi ultimi anni, grazie alla casa editrice Cartabianca Publishing, sono uscite quattro importanti biografie, tradotte in italiano, di astronauti della NASA protagonisti della grande epopea spaziale lunare. Ne consigliamo la lettura.

La più grande avventura del secolo scorso: la folle, intensa e appassionante corsa alla conquista dello spazio e della Luna, il mondo a noi più vicino ma anche incredibilmente lontano, orbitando a oltre 380.000 km dalla Terra.

Chi meglio del comandante della missione Apollo 17 che ha portato gli ultimi uomini sul nostro satellite naturale nel dicembre 1972 può raccontare gli eventi di quella missione culminata nella discesa sul suolo lunare e nella guida della “Rover” che ne hanno percorso la superficie? L’astronauta Eugene Cernan, assieme al giornalista Don Davis, narra con stile discorsivo e linguaggio privo di inutili complessità la vera storia della corsa allo spazio degli Stati Uniti. Una competizione che doveva essere vinta ad ogni costo, sullo sprone delle parole del presidente Kennedy, e proseguita attraverso mille difficoltà fino al successo finale.

Tra tutte le persone che finora hanno avuto il privilegio di volare oltre i vincoli terrestri, una delle più interessanti è senza dubbio l’astronauta statunitense John W. Young, entrato a far parte della NASA nel 1962.
Da quei primi anni avventurosi, in cui lanciarsi nello spazio a bordo delle capsule Gemini era un grande rischio, per quanto calcolato, Young è passato alle celebri missioni Apollo, circumnavigando la Luna con Apollo 10 e successivamente facendo escursioni sulla sua superficie nella missione di Apollo 16, sia a piedi che con il caratteristico “Rover” lunare. In seguito la NASA decise di inaugurare lo Space Shuttle, la celeberrima navetta spaziale, senza compiere preventivamente lanci di prova senza equipaggio. E John W. Young era ai comandi di quel primo Shuttle. Negli anni successivi Young ha continuato a lavorare per la NASA, occupandosi soprattutto di sicurezza degli equipaggi. Questo libro descrive minuziosamente tutto ciò che è accaduto a terra e nello spazio durante quarant’anni di attività della NASA, narrato da uno dei protagonisti.

Nel luglio 1969, Michael Collins era il pilota il modulo di comando dell’Apollo 11, consentendo ai compagni di viaggio Neil Armstrong e Buzz Aldrin di calpestare per la prima volta la superficie di un altro corpo celeste; un evento definito “la più grande avventura dell’umanità”. In questo appassionante libro di memorie, Collins racconta – in modo personale e “senza filtri” – il dramma, la bellezza e persino l’umorismo di quell’epica missione. Ma ripercorre anche la sua carriera professionale, dalle prime esperienze di volo nell’Aeronautica militare alle vicende come pilota collaudatore, fino al coinvolgimento nel progetto Gemini e alla sua prima passeggiata spaziale con la Gemini 10 nel luglio del 1966, prologo alla successiva missione lunare che lo ha consegnato alla Storia.

Fred Haise, pilota del modulo lunare dell’Apollo 13, prima della partenza ricevette alcune lettere in cui gli si chiedeva se temesse che una missione con quel numero potesse essere sfortunata. Non essendo una persona superstiziosa, le gettò via senza pensarci due volte. Ma tre giorni dopo l’inizio della missione Apollo 13, nell’aprile del 1970, un’esplosione a bordo costrinse l’equipaggio a trasformare il modulo lunare in una scialuppa di salvataggio di fortuna per poter rientrare in sicurezza sulla Terra. E quella non sarebbe stata l’ultima volta che Haise si sarebbe trovato ad affrontare una situazione potenzialmente fatale.

Buona lettura!

Sono ancora convinto che siamo andati sulla Luna? La mia risposta standard per i complottisti

Anche stamattina è arrivata la solita mail del complottista lunare di turno.

Sei ancora convinto che siano andati sulla Luna?

La mia risposta, che potete usare liberamente se vi sembra utile:

No. “Convinto” non è la parola giusta. Tanto vale chiedermi se sono “convinto” che la gravità esiste. Esiste e basta, e o uno accetta questo fatto, oppure è libero di negarlo e dimostrare di aver ragione mettendosi a fluttuare a mezz’aria.

Non è una questione di fede, ma di accettare i fatti.

Semmai, chiediti tu una cosa: perché vuoi a tutti i costi negare un evento documentatissimo, verificato da fonti scientifiche indipendenti, confermato persino dai rivali sovietici? Come mai ci tieni così tanto?

Se vuoi levarti i dubbi, leggi il mio libro gratuito: lo trovi presso Luna1969.info. L’ho realizzato con la consulenza di numerosi esperti internazionali di esplorazione e ingegneria spaziale e di molti protagonisti diretti, anche italiani, delle missioni lunari. Ma se ritieni di saperne di più di loro, o se pensi che qualcuno che hai visto su YouTube sia più competente di loro, non leggerlo.

Credi quello che ti pare; non ho alcun desiderio o bisogno di convincerti. Il tuo rifiuto di accettare un fatto storico non cambia la realtà.

Non ho tempo per dibattiti personali su questo argomento, per cui mi perdonerai se non risponderò a ulteriori tuoi messaggi.

Cordialmente

Paolo Attivissimo

Raccontare una storia con immagini generate da IA: “Kira”, di Hashem Al-Ghaili

La qualità delle immagini e dei video generati tramite intelligenza artificiale sta aumentando molto rapidamente. I miei timidi esperimenti di due anni fa, rivisti oggi, fanno sorridere se confrontati con quello che viene pubblicato adesso: immagini fotorealistiche, non più plasticose e inespressive, in alta risoluzione, in movimento, con audio sincronizzato e labiale corretto, e persino con musiche e canzoni altrettanto generate.

Sono immagini che cominciano a rendere possibile raccontare una storia, e raccontarla con una qualità visiva che sarebbe costosissima da ottenere con le tecniche tradizionali (compresa la grafica digitale) e che invece l’uso esperto dell’IA permette di ottenere a costi abbordabili anche per un semplice appassionato. È una democratizzazione straordinaria della possibilità di esprimersi.

Considerate per esempio Kira, un corto (14 minuti) dedicato alla clonazione umana realizzato da una singola persona, Hashem Al-Ghaili (1 milione di follower su Instagram), realizzato interamente con immagini generate tramite IA e con un notevolissimo lavoro di montaggio manuale. Al-Ghaili dice di aver creato quasi 600 prompt e di averci messo dodici giorni del proprio tempo libero, spendendo 500 dollari. Il risultato è impressionante: ci vuole un occhio molto attento per notare le piccole imperfezioni tipiche di questa tecnica di creazione di immagini.

Secondo quanto riportato nei titoli di coda, i software utilizzati per la generazione delle immagini sono Whisk, Runway, Midjourney, Dreamina, Sora, Flow/Veo 3, Higgsfield e Kling.ai; le voci sono state generate usando Elevenlabs; la sincronizzazione del labiale è stata ottenuta con Flow/Veo 3, Dreamina e Heygen; la musica è stata generata tramite Suno; gli effetti sonori sono stati prodotti usando MMaudio ed Elevenlabs. I prompt sono stati ottimizzati tramite ChatGPT. Il montaggio, invece, è stato eseguito digitalmente ma a mano da Al-Ghaili.

L’IA generativa, usata in questo modo, spalanca le porte alla creatività di chi prima non avrebbe avuto i mezzi tecnici ed economici per manifestarla. Allo stesso tempo, ovviamente, riduce anche i costi delle produzioni commerciali: l’IA è stata già usata per esempio per conferire agli attori del film The Brutalist un accento ungherese nativo [Northeastern.edu; CNN], e Netflix ha dichiarato con una certa fierezza che la sua serie L’Eternauta (ispirata al celebre fumetto), prodotta in Argentina, include una scena realizzata usando immagini generate da IA: il crollo di un edificio a Buenos Aires è stato creato in questo modo, richiedendo un decimo del tempo che sarebbe stato necessario con effetti visivi fisici o digitali tradizionali (usati peraltro in grande abbondanza) e a un costo sostenibile per la produzione, che altrimenti avrebbe dovuto rinunciare alla scena.

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (nona parte)

E’ il giorno del rientro sulla Terra per i tre astronauti ormai entrati nella storia: Neil Armstrong, Edwin “Buzz” Aldrin e Michael Collins. A causa dell’arrivo del tifone “Claudia”, il punto di ammaraggio dell’Apollo 11 nell’Oceano Pacifico è stato spostato, la sera precedente, di circa 450 km; lì ci sarà ad attenderli la portaerei Hornet per il recupero dei tre astronauti e dell prezioso materiale lunare raccolto.

24 luglio, giovedì

Ore 01:04 italiane. Viene effettuata l’ultima trasmissione televisiva a colori dallo spazio, che dura dodici minuti. Durante il collegamento i tre astronauti tirano le somme sul significato del volo di Apollo 11, poi inquadrano la Terra in avvicinamento. Armstrong, Collins e Aldrin si trovano a 170.000 km dal nostro pianeta.

Il giorno del rientro di Apollo 11 sulla Terra nelle prime pagine de “La Stampa” e “Il Resto del Carlino” (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 15:30 italiane. Dopo aver riposato e consumato l’ultimo pranzo nello spazio, i tre astronauti si preparano per le ultime delicate fasi del fantastico volo.

Ore 18:21 italiane. Il modulo di comando si distacca dal modulo di servizio e compie la manovra per assumere la posizione di rientro nell’atmosfera terrestre. Il veicolo ora è capovolto, in modo da presentare in avanti la base piatta protetta dallo scudo termico.

Nella rappresentazione artistica della NASA il modulo di comando si distacca dal modulo di servizio, abbandonandolo nello spazio.

Ore 18:35 italiane. La navicella, tutto ciò che rimane dell’immensa struttura lanciata da Cape Kennedy il 16 luglio, a un’altitudine di 120 km inizia il rientro nell’atmosfera. L’ingresso nel “corridoio di rientro” deve avvenire esattamente in un dato punto, con un determinato assetto ed un preciso angolo di discesa. Giungendo con un angolo più ampio del previsto, il veicolo non resisterebbe alle intensissime forze aereodinamiche che lo contrastano e finirebbe con il disintegrarsi. Arrivando con un angolo di discesa minore, potrebbe rimbalzare sugli strati esterni dell’atmosfera e trovarsi respinto nello spazio. Ha inizio il periodo di silenzio radio, il cosiddetto “blackout”, causato dal fatto che la capsula comprime violentemente, e quindi surriscalda, l’aria davanti al proprio fondo quasi piatto; questo calore intensissimo ionizza l’atmosfera intorno al veicolo, creando una barriera per le onde radio.

Raffigurazione artistica della NASA del rientro della capsula Apollo 11 nell’atmosfera terrestre.

Ore 18:44 italiane. Terminato il silenzio radio e ripristinati i collegamenti tra il veicolo spaziale e la base a terra, si dispiegano i primi paracadute ausiliari, utili per iniziare la frenata della navicella verso l’Oceano.

Ore 18:45 italiane. Si aprono i paracadute principali.

Ore 18:50 italiane. Apollo 11 ammara nell’Oceano Pacifico, a 24 km dalla portaerei Hornet, ammiraglia delle forze di recupero. La prima missione umana con esplorazione del suolo lunare è durata complessivamente 195 ore, 18 minuti e 35 secondi.

I tre astronauti a bordo del canotto poco dopo l’ammaraggio con indosso la tuta anticontaminazione. Accanto a loro il veicolo che li ha portati nello straordinario viaggio Terra-Luna-Terra (foto AP11-S69-21698).

Ore 20:12 italiane. Armstrong, Collins e Aldrin giungono a bordo della Hornet dopo aver indossato le speciali tute d’isolamento biologico. Ad attenderli sulla portaerei c’è il Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon.

Foto AP11-S69-21365.

Per i tre astronauti di Apollo 11 ha inizio un periodo di quarantena voluta per evitare eventuali pericoli di contaminazione da parte di germi lunari. Torneranno liberi alle 04:04 dell’11 agosto 1969, lunedì.

Il giusto tributo all’impresa lunare dei tre astronauti americani di Apollo 11 sui principali quotidiani italiani (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
Le copertine e gli inserti dei settimanali Epoca e L’Europeo usciti nelle edicole nei giorni successivi al ritorno a Terra di Armstrong, Collins e Aldrin (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

(Fine)

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (ottava parte)

Prosegue tranquillo il viaggio di ritorno verso la Terra di Armstrong, Collins e Aldrin. Gli ultimi due giorni che li separano dallo “splashdown” previsto nell’Oceano Pacifico sono impiegati dai tre astronauti per compiere alcuni esperimenti riguardo l’orientamento interplanetario servendosi delle stelle, il resoconto di alcuni particolari che riguardano l’esplorazione avvenuta nel Mare della Tranquillità, richiesti dai numerosi scienziati presenti a Houston, e le ultime trasmissioni televisive programmate.

Ore 03:08 italiane. Viene riaccesa la telecamera a colori a bordo dell’Apollo per una trasmissione televisiva, la penultima nel programma di volo, della durata di diciotto minuti. Durante il collegamento vengono inquadrate la Luna, ormai alle spalle degli astronauti, e la Terra, ancora lontana a 297.000 km ma prossima a essere raggiunta.

Armstrong mostra ai telespettatori i contenitori nei quali sono racchiuse le rocce lunari raccolte durante l’escursione sul suolo selenico. “Buzz” Aldrin, inquadrato, mostra una delle bevande di bordo, sigillate in un sacchetto, e fa vedere come si spalma il paté di prosciutto sul pane in assenza di peso. Michael Collins, padrone di casa in quanto pilota del modulo di comando, dimostra come l’acqua nonostante l’assenza di gravità rimanga attaccata al cucchiaino e come si beve a bordo del veicolo spaziale.

Alcune immagini tratte dalla penultima trasmissione TV dall’Apollo 11.
Le prime pagine di alcuni quotidiani alla vigilia del rientro sulla Terra dei tre uomini dell’Apollo 11 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 17:30 italiane. All’equipaggio viene data la sveglia dal Centro di Controllo di Houston dopo aver dormito otto ore.

Ore 21:44 italiane. Apollo 11 supera la metà della distanza Terra-Luna. Tra meno di ventiquattro ore l’intero pianeta è pronto a riabbracciare i tre eroi della Luna, di nuovo a casa!

(continua)

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (settima parte)

Dopo gli straordinari avvenimenti che hanno visto quasi l’intera umanità incollata davanti ai televisori per seguire i primi passi di due uomini su un altro corpo celeste al di fuori della Terra, i tre astronauti di Apollo 11, Armstrong, Aldrin e Collins, sono di nuovo insieme, pronti a lasciare l’orbita lunare e a rimettersi in viaggio verso la “casa” Terra.

22 Luglio, martedì

Ore 01:45 italiane. Neil Armstrong e Edwin “Buzz” Aldrin, insieme con il materiale lunare raccolto, rientrano nel modulo di comando ricongiungendosi con Collins. I due hanno anticipato il rientro sul “Columbia” dopo aver segnalato una serie di vibrazioni a bordo del Lem poco dopo l’aggancio tra i due veicoli.

Ore 01:55 italiane. Terminato il suo straordinario compito, “Aquila” viene sganciata da “Columbia” e abbandonata in orbita lunare.

Il successo della prima esplorazione umana della Luna sulle prime pagine dei quotidiani e settimanali italiani (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 06:56 italiane. Dopo aver consumato un veloce pasto, dal Centro di Controllo di Houston viene dato l’ordine di lasciare l’orbita lunare. Viene acceso per circa tre minuti il motore principale (SPS) del modulo di servizio, che sottrae “Columbia” all’attrazione lunare immettendola nella traiettoria di ritorno verso la Terra.

Nella raffigurazione artistica della NASA il veicolo spaziale Apollo, lasciata la Luna, si dirige verso la Terra.

Ore 22:02 italiane. Lieve correzione di rotta necessaria per mantenere “Columbia” con il suo prezioso carico umano, nello stretto corridoio ideale, calcolato dai cosiddetti “cervelli” elettronici, che porta diritto dalla Luna fino al nostro pianeta. Secondo il programma di volo, il rientro a terra di Apollo 11 è previsto per giovedì 24 luglio.

Un ultimo sguardo alla Luna per i tre di Apollo 11 prima di riprendere la strada di casa (foto AS11-44-6667).

(continua)

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (sesta parte)

L’uomo, anzi due uomini, a bordo di uno strano e buffo ma straordinario veicolo, hanno realizzato uno dei più antichi sogni dell’umanità: arrivare sulla Luna! Ora Armstrong e Aldrin, due dei tre protagonisti della missione Apollo 11, attendono il “go” da terra per iniziare l’escursione sul suolo selenico a cui assisterà in diretta televisiva l’intero pianeta Terra.

21 luglio, domenica

Ore 00:30 italiane. Il Centro di Controllo di Houston, in Texas, autorizza Armstrong e Aldrin ad anticipare, su loro richiesta, l’uscita dal Lem per iniziare l’esplorazione lunare, prevista inizialmente dal piano di volo per le 08:17 italiane.

Lo storico allunaggio di Armstrong e Aldrin sulla Luna a bordo del Lem “Aquila” sulle prime pagine dei quotidiani italiani (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 03:53 italiane. Ha inizio la depressurizzazione interna del modulo lunare in previsione dell’apertura del portello di “Aquila” e della discesa del primo uomo che metterà piede sulla Luna.

Ore 04:39 italiane. Il comandante di Apollo 11, Neil Armstrong, comunica al Centro di Houston che il portello è stato aperto.

Ore 04:49 italiane. Armstrong inizia la discesa dalla scaletta. Tirando un anello semicircolare collegato a un cavo, sblocca e apre un vano nel modulo di discesa del Lem dove è installata una telecamera in bianco e nero, che riprenderà non solo i primi passi umani sulla Luna ma l’intera esplorazione dei due astronauti.

Ore 04:56 italiane. Il comandante di Apollo 11, scesi i nove gradini della scaletta del Lem, tocca con il piede sinistro il suolo della Luna. “E’ un piccolo passo per un uomo”, esclama, “un balzo gigantesco per l’umanità”. Aldrin riprende la scena con la cinepresa a colori installata all’interno del modulo lunare, mentre la telecamera in bianco e nero rimanda le immagini a terra, viste in diretta da milioni di telespettatori.

La discesa dalla scaletta del Lem di Armstrong ripresa dalla telecamera in bianco e nero installata in un vano nello stadio di discesa di “Aquila”.

I primi passi di Armstrong sulla superficie lunare, ripresi dalla cinepresa a colori installata all’interno del modulo lunare.

Ore 05:05 italiane. Armstrong raccoglie i primi campioni del suolo selenico nell’eventualità di una partenza improvvisa.

Armstrong raccoglie con una speciale paletta i primi campioni lunari, quelli denominati “di emergenza”, nel caso di una partenza improvvisa dalla Luna.

Ore 05:15 italiane. Fotografato da Armstrong, anche Aldrin esce dal Lem e scende sul suolo lunare. Descrive tecnicamente l’ambiente che lo circonda, aggiungendo un commento che riassume tutta la straordinarietà del luogo che stanno visitando: “Magnifica desolazione”.

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La sequenza della discesa dal Lem del secondo uomo nella storia a esplorare la Luna (foto AS11-40-5869).

Ore O5:24 italiane. Armstrong e Aldrin scoprono e leggono la targa commemorativa che rimarrà sulla Luna, montata su una delle gambe di “Aquila”, e che porta le firme dei tre astronauti di Apollo 11 e quella del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. “Qui uomini del pianeta Terra posero piede per la prima volta sulla Luna. Luglio 1969. Venimmo in pace per tutta l’umanità”.

La targa scoperta dai due astronauti a perenne memoria della straordinaria missione lunare (foto AS11-40-5899).

Ore 05:41 italiane. I due astronauti piantano sulla Luna la bandiera degli Stati Uniti. La telecamera in bianco e nero, piazzata a circa venti metri dal Lem, riprende la scena.

Ore 05:48 italiane. Il Presidente Nixon parla dalla Casa Bianca con i due astronauti. Terminata la breve conversazione, Armstrong continua la raccolta del materiale lunare sino a riempire i contenitori che ha con sé. I campioni vengono racchiusi in speciali sacchetti di plastica. Aldrin sistema i vari equipaggiamenti scientifici, denominati ALSEP, per gli esperimenti che rimarranno sul suolo lunare: comprendono un dispositivo sismografico e un riflettore laser.

Viene anche dispiegato un foglio di alluminio per la cattura di particelle solari, che però verrà ripiegato e riportato a bordo del Lem una volta terminata l’escursione. Poco prima di rientrare su “Aquila”, mentre Armstrong completa la raccolta di campioni, Aldrin estrae due “carote” di suolo selenico a una decina di centimetri di profondità.

Aldrin fotografato da Armstrong, riflesso nel visore insieme ad una porzione del Lem e ad un puntino azzurro… la nostra Terra!
La Terra fotografata dal suolo selenico dai primi esploratori lunari (AS11-40-5923).

Ore 06:57 italiane. Dopo un’ora, quarantacinque minuti e sette secondi, Aldrin rientra a bordo del modulo lunare.

Ore 07:09 italiane. Dopo due ore e undici minuti dall’inizio della prima storica esplorazione umana di un corpo celeste diverso dalla Terra, anche Armstrong rientra a bordo di “Aquila”.

Ore 07:11 italiane. Il portello del modulo lunare viene chiuso. Verrà riaperto alle 09:37 italiane per consentire ai due astronauti di gettare sul suolo lunare il materiale che non serve più: zaini, caschi, soprascarpe, guanti. Tutto questo rimarrà sulla Luna insieme alle apparecchiature scientifiche, allo stadio di discesa del Lem, alla telecamera in bianco e nero, a due macchine fotografiche, e altro ancora.

I primi due pedoni lunari lasciano ai piedi del modulo lunare anche una busta contenente degli oggetti commemorativi: l’emblema della missione Apollo 1, in onore di Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee, i tre astronauti morti nell’incendio della loro capsula sulla rampa di lancio il 27 gennaio 1967; due medaglie in ricordo dei cosmonauti sovietici Yuri Gagarin e Vladimir Komarov; un ramoscello di ulivo, realizzato in oro, e un piccolo disco di silicio che contiene i messaggi scritti da una settantina di capi di stato del mondo oltre a quello di sua santità Paolo VI. Restano su “Aquila”, e ritorneranno sulla Terra insieme ai tre astronauti, più di venti chilogrammi di campioni lunari e il foglio di alluminio per la cattura delle particelle solari.

Armstrong fotografato da Aldrin dopo il ritorno a bordo del Lem. Faccia stanca ma felice per il primo uomo a camminare sulla Luna. (foto AS11-37-5528). Sotto: “Buzz” Aldrin, pilota del modulo lunare e secondo terrestre nella storia a calcare il suolo lunare. (foto AS11-37-5331)

Le prime pagine dei quotidiani italiani arrivati nelle edicole in mattinata e nel primo pomeriggio dopo l’inizio dell’attività sul suolo lunare di Armstrong e Aldrin (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 11:52 italiane. Dopo aver risposto ad alcune domande e curiosità poste dai tecnici e dagli scienziati in collegamento dal Centro di Controllo di Houston, Armstrong e Aldrin possono finalmente rilassarsi con una buona dormita.

Ore 19:54 italiane. Addio Luna! Armstrong e Aldrin decollano dal Satellite naturale della Terra a bordo dello stadio di ascesa di “Aquila”.

Rappresentazione artistica della NASA della partenza dalla Luna della stadio superiore del Lem.

Lo stadio di ascesa di “Aquila” prossimo all’aggancio con “Columbia” e sullo sfondo la Terra, nella splendida foto scattata da Michael Collins. (foto AS11-44-6642)

Ore 23:35 italiane. “Aquila” si ricongiunge con la navicella-madre “Columbia”, rimasta in attesa in orbita lunare. I due veicoli sono a 110 km di altezza dal suolo lunare. I tre straordinari eroi di Apollo 11 sono di nuovo insieme!

(continua)

Per saperne di più

La prima storica esplorazione umana della Luna, con traduzione in italiano, nel documentario “MOONSCAPE” di Paolo Attivissimo. Moonscape – The Apollo 11 Moonwalk in HD: La versione più recente di Moonscape in italiano

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (quinta parte)

Sono trascorsi otto anni da quando il presidente John Fitzgerald Kennedy pronunciò queste parole davanti ai rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti: “Credo che questa nazione si debba impegnare a raggiungere l’obiettivo, prima che finisca questo decennio, di far atterrare un uomo sulla Luna e di farlo tornare sano e salvo sulla Terra. Nessun progetto spaziale di questo periodo sarà più impressionante per il genere umano, o più importante per l’esplorazione spaziale a lungo raggio; e nessuno sarà così difficile e dispendioso da compiere”.

Oggi, domenica 20 luglio 1969, con la missione Apollo 11, quella promessa, considerata dai più utopistica, sta diventando realtà.

20 luglio, domenica

Ore 01:22 italiane. Il comandante Neil Armstrong e il pilota del modulo lunare Edwin “Buzz” Aldrin entrano nel Lem “Aquila” per un’ulteriore ispezione.

Ore 03:17 italiane. Finita l’ispezione del modulo lunare, i due piloti rientrano nel modulo di comando “Columbia” e annunciano, in collegamento con la base di Houston, che il Lem è stato trovato in ottime condizioni.

Uno sguardo verso la Terra vista dall’orbita lunare dall’interno del modulo lunare. Al centro, in primo piano, uno dei sedici ugelli dei motori di manovra e di assetto del veicolo (foto AS11-37-5442).

Ore 04:32 italiane. Consumata la cena, i tre astronauti di Apollo 11 iniziano un periodo di riposo.

La grande attesa per il primo sbarco di un equipaggio umano sulla Luna occupa le prime pagine dei quotidiani italiani e di tutto il mondo (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 15:17 italiane. Dopo un periodo di riposo e il pranzo del giorno, Aldrin ritorna all’interno del modulo lunare, seguito quaranta minuti dopo da Armstrong. Insieme effettuano l’ultimo definitivo controllo di tutti gli strumenti del Lem. Prima di lasciare il modulo di comando “Columbia”, i due vengono aiutati da Collins nella vestizione delle tute; poi, dopo aver controllato insieme che i condotti per la pressurizzazione, i contatti radio e tutto il resto siano perfettamente a posto, anche Collins indossa lo speciale indumento spaziale.

Ore 18:00 italiane. Armstrong e Aldrin, dall’interno del Lem, con un comando automatico dispiegano le gambe di atterraggio del “ragno lunare”.

Ore 19:44 italiane. Il Lem, il cui nome in codice è diventato “Aquila” per le comunicazioni con la Terra e tra le due navicelle, si distacca dal modulo di comando “Columbia”. “Aquila ha messo le ali”, comunica Armstrong a terra. Ora i due veicoli, sulla stessa orbita, sono a circa dieci metri di distanza l’uno dall’altro. Collins, rimasto solo a bordo del “Columbia”, osserva attraverso i finestrini della navicella se le gambe di atterraggio del ragno si sono distese completamente e ne dà comunicazione ai due astronauti a bordo del Lem.

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Ore 20:12 italiane. Michael Collins, l’astronauta nato a Roma il 31 ottobre 1930, pilota del modulo di comando, accende i piccoli motori della sua nave spaziale, guidandola su un’orbita leggermente diversa a circa tre chilometri da “Aquila”.  

Ore 22:05 italiane. Giunto a 15.200 metri dalla superficie selenica, il modulo lunare “Aquila” inizia la discesa a motore, lasciando l’orbita ellittica descritta sino a quel momento e detta “orbita di trasferta” perché Armstrong e Aldrin possono servirsene per trasferire il Lem su una traiettoria diretta di discesa verso il suolo lunare.

Nel corso delle prime fasi della discesa, Armstrong e Aldrin notano che stanno oltrepassando i punti di riferimento sulla superficie lunare quattro secondi prima del previsto. “Aquila” viaggia troppo veloce e quindi essendo un po’ “lunghi” capiscono che probabilmente atterreranno alcune miglia più ad ovest rispetto al punto previsto. 

A 1.800 m sopra la superficie lunare, il computer di navigazione e di guida del modulo lunare richiama l’attenzione dei due uomini a bordo con una serie di allarmi con codice 1202 e 1201, che indicano che il computer di guida si sta sovraccaricando.

Dal Centro di Controllo di Houston i tecnici che seguono il volo, dopo un rapido consulto, tranquillizzano gli astronauti: potete continuare la discesa. Durante l’ultimo tratto Armstrong, guardando dai finestrini, si accorge che il luogo dell’atterraggio indicato dal computer e dalle carte studiate a terra è molto più roccioso e pieno di massi del previsto. A questo punto il comandante di Apollo 11 prende il controllo manuale del Lem.

Ore 22:17 italiane. Il modulo lunare “Aquila”, alla velocità di un metro al secondo, si posa con le gambe del sistema di atterraggio sulla superficie della Luna, precisamente in un punto nel Mare della Tranquillità presso l’equatore lunare. È il comandante Armstrong a dare lo storico annuncio a terra: “Houston, qui Base della Tranquillità , l’Aquila è atterrata!”. L’inclinazione del Lem sul suolo selenico è di appena 4 gradi. il limite di sicurezza per una ripartenza sicura dalla Luna è di 12 gradi.

Sono passate 102 ore, 45 minuti e 40 secondi dal lancio da Cape Kennedy, sono trascorsi otto anni di preparativi dopo la promessa del presidente Kennedy, e probabilmente sono passati migliaia e migliaia di anni da che l’uomo ha sognato di andare sulla Luna: Armstrong e Aldrin sono i primi nella storia a giungere su un corpo celeste al di fuori della Terra.

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Queste foto furono scattate dai finestrini del modulo lunare “Aquila” circa un’ora e mezza dopo l’allunaggio, per formare una panoramica d’emergenza e documentare almeno brevemente il sito e non tornarsene a mani vuote qualora si fosse resa necessaria una ripartenza senza escursione. Sono le prime fotografie scattate da un essere umano sulla Luna.

(continua)

Per saperne di più

La conquista della Luna è stata uno degli eventi più importanti della storia dell’umanità e anche la Rai aveva preparato una diretta fiume di trenta ore coordinata da Andrea Barbato e con due commentatori: Tito Stagno in studio a Roma e Ruggero Orlando inviato a Houston. Durante la discesa del Modulo Lunare di Apollo 11 verso la superficie lunare, i due conduttori furono protagonisti di un battibecco in diretta TV: Stagno annunciò l’allunaggio, ma Orlando lo smentì.

Apollo 11 Timeline: 1969/07/20 (22:17 IT): Allunaggio! Il diverbio fra Tito Stagno e Ruggero Orlando

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (quarta parte)

Il terzo giorno di navigazione celeste di Armstrong, Collins e Aldrin segna l’attracco al “porto lunare” per Apollo 11: dopo un viaggio di 384.000 km a bordo del loro fantastico mezzo cosmico, i tre si inseriscono in orbita lunare.

19 luglio, sabato

Ore 5:11 italiane. Apollo 11 supera la zona dell’equigravisfera, il punto oltre il quale l’attrazione gravitazionale lunare prevale su quella terrestre.

Il giorno dell’ingresso in orbita lunare di Apollo 11 su alcuni quotidiani italiani di sabato 19 luglio 1969 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 19:02 italiane. Dopo un periodo di riposo e dopo aver consumato il pranzo, da Houston arriva agli astronauti la comunicazione che autorizza l’Apollo 11 ad immettersi in orbita lunare.

Ore 19:13 italiane. Il “treno spaziale”, composto dal modulo di comando e di servizio e dal modulo lunare, scompare dietro la Luna, interrompendo così il collegamento radio con la Terra. Sul lato opposto del Satellite naturale della Terra viene effettuata la manovra per inserire il veicolo in orbita lunare: l’unico motore del modulo di servizio (SPS) viene acceso per contrastare l’attrazione lunare che, a circa 8.000 km di distanza, ha accelerato l’Apollo 11 fino a circa 9.000 km orari. L’accensione del motore, per sei minuti e 2 secondi, riduce a 3.200 km/h la velocità del veicolo, consentendogli di immettersi in un’orbita ellittica che ha un apocinzio di 314 km e un pericinzio di 112 km.

Nella raffigurazione artistica, l’entrata in orbita lunare del complesso spaziale Apollo 11.

Ore 19:22 italiane. Apollo 11 entra in orbita lunare.

Ore 19:46 italiane. Il complesso spaziale Apollo 11 riappare da dietro la Luna. Cessa così il silenzio radio, detto “LOS”, dalle iniziali di “Loss of Signal”, e il contatto con la Terra viene ristabilito. “Tutto perfetto”, annuncia con la solita calma il comandante Armstrong. Poi aggiunge: “Stiamo ora sorvolando il punto di atterraggio prescelto nel Mare della Tranquillità, ed è esattamente come nelle fotografie scattate da Apollo 10, ma vedere la nostra pista di atterraggio dal vero è un’altra cosa; c’è la stessa differenza fra assistere a una partita di football allo stadio e vederla in televisione”.

La superficie della Luna fotografata dai tre astronauti di Apollo 11 in orbita. Un paesaggio freddo, eppure affascinante. Senza vegetazione, senza luci di città che rivilano vita, uomini o animali. Ma ad ogni giro intorno alla Luna i tre astronauti hanno l’occasione di rivedere la propria casa, dove sono nati, cresciuti e dove ritorneranno dopo questa straordinaria impresa…la Terra!

Ore 21:56 italiane. Viene accesa per la quinta volta dall’inizio del volo la telecamera a colori per la prima trasmissione dall’orbita lunare. Durante i trenta minuti di collegamento, viene mostrata e descritta dai tre astronauti a distanza ravvicinata la superficie selenica sorvolata dall’astronave.

Ore 23:43 italiane. Il motore principale dell’Apollo viene riacceso per 17 secondi per rendere circolare l’orbita intorno alla Luna, con un apocinzio di 122 km e un pericinzio di 112 km. I tre uomini di Apollo 11 hanno come ancorato il loro straordinario “vascello cosmico” al porto della Luna, terzi nella ancor giovane storia dell’astronautica, dopo gli equipaggi di Apollo 8 e Apollo 10. Ora resta la parte più difficile della missione, quella più affascinante e finora unica nella storia dell’umanità: la discesa con la “scialuppa”, il Lem, denominato “Aquila”, in un punto prescelto nel Mare della Tranquillità.

La copertina del Radiocorriere TV con all’interno i programmi della settimana dal 20 al 26 luglio 1969 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (terza parte)

Per i tre astronauti di Apollo 11 il loro pianeta natale, la Terra, appare sempre più lontano. Superata la metà del percorso celeste, per la giornata di domani, 19 luglio, è prevista l’entrata in orbita lunare: la meta finale è sempre più vicina!

18 Luglio 1969, venerdì  

Ore 01:31 italiane. Nuova trasmissione televisiva da bordo dell’Apollo della durata di trentacinque minuti. Durante il collegamento viene mostrato sullo sfondo nero dello spazio il nostro pianeta azzurro, sempre più piccolo dagli oblò della navicella; i tre astronauti, passandosi tra loro la telecamera e inquadrandosi a vicenda, mostrano anche l’interno del modulo di comando e le carte stellari con cui seguono la rotta celeste, non solo grazie al computer di bordo e a quelli di terra a Houston ma anche, come gli antichi navigatori, con il…sestante!

Il comandante di Apollo 11, Neil Armstrong, ripreso durante la trasmissione televisiva in collegamento con il Centro di controllo a terra a Houston.
Circondato dal nero buio dello spazio, il nostro pianeta azzurro, ripreso da uno dei finestrini dell’Apollo (foto AS11-36-5381).
Lo straordinario viaggio di Armstrong, Aldrin e Collins continua a riempire le prime pagine, e non solo, dei quotidiani di tutto il mondo. Anche i settimanali usciti nelle edicole, colpiti dalla “febbre lunare”, dispensano inserti e gadget nelle loro pubblicazioni (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 22:40 italiane. Nuova trasmissione televisiva di novantasei minuti: Aldrin, ripreso con la telecamera a colori da Armstrong, ispeziona il modulo lunare e illustra ai numerosi telespettatori i vari dispositivi di bordo; vengono anche mostrati i caschi, i guanti e lo zaino per la sopravvivenza (PLSS), che i due dovranno indossare durante l’escursione sul suolo lunare. I tre astronauti vengono anche informati da terra che da Mosca con un telegramma si assicura che la sonda automatica Luna 15, lanciata dal Cosmodromo di Baikonur, tre giorni prima dell’Apollo e già in orbita lunare, non interferirà con la missione americana.

Aldrin fotografato da Armstrong all’interno del modulo lunare durante l’ispezione (foto AS11-36-5390).
L’interno del Lem, ribattezzato “Eagle”, “Aquila”. Si nota a destra la piccola cinepresa che riprenderà su pellicola la discesa del modulo lunare e successivamente quella di Armstrong e Aldrin (foto AS11-36-5389).

Nonostante l’ottimismo che regna tra gli scienziati e i tecnici della NASA per la felice realizzazione del viaggio di Apollo 11, al di là dei proclami ufficiali, il governo americano si è preparato anche al peggio: nel caso che Neil Armstrong e “Buzz” Aldrin non riuscissero ad allunare regolarmente, schiantandosi sulla Luna, o a ripartire una volta conclusa l’attività sul suolo, è pronto un discorso che il presidente Nixon, dopo aver fatto le personali condoglianza alle vedove, leggerà in diretta televisiva al mondo intero. Ma questo è top secret.

(continua)

Per saperne di più: 1969/07/18: TOP SECRET. Viene scritto il messaggio presidenziale in caso di disastro dell’Apollo 11.

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (seconda parte)

Dopo le emozioni del “liftoff” dalla rampa di lancio di Cape Kennedy e le ore che sono seguite, prosegue regolare il terzo viaggio umano della storia verso la Luna, dopo quelli di Apollo 8 e Apollo 10, che hanno preparato questa straordinaria impresa, che prevede il primo sbarco umano sulla superficie selenica di due degli uomini di Apollo 11.

17 Luglio 1969, giovedì

Ore 02:16 italiane. Viene accesa la telecamera a bordo dell’Apollo per una trasmissione televisiva non prevista dal piano di volo. Per 16 minuti e mezzo le riprese a colori della Terra sono captate dalle stazioni terrestri insieme ai commenti dei tre astronauti. In quel momento il “treno spaziale” formato dal modulo di comando e di servizio e dal modulo lunare si trova a circa 94 mila km dalla Terra.

Armstrong, Collins e Aldrin da circa due ore si sono liberati della combinazione di volo indossata per la partenza, compreso il pannolone e il collettore dell’urina. Hanno indossato una tuta di volo più leggera sopra una calzamaglia più intima, muovendosi molto più liberamente all’interno della navicella. Per i “bisogni” fisiologici dovranno urinare in un tubo collegato a un sacchetto, il cui contenuto verrà poi scaricato periodicamente nello spazio. Per le feci c’è un apposito sacchetto che si applica nella zona perianale e non è sempre detto che ciò che si evacua dal proprio corpo vada a finire tutto nel sacchetto!

La Terra ripresa durante la prima trasmissione televisiva, non prevista dal piano di volo, a circa 94 mila km di distanza dall’Apollo 11.

Ore 03:00 italiane. I tre astronauti, al termine della loro prima giornata spaziale, vanno a dormire con un paio di ore di anticipo, essendo stata annullata la correzione di rotta prevista per le 03:16. Armstrong e i suoi due compagni hanno cenato con salmone, pollo al riso, patate dolci, cacao e succhi di frutta.

I quotidiani di quasi tutto il mondo, esclusi i molti paesi che appartengono alla “cortina di ferro”, arrivati ed esposti nelle edicole, presentano a caratteri cubitali l’inizio della grande avventura dei tre uomini di Apollo 11.

Le prime pagine di alcuni quotidiani e settimanali italiani che a grandi titoli danno la notizia dell’inizio dell’avventura lunare di Apollo 11 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 14:01 italiane. Armstrong, Aldrin e Collins vengono svegliati dal Centro di Controllo di Houston dopo la loro prima notte trascorsa nello spazio.

Ore 15:32 italiane. A ventiquattro ore dall’inizio del viaggio, Apollo 11 si trova a 187.378 km dalla Terra. La sua velocità è di 5.839 km orari.

Ore 16:32 italiane. I tre astronauti si trovano praticamente a metà strada, la distanza ora dalla Terra è di 193.048 km. La sua velocità è scesa, per effetto dell’attrazione gravitazionale terrestre, a 5.600 km orari.

Ore 18:17 italiane. Avviene una lieve correzione di rotta mediante l’accensione, per tre secondi, del razzo principale del modulo di servizio (SPS). Ora la distanza dalla Terra è di 201 mila km. 

Ore 22:00 italiane. Si riaccende la telecamera a colori a bordo dell’Apollo 11 per una nuova trasmissione televisiva della durata di cinquanta minuti.

(continua)

Luglio 1969: dalla Terra alla Luna (prima parte)

Cinquantasei anni fa veniva intrapresa la più grande avventura umana di tutti i tempi. Tre uomini all’interno di una navicella sistemata alla sommità di un gigantesco razzo venivano lanciati in direzione della Luna, dove due di loro, a quattro giorni dalla partenza, vi avrebbero messo piede, primi nella storia, realizzando il più antico sogno dell’uomo.

Si tratta della missione denominata Apollo 11, e questa è la cronologia di quei nove giorni che tennero con il fiato sospeso l’intera umanità.

La patch ufficiale della missione Apollo 11.
L’equipaggio di Apollo 11: a sinistra il comandante Neil Armstrong, scelto per essere il primo umano a camminare sulla Luna; al centro Michael Collins, pilota del modulo di comando; e a destra Edwin “Buzz” Aldrin, pilota del modulo lunare.

16 luglio 1969, mercoledì

Ore 10:15 italiane. Sono le quattro e quindici antimeridiane sulla costa orientale degli Stati Uniti e specificamente in Florida. Gli astronauti di Apollo 11, Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin “Buzz” Aldrin, vengono svegliati. Dopo essersi lavati e rasati scendono nella mensa della NASA situata all’interno del Manned Spacecraft Operation Building per la colazione: uova, bistecche, pane e marmellata, succo di frutta e l’immancabile caffè. D’ora in poi, sino al ritorno sulla Terra i tre dovranno nutrirsi con i cibi contenuti in sacchetti di plastica confezionati nel vuoto secondo la dieta prevista. Molti di questi alimenti sono disidratati e perciò devono essere ricostituiti aggiungendovi acqua, altri invece hanno le dimensioni di un boccone e possono essere ingoiati facilmente.

L’ultima colazione terrestre prima dell’inizio della grande avventura per l’equipaggio di Apollo 11 (foto KSC-69PC-368).

Terminata la colazione, gli astronauti vengono sottoposti ad un rapido esame medico inteso ad accertare la loro completa idoneità fisica prima che inizino le ultime operazioni per il lancio verso la Luna.

Ore 11:30 italiane. Trovati in ottime condizioni, Armstrong e i suoi due compagni passano alla vestizione. In primo luogo viene applicata sulla loro epidermide, specialmente in corrispondenza del torace, una serie di piccoli sensori che serviranno a misurare i battiti del cuore e il ritmo della respirazione durante tutto il volo e a trasmettere, attraverso un dispositivo radiometrico automatico, i dati raccolti ai medici del Centro di Controllo di Houston, i quali saranno così in grado di valutare in ogni momento le condizioni fisiche dei tre uomini di Apollo 11.

E’ poi la volta della combinazione di volo permanente, simile nella foggia alle tute indossate dagli sportivi durante l’allenamento; poi viene la tuta pressurizzata, contenente una vera atmosfera artificiale, gli attacchi per gli apparecchi di comunicazione e il sistema di evacuazione dei rifiuti corporali. Servirà a proteggere gli astronauti da un eventuale incendio all’interno della capsula o dall’eccessivo calore al momento del rientro nell’atmosfera terrestre.  

Foto KSC-69PC-377HR.
Vestizione di Edwin “Buzz” Aldrin.
Michael Collins indossa il cosiddetto Snoopy cap, che è una calottina di tessuto che racchiude la cuffia e i microfoni usati per comunicare quando la tuta è sigillata. Si chiama così perché la sua colorazione bianca con porzioni laterali nere richiama la testa del personaggio dei fumetti Snoopy di Charles Schulz.
Gli astronauti, sigillati nelle loro tute, salgono a bordo del furgone che li porterà alla rampa di lancio.

Ore 12:52 italiane. Armstrong, Collins e Aldrin, preso l’ascensore che corre entro la torre di lancio affiancata al gigantesco razzo vettore Saturn V e raggiunta la passerella che porta alla navicella Apollo, a circa cento metri dal suolo, entrano a turno nella cabina del modulo di comando, aiutati dai tecnici presenti nella cosiddetta “white room”. Dopo che hanno preso posto nelle cuccette, vengono assicurati con le cinghie e iniziano gli ultimi controllo delle apparecchiature. A terra aumenta sempre più la tensione, mentre il conto alla rovescia si avvia verso la conclusione.

Decine di migliaia di persone sono arrivate a Cape Kennedy da ogni parte degli Stati Uniti e da molti altri paesi. Si calcola che per assistere al lancio di Apollo 11 siano stipate sulle spiagge adiacenti al Centro Spaziale Kennedy più di un milione di persone. Sulle tribune erette in vista del complesso di lancio siedono i settemila invitati di riguardo della NASA, tra scienziati, parlamentari, ambasciatori stranieri, uomini d’affari e personalità minori; ad essi si aggiungono i cinquemila giornalisti inviati dai giornali di tutto il mondo, i radiotelecronisti e i cineoperatori. Secondo calcoli fatti alla vigilia del lancio, almeno seicento milioni di persone seguiranno il decollo del Saturn V verso la Luna sui teleschermi di quaranta paesi.

Le prime pagine di alcuni quotidiani italiani il giorno del lancio di Apollo 11 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 15:32 italiane. Sono le nove e trentadue, ora della Florida. Al termine di un perfetto conto alla rovescia, dal complesso di lancio 39-A avviene la partenza del più potente razzo mai costruito dall’uomo fino a quel momento, il Saturn V. Lingue di fuoco arancione e bianco visibili a 100 chilometri di distanza si sprigionano dai cinque motori F-1 del primo stadio del gigantesco vettore. Il rombo assordante è avvertito fino a 50 chilometri di distanza. Il complesso spaziale, dapprima lentamente poi con una accelerazione sempre più crescente, sale verso il cielo.

Ore 09:32 ora della Florida lo spettacolare lancio del Saturn V.

I tre astronauti sono tutti veterani dello spazio, avendo volato in orbita nel 1966 in tre missioni separate: Neil Armstrong, comandante della missione, 38 anni, con la Gemini 8; Michael Collins, 38 anni, pilota del modulo di comando, con la Gemini 10; e Edwin “Buzz” Aldrin, 39 anni, pilota del modulo lunare, con la Gemini 12.

Nei primi due minuti e mezzo di volo il Saturn V, a una velocità di 9.650 km orari, raggiunge un’altitudine di 61 km, dove avviene il distacco del primo stadio, che ricade in mare. Si accendono quindi i cinque motori J-2 del secondo stadio, che rimangono in azione per circa sei minuti, spingendo il veicolo fino a un’altitudine di circa 185 km e una velocità di oltre 22.500 km orari. Esaurita la sua funzione, anche il secondo stadio si distacca dal vettore, dopo aver consumato 450 tonnellate di propellente.

Il veicolo si trova ormai oltre gli strati densi dell’atmosfera; ciò che rimane del gigantesco vettore che ha lasciato da pochi minuti la rampa di lancio funziona perfettamente e la torre di lancio o sistema di fuga in fase di lancio, ormai inutile, viene sganciata. A questo punto si accende l’unico motore J-2 del terzo ed ultimo stadio, che accelera il veicolo a circa 28.000 km orari, a una velocità cioè bastante ad equilibrarlo in orbita terrestre. Per le statistiche, il lancio del Saturn V-Apollo 11 è il 4.039° oggetto lanciato nello spazio dall’uomo.

Ore 15:44 italiane. Il complesso formato dalla navicella Apollo e dal terzo stadio del Saturn V si inserisce con regolarità in un’orbita di parcheggio intorno alla Terra con un perigeo (punto più vicino al nostro pianeta) di 183 km e un apogeo (punto più lontano) di 190 km. Spento il motore del terzo stadio, i tre astronauti controllano le apparecchiature di bordo per accertare che non vi siano danni dopo il tremendo sforzo del lancio. Intanto nella base di Houston alla quale è passato il controllo del volo dopo il distacco dalla rampa di lancio, i tecnici a terra, insieme agli elaboratori elettronici, eseguono i calcoli per stabilire il momento esatto in cui il veicolo dovrà essere inserito nella cosiddetta “traiettoria translunare”, la via che dovrà essere seguita per intercettare la Luna alla data stabilita.

Ore 18:16 italiane. Subito dopo l’inizio della seconda rivoluzione in orbita terrestre, il motore del terzo stadio viene riacceso per cinque minuti e 23 secondi in modo da passare dalla prima velocità cosmica (28,000 km orari circa), alla seconda velocità cosmica, o velocità di fuga dalla Terra (39.000 km orari circa), necessaria per sottrarre il veicolo alla forza di attrazione terrestre inserendolo nella “traiettoria translunare”. Ha inizio il fantastico viaggio di 73 ore dalla Terra alla Luna.

Il quotidiano “Il Giornale D’Italia”, con uscita pomeridiana, è tra i primi a riportare il felice inizio del volo di Armstrong, Collins e Aldrin (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Ore 18:43 italiane. Il complesso CSM, formato dal modulo di comando (CM) e dal modulo di servizio (SM), si stacca dal terzo stadio del Saturn V al quale rimane agganciato internamente il modulo lunare (LM o “Lem”). I bulloni che tengono uniti i quattro pannelli dell’adattatore entro il quale è avvolto il Lem vengono fatti saltare con un radiocomando inviato dalla navicella. I pannelli dell’adattatore si aprono come petali per consentire al CSM, che sta compiendo una piroetta di 180 gradi, di accostarsi con la prua al modulo lunare.

Ore 18:53 italiane. Il CSM perfeziona la manovra di accostamento effettuando l’aggancio con il modulo lunare.

Ore 19:42 italiane. Il CSM, agganciato prua contro prua al Lem, si stacca dal terzo stadio che si allontana definitivamente, evitando possibili collisioni, per finire in un’orbita solare. L’astronave si trova ora a 29.437 km dalla Terra, viaggia alla fantastica velocità di 4.517 metri al secondo e pesa ora “solo” (rispetto al momento della partenza da Cape Kennedy) 48.365 kg.

(continua)

Per saperne di più: Siamo davvero andati sulla Luna? Le risposte a tutti i dubbi in questo sito:

LUNA? Sì, ci siamo andati! (disponibile anche in edizione cartacea con il titolo Siamo mai andati sulla Luna?https://www.cicap.org/new/prodotto.php?id=7858).

Podcast RSI – Velvet Sundown, oltre un milione di ascolti al mese per una band che non esiste

Questo è il testo della puntata del 14 luglio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: inizio del brano “Dust on the Wind” dei Velvet Sundown]

Riconoscete questa canzone? È “Dust on the Wind” dei Velvet Sundown, una band composta dal cantante Gabe Farrow, dal chitarrista Lennie West, dal tastierista Milo Raines e dal percussionista Orion Del Mar. Questo brano ha oltre un milione e mezzo di ascolti su Spotify, dove la band ha un milione e trecentocinquantamila ascoltatori mensili, accumulati nel giro di poche settimane.

Ma come avrete probabilmente intuito dal fatto che me ne sto occupando in un podcast a tema informatico, i Velvet Sundown hanno una particolarità: non esistono, e la loro musica è generata usando appositi programmi di intelligenza artificiale. O perlomeno così sembra, perché non ci sono conferme assolute, ma soltanto forti indizi.

Questa è la storia di come un gruppo musicale sintetico è arrivato ad avere un successo di questo livello, di come si indaga per capire se una band è reale oppure no, e di cosa significa oggi il concetto stesso di “reale”.

Benvenuti alla puntata del 14 luglio 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

Prima di cominciare, segnalo che questa è l’unica puntata di luglio; la prossima uscirà l’11 agosto.

[SIGLA di apertura]


Alla fine di giugno 2025, su Reddit [qui e qui] è stato segnalato l’insolito successo dei Velvet Sundown, un gruppo musicale che ha iniziato a comparire nelle playlist Discover Weekly, quelle di brani consigliati settimanalmente da Spotify, nonostante avesse tutte le caratteristiche piuttosto evidenti di una finta band generata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

[CLIP: inizio del brano “Drift Beyond the Flame” dei Velvet Sundown]

Quello che avete sentito adesso è l’inizio di un loro brano, intitolato “Drift Beyond the Flame: come tanta musica generata, a un ascolto distratto pare orecchiabile e normale, ma se lo si ascolta attentamente, e soprattutto se si leggono le sue parole, ci si accorge che sono blande, banali, superficiali, una compilation di cliché che non ha un senso generale e che non c’entra nulla con il titolo. Cosa che, è vero, si potrebbe dire anche di molti brani scritti inequivocabilmente da artisti umani, ma è comunque un indizio notevole.

Dust on the wind
Boots on the ground
Smoke in the sky
No peace found
Rivers run red
The drums roll slow
Tell me brother, where do we go?

Raise your hand
Don’t look away
Sing out loud
Make them pay
March for peace
Not for pride
Let that flag turn with the tide

Guitars cry out
Bullets fly
Mama prays while young men die
Ashes fall on sacred land
We still got time to make a stand

Raise your hand
Don’t look away
Sing out loud
Make them pay
March for peace
Not for pride
Let that flag turn with the tide

Smoke will clear
Truth won’t bend
Let the song fight ‘till the end

[fonte: Genius.com]

Inoltre la foto del gruppo pubblicata su Spotify ha il tipico aspetto delle immagini sintetiche, e i membri non hanno nessuna presenza online, non hanno mai rilasciato interviste e non hanno un calendario di concerti pubblici.

La “foto ufficiale” dei Velvet Sundown.

Ma siamo nel 2025, e oggigiorno fare una foto di copertina che imiti l’aspetto delle immagini generate dall’intelligenza artificiale potrebbe anche essere una scelta stilistica. Inoltre il fatto di non avere account social* non significa che una persona non esista, perlomeno per ora, e farsi intervistare ed esibirsi in pubblico non sono obblighi: lo fanno anche gli artisti musicali in carne e ossa.

* I singoli membri del gruppo non ne hanno, ma la band ha degli account con numeri assurdamente bassi su Instagram (1728 follower, 4 post), TikTok (60 follower, 2 post) e X (530 follower, 18 post) e Facebook (251 follower).

Per contro, Spotify assegna ai Velvet Sundown il bollino di “artista verificato”, e la musica di questa band è presente anche su altri servizi di streaming, come Apple MusicAmazon MusicYouTubeDeezer.

La pagina Spotify dei Velvet Sundown al 14 luglio 2025.

Una dettagliata indagine svolta dal sito Musically.com fa emergere altri elementi sospetti, come il fatto che la biografia del gruppo cita una loro recensione positiva che viene attribuita alla prestigiosa rivista musicale Billboard ma in realtà non risulta essere mai stata pubblicata, o il fatto che il servizio di streaming Deezer indica che entrambi gli album del gruppo “potrebbero essere stati creati usando l’intelligenza artificiale” secondo i suoi rilevatori automatici. Un articolo pubblicato su Mashable fa notare inoltre che manca qualunque indicazione di un produttore o di altre figure che solitamente partecipano alla creazione di un brano, e tutte le canzoni sono attribuite genericamente alla band, mentre di solito si indicano i nomi degli autori e dei titolari dei diritti dei singoli brani.

Queste indagini rivelano anche che la popolarità dei brani dei Velvet Sundown è dovuta ad alcune specifiche playlist presenti sulle piattaforme di streaming più popolari. Queste playlist sono costruite in modo anomalo: sono raccolte eterogenee di artisti di grande successo nelle quali sono inserite in abbondanza le canzoni di questa band sconosciuta, e hanno un numero molto modesto di follower ma centinaia di migliaia di account che le hanno salvate nelle proprie librerie.

Quasi tutti gli indizi, insomma, suggeriscono che si tratti di una costruzione sintetica accuratamente pianificata e organizzata.

Il caso dei Velvet Sundown è uno dei primi in cui una band dall’aspetto palesemente sintetico acquisisce una discreta popolarità e diventa virale senza ricorrere a espedienti classici come la parodia o l’imitazione delle voci, come era successo nel 2023 con quelle di Drake e The Weeknd [Disinformatico]. E non sarà sicuramente l’ultimo.


La vicenda di questa pseudo-band rivela un problema di fondo tipico di tanti aspetti dell’attuale periodo storico: si sta diluendo il concetto stesso di realtà. Le varie forme di intelligenza artificiale generativa permettono infatti di creare foto, musica, testi, interviste, video di persone – in questo caso artisti musicali – che non esistono. Ma per il pubblico che ne fruisce, per quel milione e mezzo di ascoltatori mensili dei Velvet Sundown, tutto questo è reale. O meglio, la musica che ascoltano esiste indubbiamente, e tutto il resto non conta.

Sì, perché abbiamo infatti progressivamente smaterializzato la musica, passando dall’esibizione obbligatoriamente dal vivo alla registrazione su disco, poi al CD che ha sostanzialmente eliminato la fisicità delle note interne o delle copertine, e poi siamo passati agli MP3 che hanno liquidato quel poco che restava dell’esperienza tattile di maneggiare un disco, e infine siamo arrivati allo streaming, per cui non possediamo neanche più i file delle canzoni che ci piacciono ma abbiamo una semplice lista, una playlist, che sta da qualche parte in un cloud intangibile di cui non siamo proprietari. Eliminare a questo punto anche gli artisti sostituendoli con generatori di musica sintetica, e vedere che la gente ascolta e gradisce questa sbobba sonora da tenere in sottofondo, sembra essere semplicemente un ulteriore passo, logico e inevitabile, in questa direzione.

Un passo, fra l’altro, incoraggiato dal fatto che fa comodo a molti, perché riduce i costi, aumenta i profitti e inoltre evita il problema dei comportamenti scandalosi e illegali che rovinano la reputazione degli artisti e frenano gli incassi delle case discografiche e soprattutto delle piattaforme di streaming.

Non sembra un caso il fatto che il CEO di Spotify, Daniel Ek, abbia dichiarato qualche tempo fa che non intende bandire dalla sua piattaforma la musica generata dalla IA [BBC]. Poco importa che gli artisti reali e le associazioni che si occupano di diritto d’autore facciano notare che questi generatori basati sull’intelligenza artificiale sono stati addestrati usando la loro musica senza pagare un centesimo di diritti [BBC]. C’è, fra loro, chi descrive questo addestramento con parole taglienti e senza compromessi: “furto travestito da concorrenza” [BBC].

Ma al tempo stesso si può obiettare che in realtà dietro ogni artista sintetico c’è eccome una persona reale: quella che genera la musica, ne sceglie i parametri, dà istruzioni a ChatGPT o Suno o Mubert o Google Veo su come creare i testi, le immagini e i video, concepisce la struttura, il look, lo stile e le caratteristiche della band immaginaria.

In altre parole, dietro i Velvet Sundown c’è in ogni caso qualcuno di reale, una o più persone che hanno avuto l’idea, l’hanno sviluppata ed eseguita, hanno lavorato per creare le playlist e hanno studiato i meccanismi e gli algoritmi delle piattaforme di streaming per ottenere il risultato di far diventare virale un gruppo musicale che non esiste.

Un atto creativo, insomma; una sorta di meta-arte, una forma di denuncia di una situazione pericolosa per gli artisti e per la cultura e un’incarnazione dell’ansia diffusa di perdere il controllo di tutto cedendolo alle intelligenze artificiali commerciali. Una denuncia, fra l’altro, mediaticamente efficace, visto che di questa vicenda stanno parlando le testate giornalistiche generaliste di buona parte del pianeta.

E in effetti dopo la prima ondata di clamore iniziale, quando la band si presentava come se fosse composta da persone reali, le informazioni presenti nella pagina Spotify dei Velvet Sundown sono cambiate, e ora parlano apertamente di “un progetto di musica sintetica guidato da una direzione creativa umana, composto, cantato e visualizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale. Questo – dice sempre la pagina Spotify – non è un trucco: è uno specchio. Una provocazione artistica, concepita per saggiare i confini dell’essere autori, dell’identità e del futuro della musica stessa nell’era della IA.”

La “bio” del gruppo su Spotify come si presentava il 14 luglio 2025.

Complimenti, insomma, a chiunque si celi dietro questa provocazione: ha funzionato e ha sfruttato astutamente i punti deboli delle piattaforme di streaming. Ma forse arriva tardi, perché da anni c’è già chi li sta sfruttando non per fare arte o meta-arte, ma per fare cinicamente soldi. Tanti soldi. Per l’esattezza, dodici milioni di dollari.


Michael Smith è un musicista cinquantaduenne che vive nella Carolina del Nord. Intorno al 2018, quando l’intelligenza artificiale generativa era ancora un prodotto di nicchia, ha iniziato a generare insieme a un esperto del settore migliaia di brani sintetici ogni mese, piazzandoli sulle principali piattaforme di streaming.

Poi ha pagato delle agenzie per creare migliaia di account fasulli di utenti di queste piattaforme, automatizzandoli in modo che “ascoltassero”, si fa per dire, i suoi brani. Ascoltatori sintetici per musica sintetica, insomma.

In questo modo, le sue “canzoni” sono state “ascoltate” miliardi di volte da questi bot, e siccome le piattaforme di streaming pagano gli artisti qualche millesimo di dollaro ogni volta che una loro produzione viene ascoltata, nel corso di vari anni e fino al 2024 il signor Smith l’ha fatta franca, e ha incassato in totale circa dodici milioni di dollari, sottraendoli con l’inganno alle piattaforme e dividendoli con i suoi complici.

Sappiamo tutto questo perché a settembre 2024 il signor Smith è stato arrestato e incriminato per la sua attività, i cui complessi dettagli tecnici sono raccontati nell’atto d’accusa pubblico del processo che lo riguarda. Uno degli aspetti chiave di questi dettagli è l’uso dell’intelligenza artificiale: è quella che gli ha permesso di avere un numero immenso di brani sul quale spalmare gli ascolti fraudolenti, rendendo molto più difficile per gli operatori delle piattaforme accorgersi che si trattava di un inganno. Ma alla fine, dopo qualche anno, se ne sono accorti lo stesso, e la giustizia ha fatto il proprio corso. O meglio, lo sta ancora facendo, perché il processo non si è ancora concluso [Digital Music News].

Smith al momento rischia alcuni decenni di carcere. Chissà se parte dell’eventuale pena consisterà nel fargli ascoltare la sua stessa musica artificiale.

Nel frattempo, fra l’incudine delle piattaforme di streaming che non fanno controlli adeguati perché inseguono principalmente i profitti, e il martello degli artisti-provocatori e dei truffatori, restiamo noi, poveri utenti, che adesso grazie all’intelligenza artificiale non possiamo più goderci un po’ di musica senza chiederci ogni volta se quello che ascoltiamo sia vero o sia l’ennesima paccottiglia generata.

Fonti aggiuntive

Recensione: “L’ombra del sudario”, thriller sulla Sindone

Premessa: conosco l’autore da una vita per il suo lavoro per il CICAP e per amicizia personale, per cui questa recensione è inevitabilmente influenzata da questo legame, ma ho cercato di essere obiettivo e imparziale.

È uscito pochi giorni fa L’ombra del sudario, descritto come “un thriller tra le pieghe della Sindone”, e ho finito di leggerlo stanotte, intrigato e incuriosito da questa creazione letteraria di Luigi Garlaschelli, chimico, socio emerito del CICAP, noto per i suoi saggi e i suoi esperimenti di replicazione riguardanti fenomeni legati al paranormale religioso, come le stimmate di Padre Pio, il presunto sangue di San Gennaro e, appunto, la Sindone.

Ho sempre letto con piacere i saggi di Luigi su questi temi; scopro con altrettanto piacere che sa anche costruire una storia di fiction intrigante, agile e realistica intorno a questi argomenti, con personaggi ben delineati, uno stile asciutto e preciso e una costruzione ben orchestrata della struttura narrativa.

L’ombra del sudario è anche un libro divulgativo: la storia è un’occasione, ma non un pretesto, per presentare idee, temi e fatti tecnici e storici assolutamente reali calandoli in un contesto avventuroso e dinamico. Molti, leggendo questo libro, finalmente scopriranno cosa ne pensava realmente la Chiesa di questo reperto quando comparve inizialmente oltre settecento anni fa.

L’ho letto tutto d’un fiato (215 pagine) e mi sono divertito, scoprendo dettagli della storia della Sindone che non conoscevo e godendomi le citazioni e le allusioni che chi conosce il CICAP coglierà con particolare gusto aggiuntivo. Molti degli eventi e dei personaggi raccontati sono infatti ispirati da accadimenti e persone reali, ma con ampie licenze letterarie.

Ovviamente non faccio spoiler: vi dico solo dove trovarlo. È disponibile online subito qui presso Cartabianca Publishing (la casa editrice che ha reso possibili le traduzioni italiane delle autobiografie degli astronauti lunari alle quali ho collaborato) a 14 euro su carta e a 6,99 euro in formato digitale (EPUB, Kindle, Apple). La presentazione del libro è invece qui.

Buona lettura!

Cinquant’anni fa la missione ASTP, la prima stretta di mano nello spazio tra USA e Unione Sovietica

Ricorre in questi giorni di luglio 2025 il 50° anniversario della missione congiunta tra una navicella americana Apollo e una russa della serie Soyuz, che ha segnato la prima collaborazione nei viaggi umani nello spazio tra gli Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica. Ripercorriamo ora quella prima storica impresa, che mise fine alla grande gara spaziale che caratterizzò gli anni sessanta del XX secolo.

La “patch” ufficiale della storica missione ASTP.
La prima pagina del quotidiano “La Stampa” di martedì 15 luglio che annuncia l’imminente avvio del volo spaziale Apollo-Soyuz (dalla mia collezione personale).

Sono le 14:20 italiane di martedì 15 luglio 1975 quando un potente razzo vettore A2 si innalza nel cielo del cosmodromo sovietico di Baikonur, lanciando verso l’orbita terrestre la navicella Soyuz 19 con a bordo i cosmonauti Aleksei Leonov, comandante della missione, eroe dell’Unione Sovietica e primo uomo nella storia a compiere una “passeggiata spaziale” dieci anni prima durante il volo della Voskhod 2, e Valeri Kubasov, ingegnere, tra i protagonisti della prima saldatura di metalli nello spazio durante la missione Soyuz 6 nell’ottobre del 1969.

Per la storia della cosmonautica sovietica, la missione che decolla oggi è diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta per due motivi straordinari e particolari: il primo è che per la prima volta il lancio viene trasmesso in diretta TV in mondovisione, con un seguito di oltre cento milioni di spettatori nella sola Unione Sovietica; il secondo è che a sette ore e trenta minuti di distanza (alle 21:50 in Italia), dalla rampa di lancio 39-B del Centro spaziale Kennedy in Florida, un Saturn IB immette in orbita una navicella Apollo con a bordo tre astronauti allo scopo di incontrare il veicolo sovietico: i tre sono Thomas Stafford, veterano dello spazio, Vance Brand e Donald Slayton.

Pochi minuti dopo il lancio l’Apollo si inserisce in orbita a circa 220 km di altezza con lo stesso grado di inclinazione, ossia 51,8 gradi, della navicella sovietica. È l’inizio della storica missione denominata ASTP (Apollo Soyuz Test Project). L’Apollo di Stafford e la Soyuz di Leonov sono le protagoniste della prima esperienza di cooperazione internazionale nello spazio.

La prima pagina de “La Stampa” di mercoledì 16 luglio 1975 (dalla mia collezione personale).
L’inizio dello storico incontro tra le due potenze spaziali capeggia nella prima pagina del quotidiano politico “L’Unità” (dalla mia collezione personale).

C’è da ricordare che la prima iniziativa spaziale congiunta tra Stati Uniti e Unione Sovietica si era avuta undici anni prima, nel 1964, con gli esperimenti di riflessione delle onde radio mediante il satellite-pallone Echo 2, ma da allora in poi la collaborazione tra le due grandi protagoniste della “corsa spaziale” si è limitata a un semplice, e a volte diffidente, scambio di opinioni.

Tuttavia, grazie anche al miglioramento dei rapporti politici tra i due paesi, tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, durante la presidenza Nixon, la cooperazione si è fatta più concreta, tanto che nel maggio del 1972 è stato sottoscritto un accordo quinquennale che prevede lo studio e la realizzazione di “un sistema compatibile di rendez-vous e aggancio delle stazioni e delle navicelle abitate dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti, al fine di accrescere la sicurezza dei voli umani nello spazio e di avere l’occasione in avvenire di effettuare esperienze scientifiche congiunte”. Il primo obiettivo dell’accordo è un volo combinato in orbita terrestre tra una cosmonave Soyuz e una navicella Apollo.

Gli uomini che compongono i due equipaggi della missione congiunta ASTP: in piedi a sinistra, il comandante dell’Apollo Thomas Stafford; in piedi a destra, il comandante sovietico Alexei Leonov; seduti, da sinistra a destra, gli americani Deke Slayton e Vance Brand e il sovietico Valery Kubasov (foto S75-22410).

I problemi di compatibilità tecnica da risolvere sono numerosi: innanzitutto, le differenze esistenti tra i dispositivi di aggancio dei due veicoli. Per superare l’ostacolo senza dover modificare la struttura originale dell’Apollo, i tecnici della NASA costruiscono uno speciale “modulo di docking”, che da un lato si incastra all’estremità dell’astronave americana, dopo essere stato estratto dal suo alloggiamento posto nell’ultimo stadio del razzo vettore (in pratica si eseguiva l’identica manovra che avveniva durante le missioni verso la Luna con l’estrazione del modulo lunare dall’involucro del terzo stadio), dall’altro risulta adatto a raccordarsi con la Soyuz sovietica.

Un altro problema è rappresentato dalle condizioni di passaggio degli equipaggi da un veicolo all’altro: a bordo dell’Apollo si respira un’atmosfera composta di ossigeno puro con una pressione del 34% dell’atmosfera terrestre, mentre sulla Soyuz si respira la normale aria composta da ossigeno e azoto, e quindi un trasferimento diretto degli astronauti potrebbe provocare dei gravi scompensi organici: a ciò si pone rimedio installando una camera di compensazione nel modulo di aggancio.

Altre difficoltà nella realizzazione dello storico volo riguardano le comunicazioni radio tra i due veicoli una volta in orbita intorno alla Terra e inoltre il superamento delle ovvie barriere linguistiche.

Giovedì 17 luglio 1975 è il giorno stabilito per lo storico aggancio tra la navicella Apollo e la Soyuz, come titola il quotidiano “L’Unità” (dalla mia collezione personale).
17 luglio 1975: il veicolo Apollo fotografato dalla Soyuz in orbita poco prima delle ultime manovre per l’aggancio. Si nota sul “naso” lo speciale dispositivo “Docking Module” (DM) per l’aggancio delle due navicelle.
La Soyuz 19 fotografata da uno dei finestrini dell’Apollo. L’unione fisica tra le due navicelle è sempre più vicina.

Tutti questi problemi vengono felicemente superati e così il 17 luglio 1975, cinquantuno ore e 49 minuti dopo il lancio della Soyuz 19, le due navicelle effettuano un perfetto aggancio in orbita a 225 km di altezza. La manovra è seguita in diretta TV in tutto il mondo. In Italia sono le 18:10 di un caldo giovedì.

Alle 21:19, a tre ore dallo storico “docking”, vengono aperti i portelli della camera di compensazione e i due comandanti Leonov e Stafford si incontrano a metà strada nel tunnel di collegamento: la loro lunga e calorosa stretta di mano viene seguita con entusiasmo e commozione da milioni di telespettatori in tutto il mondo, compresi anche i due cosmonauti Piotr Klimuk e Vitali Sevastiyanov che si trovano a bordo del laboratorio spaziale Salyut 4 da maggio. I due equipaggi si scambiano le rispettive bandiere nazionali insieme al vessillo delle Nazioni Unite. Ricevono dalla Terra che scorre sotto (o sopra?) le loro navicelle i saluti e gli auguri per la buona riuscita del volo da parte del primo ministro sovietico Leonid Breznev e del presidente americano Gerald Ford.

La storica stretta di mano tra i due comandanti e veterani dello spazio Leonov e Stafford (foto ASTP-S75-29932).
Volti sorridenti dopo lo storico aggancio nella grande sala controllo di volo al Centro spaziale di Houston (foto ASTP-S75-28685).
Il presidente degli Stati Uniti Gerald Ford si congratula con i due equipaggi russo-americani per la storica unione in orbita (foto PD-USGOV-NASA).
Una nuova data nella storia dell’astronautica in prima pagina sul quotidiano “La Stampa” di venerdì 18 luglio 1975 (dalla mia collezione personale).
Il successo dell’unione nello spazio di due veicoli spaziali di nazionalità diversa in diretta televisiva in mondovisione, celebrato sulla prima pagina de “L’Unità” (dalla mia collezione personale).

Il programma di lavoro per gli equipaggi nei due giorni in cui le navicelle formano un unico “treno spaziale” è intenso: trentadue esperimenti scientifici, dallo studio sugli effetti della microgravità, all’astronomia, alla medicina e all’osservazione della Terra. Avviene anche una seconda manovra di docking, dopo uno sganciamento e il successivo riaggancio durante la quale è la Soyuz a fare da cacciatore e l’Apollo da lepre, a differenza di quanto è successo nella prima storica operazione.

Particolarmente spettacolare è la realizzazione di una eclisse solare artificiale, durante il quale è l’Apollo che fa da disco di occultazione del Sole, mentre l’equipaggio della Soyuz effettua osservazioni della nostra stella scattando foto della corona solare. I cinque trovano anche il tempo di partecipare in collegamento TV ad una conferenza stampa “spazio-Terra” della durata di trenta minuti con alcuni giornalisti americani e russi che dalle basi a terra di Houston e Mosca seguono lo sviluppo della missione.

Due giorni dopo, il 19 luglio, i due equipaggi si congedano. Sono le 17:26 ora italiana: sbloccato il meccanismo di aggancio, le due navicelle prendono le rispettive strade del ritorno. “Missione compiuta”, comunica il comandante della Soyuz 19 Leonov allontanandosi dall’Apollo. “Bello spettacolo, Soyuz”, gli fa eco il veterano dello spazio Thomas Stafford.

La navicella russa rientra sulla Terra, per la prima volta nella storia dei voli spaziali sovietici in diretta televisiva, il 21 luglio atterrando nelle steppe del Kazakhstan. L’Apollo invece continua ad inanellare giri intorno al nostro pianeta ancora per altri tre giorni: ultimo viaggio del glorioso “vascello” che ha portato ventiquattro americani verso la Luna, dodici dei quali vi hanno camminato, esplorandola e riportando sulla Terra più di trecento chilogrammi di suolo selenico.

Giovedì 24 luglio 1975: l’ultimo ammaraggio di una navicella Apollo. Si concludono la missione ASTP e il glorioso “Programma Apollo”. L’ultimo “splashdown” nell’Oceano Pacifico.

La missione ASTP è un volo congiunto svolto nel miglior modo possibile, anche se nel finale, durante il rientro della navicella Apollo viene evitata per poco una tragedia che sarebbe potuta costare la vita ai tre astronauti americani.

Poco dopo aver effettuato la manovra di ingresso nell’atmosfera, dei gas tossici penetrano dal circuito di ventilazione all’interno della cabina a causa di una valvola degli RCS (Reaction control system, serie di propulsori grandi e piccoli per il controllo dell’assetto) probabilmente aperta per errore da uno dei tre astronauti; inoltre anche i paracadute principali non si aprono automaticamente, richiedendo l’intervento per lo spiegamento manuale da parte di Brand.

In conseguenza di ciò, l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico avviene abbastanza violento, capovolgendo la capsula. È Brand che nuovamente interviene azionando il congegno che raddrizza in maniera corretta l’Apollo prima di perdere i sensi. Prontamente il comandante Stafford riesce a fare indossare all’astronauta svenuto una maschera di ossigeno e ad aprire il portellone della navicella, facendo defluire all’esterno i gas tossici e facendo entrare all’interno della cabina la fresca aria marina del Pacifico. Tutto è bene quel che finisce bene, dunque, anche se Stafford, Slayton e Brand rimarranno per circa due settimane in ospedale per osservazioni.

Lo storico volo congiunto dell’ASTP, nonostante il successo e la promessa di continuare la cooperazione tra le due superpotenze, non ebbe un seguito immediato, anche a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Bisognerà attendere il febbraio del 1994, tre anni dopo la caduta dell’Unione Sovietica, per vedere un cosmonauta russo viaggiare insieme ad astronauti della NASA (Sergei Krikalyov, nella missione della navetta Discovery STS-60), e venti anni esatti, nel giugno 1995, per vedere di nuovo un veicolo della NASA, lo Shuttle Atlantis (STS-71), attraccare alla stazione orbitale russa MIR nell’ambito del programma russo-americano Shuttle-Mir.

29 giugno 1995: di nuovo russi e americani uniti nello spazio. La navetta Atlantis (STS-71) agganciata alla stazione spaziale MIR.
“Vent’anni dopo” non è solo il titolo del romanzo di Alexandre Dumas ma vale anche come titolo del secondo incontro con aggancio tra un veicolo spaziale della NASA e uno russo. Dal quotidiano “Il Giornale” di venerdì 30 giugno 1995 (dalla mia collezione personale).

In arrivo il cinquantenario di Apollo-Soyuz: sovietici e americani nemici ma uniti nello spazio

Prima della collaborazione fra Russia e Stati Uniti per costruire e occupare la Stazione Spaziale Internazionale, prima dei voli dello Shuttle statunitense verso la stazione spaziale sovietica Mir, in tempi di Cortina di Ferro e guerra fredda, quando non si parlava ancora di glasnost o perestrojka, ci fu una missione spaziale congiunta sovietico-americana, nella quale un veicolo spaziale degli Stati Uniti e uno dell’Unione Sovietica si incontrarono e i rispettivi equipaggi si strinsero la mano, in un memorabile gesto simbolico di distensione: la Apollo-Soyuz.

Tra pochi giorni ne ricorre il cinquantenario: il veicolo Apollo partì dagli Stati Uniti il 15 luglio 1975, portando nello spazio tre astronauti (Stafford, Slayton e Brand) e raggiungendo in orbita intorno alla Terra il veicolo Soyuz decollato poche ore prima dal cosmodromo di Baikonur in Kazakistan, allora facente parte dell’Unione Sovietica, con a bordo i cosmonauti Leonov e Kubasov.

Illustrazione del 1973 del volo congiunto della navicella Apollo (a sinistra) e del veicolo Soyuz (a destra). In mezzo, agganciato al veicolo statunitense, il vano pressurizzato di raccordo fra i due veicoli. Immagine NASA S73-02395.

Una collaborazione del genere tra superpotenze nucleari nemiche non era certo frutto dell’improvvisazione: erano stati necessari anni di lunghissime trattative politiche e diplomatiche (quale nome mettiamo per primo facendolo sembrare più importante? Soluzione: Apollo-Soyuz in USA, Soyuz-Apollo in URSS), per non parlare delle risoluzione di innumerevoli aspetti tecnici.

Dalla traduzione dei rispettivi manuali di lancio e di volo alle decisioni su come rendere compatibili due sistemi di attracco e di pressurizzazione drasticamente differenti (con pressioni operative molto differenti fra i due veicoli), dalla risoluzione dei problemi di comunicazione radio alle tecniche di rendez-vous, fu necessario uno sforzo tecnico e organizzativo straordinario. E c’era poi il problema che gli statunitensi sapevano benissimo che i sovietici li avrebbero spiati e avrebbero fatto di tutto per carpire i segreti della tecnologia spaziale americana, di gran lunga superiore a quella russa, eppure bisognava collaborare per il bene della missione.

Gli equipaggi della missione Apollo-Soyuz: in piedi a sinistra, il comandante americano Thomas Stafford; in piedi a destra, il comandante russo Alexei Leonov; seduti, da sinistra a destra, Deke Slayton e Vance Brand (per gli Stati Uniti) e Valery Kubasov (per l’Unione Sovietica). Foto S75-22410, marzo 1975.

A livello personale, fra astronauti e cosmonauti nacque un’amicizia che continuò per decenni, in particolare fra i comandanti, Stafford e Leonov. Ricordo con piacere l’incontro con Leonov a Martigny, nel 2015, in cui il cosmonauta spiegò che dopo anni di studio dell’inglese si rese conto che la sua controparte non parlava inglese, ma Oklahomski. Entrambi ci hanno lasciato (Leonov nel 2019, Stafford nel 2024); di quegli equipaggi è vivo ancora soltanto Vance Brand, oggi novantaquattrenne. Slayton è morto nel 1993, Kubasov nel 2014.

Insieme all’amico Gianluca Atti, racconterò alcuni aspetti di questa missione molto particolare (l’ultimo volo di un veicolo Apollo) in una serie di articoli. Se volete approfondire l’argomento, sul sito della NASA c’è una sezione apposita, insieme a un libro scaricabile di 580 pagine, pubblicato nel 1978 (e tutto scritto usando il sistema metrico decimale, che in quegli anni si tentò di introdurre negli Stati Uniti).

Nel frattempo, dalla Russia arrivano queste immagini. Cinquant’anni dopo Apollo-Soyuz, una navicella cargo Progress (la versione senza equipaggio della Soyuz, derivata dal veicolo di mezzo secolo fa) viene approntata per il lancio, sempre presso il centro di lancio di Baikonur. Sul suo rivestimento esterno spicca il logo della missione Apollo-Soyuz.

Fonte: Katya’s Space News su Telegram